La democrazia come legittima difesa

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A volte, la democrazia è un atto di legittima difesa, scrisse Cesare Pavese. Lo scrittore langarolo osservò anche che gli ignoranti saranno sempre tali perché la forza è nelle mani di chi ha interesse che la gente non capisca.  Verità espresse dall’autore della Luna e i falò negli anni dell’immediato dopoguerra che sembrano la descrizione del presente. La perdita di libertà, di voce, di rappresentanza, il declino della libera espressione sono già così gravi che il pronostico sul futuro non può che essere infausto. La richiesta, l’invocazione della democrazia – concreta, partecipativa, rispettosa di ogni voce – appare davvero come l’ultima ratio, il gesto disperato di chi impugna un’arma, la sola che gli resta, per difendere se stesso, i propri cari, la casa faticosamente conquistata. Un altro aforisma di Pavese, dal prezioso diario Il mestiere di vivere, è che non ci si libera di una crisi evitandola, ma attraversandola.

La democrazia, per Arthur Moeller Van den Bruck, uno dei grandi della Rivoluzione Conservatrice, è la partecipazione di un popolo al suo destino. Siamo agli antipodi del principio citato, in Italia e altrove. Il proibizionismo delle idee e dei pensieri conquista terreno, allo stesso modo in cui ogni seria obiezione al sistema vigente – economico, finanziario, tecnologico, politico, valoriale – perde vigore e rappresentanza. La sedicente società aperta si chiude inesorabilmente, ricostruisce senza posa i muri che affermava di avere abbattuto. In Francia, terra della liberté rivoluzionaria, lo scrittore Eric Zemmour è stato condannato a una multa di diecimila euro per la seguente affermazione, resa a un convegno promosso da associazioni cattoliche: “in Francia, come in tutta Europa, tutti i nostri problemi sono aggravati – non dico creati, ma aggravati – dall’immigrazione: scuola, alloggi, disoccupazione, deficit sociali, debito pubblico, ordine pubblico, prigioni, livello professionale, spazio negli ospedali, droga”. Oltre al danno la beffa, poiché la somma dovrà essere versata ad associazioni “antirazziste”. Non prendiamo posizione sul merito delle affermazioni di Zemmour, ma se è proibito esprimere le opinioni riportate, la libertà e la democrazia non sono in pericolo: sono già state abolite.

Ecco perché, indipendentemente dagli orientamenti, dalle origini politiche di ciascuno e finanche dai modelli di società, il minimo comune denominatore di un fronte di opposizione allo stato di cose presente non può che partire dalla rivendicazione del principio e del metodo democratico, unito al ripristino – secondo legge – della libertà di pensiero, opinione e espressione. Per un intellettuale marxista eterodosso, Costanzo Preve, esistono molte possibili obiezioni al principio democratico, ma una sola veramente solida e difficile da respingere: la verità non si può mettere ai voti. Oggi la verità, quello che i nostri occhi vedono, il senso comune, lo stesso ordine naturale sono contestati, capovolti, e chi si oppone è colpito da sanzioni sempre più gravi. Il contrario della superba rivendicazione di apertura, tolleranza, libertà della nostra civilizzazione.

In Italia, si resta sconcertati dall’assoluta assenza di dibattito attorno a temi fondamentali. Così è accaduto sul referendum confermativo delle modifiche costituzionali in tema di numero dei parlamentari. Tutte le forze politiche erano schierate per il sì. Uniche eccezioni i radicali e, sul versante opposto, Casapound. Il trenta per cento di no appare un risultato straordinario, date le premesse. Abbiamo affrontato l’argomento con molti simpatizzanti e rappresentanti politici dei movimenti cosiddetti sovranisti, verificando l’assoluta prevalenza, tra loro, dei contrari al quesito referendario. Dunque, vi è stato un evidente scollamento tra la base e i vertici. Di più: l’inganno o almeno la contraddizione di un referendum che invitava a tagliare la rappresentanza senza aumentare la partecipazione, rendendola anzi più difficile, è stato colto prima di tutti da forze e filoni culturali di tradizione antiparlamentarista e da oppositori che sperimentano sulla pelle i divieti e l’esclusione.

Intanto, in un parlamento delegittimato nella composizione e nel numero, prosegue il suo iter la legge Zan Scalfarotto che intende definire reato l’omofobia, strano neologismo che significa paura dell’uguale, l’arma con la quale si intende vietare ogni dibattito sull’omosessualità e, per conseguenza, sul modello di famiglia e di riproduzione sociale.  Anche se le norme fossero di segno opposto, intendessero cioè porre divieti in nome dell’eterosessualità obbligatoria, proibendo il dibattito libero e le parole che lo sostanziano, avremmo il dovere di insorgere con altrettanta determinazione. Solo gli atti e l’apologia della violenza non hanno cittadinanza in democrazia. La democrazia, infatti, è la procedura attraverso la quale il conflitto di idee, principi e interessi viene sottratto alla pratica della forza o del ricatto e ricondotto a una serie di regole che permettono la partecipazione e la rappresentanza, ammettendo al dibattito ogni idea. Essere opposizione, dissidenza o rivendicare il libero pensiero è diventato “delitto di odio”. L’odio, sentimento pessimo, ma umanissimo, cambia definizione: odiare significa, nel nuovo dizionario, non condividere le idee, gli slogan, le parole d’ordine imposte dal potere.

Nel caso del referendum sul numero di parlamentari, colpisce la posizione della sinistra sociale: semplicemente, non pervenuta, oppure a rimorchio della demagogia spicciola da mercato rionale. Sbalordisce che al coro si sia unita la sedicente destra sovranista. Sovranisti a tassametro, evidentemente, in cerca di un’occasione politica, non di una causa alla quale improntare l’azione politica. Tutti hanno cavalcato l’onda di invidia sociale e rancore contro la politica, facendo proprio un argomento risibile, quello del risparmio di denaro pubblico. Nei giorni in cui Pasquale Tridico, presidente filo grillino dell’INPS, aumenta retroattivamente il suo stipendio mentre i pensionati tirano la cinghia e la cassa integrazione arriva con vergognoso ritardo ai perdenti dell’economia al tempo del Coronavirus, apprendiamo che il risparmio a bilancio statale – su oltre seicentocinquanta miliardi- sarà di 57 milioni annui, il costo di un caffè per ciascun residente del Bel Paese.

Beppe Grillo agita il feticcio della democrazia diretta, dicendo di non credere più “in una forma di rappresentanza parlamentare ma nella democrazia diretta fatta dai cittadini attraverso i referendum”, tanto che i deputati potrebbero essere “estratti a sorte”. Più o meno, ciò che è già avvenuto con il battaglione di “uno vale uno “– e spesso anche meno – dei parlamentari a 5 stelle. “Andare a votare ogni quattro-cinque anni e mettersi la coscienza in pace è assurdo. Devi dare il voto tutti i giorni”, incalza il comico di Savignone. Nell’attesa, la contrazione della rappresentanza, unita alla scelta degli eletti non da parte degli elettori, ma dei capi partito, con meccanismi elettorali che privilegiano le maggioranze e mortificano le tante minoranze espulse di fatto dal parlamento, fa sì che votare sia pressoché inutile.

Gli italiani lo capiscono e disertano ampiamente le urne. La riduzione dei parlamentari si inserisce nella tenace volontà dei poteri oligarchici non elettivi di ridurre progressivamente gli spazi di rappresentanza, in funzione delle logiche del neo-liberismo e dei suoi padroni. In Italia, pensiamo alla farsa dell’abolizione delle province, chiesta dalla famosa lettera del 2011 di Mario Draghi, all’epoca capo della Banca Centrale Europea. Le province non sono state affatto abolite: semplicemente, presidenti e consigli non sono più eletti dal voto popolare.

Sappiamo di esprimere una convinzione impopolare, ma siamo convinti che un trasparente finanziamento pubblico dei partiti, da rendicontare a un’autorità indipendente, sia una garanzia democratica contro la plutocrazia imperante. Il finanziamento privato, il potere del denaro svuotano la democrazia. Il parlamento sarà sempre più oligarchico e al servizio di lobby e poteri opachi, spesso stranieri. Chi entrerà a Montecitorio senza avere a disposizione ingenti risorse private per costose campagne elettorali? Il parlamento quasi dimezzato sarà un’assemblea di ricchi, di lobbisti e di prescelti a dito dall’alto, come il Congresso Usa. Il processo oligarchico che trasforma i parlamenti in innocui luoghi dove si ratificano decisioni prese in altre sedi, fumo negli occhi di un’opinione pubblica manipolata, dura da decenni. In Italia lo sta portando a compimento il movimento di Beppe Grillo, nato per motivi opposti, democratizzare le istituzioni, che dovevano “essere aperte come una scatoletta di tonno”.

Il grimaldello è sempre lo stesso: il rancore e l’invidia nei confronti della classe politica, diffuso e purtroppo giustificato. Silenzio, tuttavia, su altre caste, più nascoste, meno facilmente identificate dalla casalinga di Voghera e dai giovanotti tutti sballo, movida e tatuaggi tribali: la magistratura, la dirigenza statale e parastatale, i boiardi strapagati alla testa delle grandi società di capitali, le cui stanze sono porte girevoli per pochi cooptati da poteri e ambienti riservati, l’alta burocrazia europoide, i vertici del sistema di comunicazione. Le responsabilità dei grillini sono evidenti, ma non si può sparare sulla Croce Rossa: tranne pochissimi, oltre a Grillo e Casaleggio, è chiaro che non conoscono né sospettano i meccanismi di cui sono parte.

L’indignazione è nei confronti dei cosiddetti sovranisti. Non hanno avuto il coraggio di sostenere in pubblico gli argomenti che difendevano in privato. Nel segreto dell’urna, non pochi dirigenti sovranisti hanno votato no dopo aver proclamato il sì: ipocrisia politicante di chi ha scoperto qualche anno fa un filone da sfruttare, o meglio un taxi sul quale salire per poi discendere senza pagare il conto. Dopo le elezioni amministrative, alcune voci- peraltro smentite da Salvini – affermano che la Lega intenderebbe uscire dal gruppo europarlamentare sovranista, per chiedere l’ammissione al partito popolare e “interloquire con Draghi”, l’uomo del panfilo Britannia, dei poteri finanziari, gran fiduciario dei piani alti del liberismo globalista.

Fratelli d’Italia ha ottenuto un ottimo risultato elettorale, ma in molte regioni è diventato il rifugio di ex berlusconiani, di orfani politici delle più varie estrazioni, mercenari di mille bandiere. Tutti, a capofitto, dentro il sistema, destra, sinistra, centro. Nessuno vuole o può uscire dal cerchio. La battaglia per la sovranità è un’altra cosa. Sovranismo e liberismo, globalismo, poteri transnazionali, sono incompatibili. Rivendicare il potere del popolo comporta lo scontro con una serie di oligarchie costituite e potentissime che non è davvero nella volontà di gruppi dirigenti che aspirano ad essere accolte nelle stanze che contano, per applicare la regola che Gianfranco Fini teorizzò all’apice della sua traiettoria politica: governare è gestire l’esistente. Raggelante. Peraltro, molti abilissimi nelle battaglie di corridoio e nelle contese elettorali, falliscono nella parte di amministratori condominiali.

Il sovranismo-taxi arretra, torna mansueto alle logiche atlantiche e ordoliberiste, speculari al tradimento tecnocratico della sinistra nei confronti dei ceti popolari di cui aveva così larga rappresentanza. Non ha torto Massimo Cacciari a segnalare, nell’immenso successo del veneto Luca Zaia, la rivincita di un’estesa (post) borghesia di destra, i cui fini e valori non eccedono l’impresa, le tasse e un pizzico di legge e ordine, a bassa voce, senza fare rumore. La rappresentanza è stata fortemente limitata con ampia approvazione, la democrazia partecipativa- oltre le esternazioni di Grillo- non c’è. Nessuno chiede referendum propositivi, né pretende di sottoporre agli italiani scelte decisive come il salvataggio pubblico delle banche, l’uso dei fondi europei, l’istituzione di una banca pubblica, le mani e i piedi legati dal Meccanismo Europeo di Stabilità, la precarizzazione del lavoro, il contrasto alla denatalità che la fa finita con la nazione italiana per estinzione biologica. Vige una sorta di tacito accordo a non discutere seriamente ciò che conta davvero, in parlamento e fuori. I cosiddetti sovranisti sussurrano in privato e abbozzano in pubblico.

Difendere con le unghie e con i denti ogni spazio di democrazia e libertà dovrebbe essere la priorità. Diversamente, potranno conquistare amministrazioni e guadagnare seggi, domani raggiungere il governo della nazione, ma non andranno mai al potere, nel senso di realizzare – se davvero ce l’hanno – un programma politico e un progetto generale diverso dalla governance, l’amministrazione in nome non del popolo sovrano, ma dei poteri non eletti. L’aggravante è che non lottano per mantenere gli spazi di democrazia reale e di libertà d’espressione che il sistema va restringendo.

Lascia perplessi che non si rendano conto di essere i bersagli designati, che il bavaglio è approntato contro di loro e sono le loro idee quelle che il nuovo diritto proibizionista intende spazzare via e rendere illegali. Almeno capissero che la difesa a oltranza della democrazia concreta, quotidiana, la pretesa intransigente di applicare i principi e la lettera della costituzione, sono l’ultima legittima difesa rimasta contro la nuova tirannia. Sovrano è chi decide. Ma non si decide se certi argomenti sono vietati e di altre cose è inopportuno parlare, per convenienza, ignoranza, perché l’avversario è troppo forte. Evitare il conflitto serve solo al nemico, che esiste e agisce. Oppure era nel giusto il comunista Bertolt Brecht: “al momento di marciare, molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico“.     

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