LA DEVOZIONE ALLA MADONNA BRUNA – di Luciano Salera

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di Marcello Stanzione

 

Ho letto con estremo interesse il saggio di don Marcello Stanzione pubblicato venerdì 15 luglio, su La Madonna del Carmine: la protettrice delle anime del purgatorio”.

Estremo interesse oltre che per la dotta esposizione che, peraltro è caratteristica specifica di tutti gli interventi del nostro don Marcello ma forse anche, e di più, perché tra me e la Basilica Santuario del Carmine Maggiore in Napoli, che ospita il quadro della Madonna Bruna, c’è un filo che ci lega indissolubilmente e che mi porta ad interessarmi con passione a tutto quanto possa riguardare quella madonna brunasplendida realtà sia come “sacro” che come “profano”

E così, come io mi sento legato alla Madonna Bruna altrettanto il popolo napoletano si divide tra San Gennaro e la Madonna del Carmine e a Napoli (anche per la Madonna) accettare il confronto con San Gennaro, o, addirittura, sfidarlo, senza venirne travolti, non è cosa da poco …

Io e la Basilica siamo entrambi del Quartiere Pendino (io sono nato neanche a cento metri di distanza da questa splendida Basilica tra le più belle e grandi non solo di Napoli le cui origini si perdono nella notte dei tempi), collocata nel bel mezzo dell’omonima piazza del Carmine, attigua all’altrettanto famosa Piazza Mercato, teatro dei più grandi avvenimenti della storia napoletana, che non è solo storia di “munnezza” come molti dei nostri fratelli d’Italia ormai ritengono, ma ha visto agire e morire in quei larghi piazzali, da Corradino di Svevia a Masaniello ed ai protagonisti della Repubblica Partenopea del 1799: da Michele Pezza detto Fra’ Diavolo alla Pimentel Fonseca, da Mario Pagano a Domenico Cirillo al duca Gennaro Serra di Cassano, fino all’ingresso (mi scuserete se, assumendomene la responsabilità, dico: purtroppo) di Garibaldi che, per la precisione, avvenne a pochi metri di distanza, lì dove c’era la stazione napoletana (c’è ancora, ma non vi dico in quale stato …) della ferrovia che da Cava de’ Tirreni/Vietri sul Mare, presso Salerno, portava a Napoli, ed ai giorni tristissimi della seconda guerra mondiale, del coprifuoco, dei bombardamenti a tappeto, del contrabbando, delle “segnorine”, degli “sciuscià” e di quant’altro di tragico la guerra rovesciò sulla città e che Malaparte descrisse ne La Pelle. Ebbene – parlo di buoni 60 anni fa – e, come tutti a Napoli, anche io avevo l’abitudine (che mantengo ancora oggi rigorosamente perché sento fortemente di farlo e perché sto bene quando lo faccio) passando a piedi, di mercoledì, innanzi alla monumentale Basilica, di entrarvi un attimo, il tempo per fare il segno della croce, recitare un’Ave Maria, lasciare una elemosina all’immancabile mendicante sugli scalini d’ingresso, per poi riprendere il mio percorso cittadino per raggiungere la scuola media che a quei tempi frequentavo (allora, per Grazia di Dio, non si andava in macchina perché non ce n’erano e i pochi soldi che mamma o papà mi davano per prendere il tram me li risparmiavo perché me ne andavo felicemente a piedi … !).

Dunque, premesso questo, ritorno al nostro don Marcello, cui vorrei esprimere, pur con tutto il rispetto, la mia profonda disillusione per non aver trovato nel suo mini-saggio una sola parola per ricordare non certo la Basilica in quanto monumento di eccezionale bellezza (e penso che la conoscerà bene, il contrario è soltanto impensabile) quanto per accennare alla fede che il popolo napoletano ha sempre riposto e tuttora ripone in questa Santa “Madonna Bruna” come viene affettuosamente chiamata a causa della carnagione scura con la quale è ritratta nel quadro che domina l’Altare Maggiore.

Al riguardo la leggenda vuole che questo quadro sia stato portato a Napoli, intorno al XII secolo, dai Carmelitani costretti a lasciare il Monte Carmelo in Terra Santa presa d’assalto dai musulmani del califfo Omar. Giunti sulle coste campane a bordo di navi amalfitane scelsero, come rifugio, una zona ai margini della città di Napoli lambita dal mare (Piazza del Carmine è – oggi – a pochissime centinaia di metri dal porto e, quindi, dal mare (e quasi mille anni fa, nulla vieta di pensare che quel grande territorio fosse un piazzale “lambito dal mare”) ed in una cripta rustica, che il popolo immediatamente battezzò grotticella, collocarono il dipinto su tavola che i Carmelitani, fuggendo, avevano portato con loro e che, da quei tempi, è conservato in quel luogo che da grotticella che era è diventato col passar dei secoli e grazie sempre alla devozione del popolo napoletano, Basilica e Santuario.

A pochi passi dall’Altare Maggiore vigila la splendida statua funebre (venerata anch’essa quasi si trattasse di un Santo) di Corradino di Svevia che fu decapitato in quella Piazza (ora del Carmine) il 29 ottobre 1268 per ordine di Carlo I d’Angiò che assistette all’esecuzione dall’alto di un torrione. Ma già in precedenza quel largo piazzale era destinato oltre che a mercato anche a luogo dove veniva collocato il patibolo per le esecuzioni capitali che si susseguivano con ritmo sostenutissimo (a quei tempi non è che si andasse troppo per il sottile e, francamente, non so se era meglio o peggio… !)

Ed ancora, per avvicinarci di più ai giorni nostri, ma sempre per evidenziare la fortissima devozione del popolo napoletano per questa bella e Santa Madonna, è d’obbligo ricordare la famosa poesia di Ernesto Murolo, Miercurì d’ ‘o Carmine – successivamente “ribattezzata” ‘O miercurì d’ ‘a Madonna ‘o Carmine – che il nostro quotidiano cittadino, Il Mattino, pubblicò in anteprima il 10 gennaio 1916 in piena Prima Guerra Mondiale quasi come una supplica alla Madonna perché proteggesse i nostri fanti che morivano per un’Italia che troppo presto si sarebbe dimenticata di loro, oltre che per descrivere l’incredibile ressa di varia umanità che si accalcava nel tempio.

E l’umanità che si accalcava era davvero varia. Pensate c’erano: « … femmene ‘e dint’ ‘o Lavenare (donne del Lavinaio, quartiere ultra popolare di Napoli), negoziante ‘e vascio ‘a Cunciaria (commercianti della Conceria), signore aristocratiche, pezziente (pezzenti, mendicanti), ferrare ‘e Sant’Eligio (fabbri del vicino quartiere di Sant’Eligio), marenare (pescatori), femmene malamente d’ ‘o llario d’ ‘e baracche e ‘a Ferrovia (prostitute di largo delle baracche e della Ferrovia) … »

In aggiunta potevano scorgersi gli ex-voto, ad esempio, « … ‘na giacchetta ‘e surdato, c’ ’o pietto spurtusato (bucato, forato) ‘a ‘na palla ‘e scuppetta (fucile) … e appiso (appeso) ce sta scritto «Carotenuto Alfonzo, invocando la Vergine fu salvo»! e, appresso, « … ‘e ritratte (le fotografie) ‘e surdate (dei soldati in guerra) […] » affidati alla Madonna perché li proteggesse e, infine, il finale di una struggente commozione (andrebbero riportati per intero i toccanti versi finali), quelli della popolana che addirittura affronta a tu per tu la Madonna e le urla in faccia con dolore e con rabbia: «tu ti tieni stretto al petto tuo figlio e, allora, perché mi levasti (lasciassi che morissero) le mie due creature? … si, si, ce l’ho con te!» – « … cu ‘ttico ll’aggio … (con te ce l’ho) » e strilla inveendo contro la Madonna quando, forte dal petto, le esce un altro grido questa volta di gioia, stupore, incredulità: « … chiagne – alluccava (piange, gridava) … l’uocchie nfuse (gli occhi bagnati di lacrime)» e, appresso a lei la calca formatasi innanzi al tabernacolo della Mamma d’ ‘o Carmine gridava commossa «E’ overo! … E’ overo (è vero, è vero) chiagne ‘a Maronna … chiagne! (piange la Madonna … piange!) ».

A rileggere ed a scrivere questi versi mi commuovo ancora malgrado la mia non più giovane età!

Tutto questo a testimoniare la vera, profonda, filiale devozione che il popolo napoletano ha sempre nutrito e nutre per la Madonna del Carmelo al punto da chiamarla, invocarla, supplicarla, quasi sempre più come Mamma d’ ‘o Carmine che Madonna d’ ‘o Carmine e quale affetto maggiore di quello di un figlio per la mamma e quello della mamma per il proprio figlio?

Ecco, questo mi sarei aspettato da don Marcello, ovvero che avesse aggiunto alla sua dotta esposizione almeno un rigo per testimoniare questa filiale devozione dei napoletani verso la loro Mamma Bruna.

La devozione è davvero fortissima e, una ulteriore dimostrazione dell’amore filiale che i napoletani hanno per chella bella Mamma d’ ‘o Carmine può facilmente riscontrarsi anche nelle tante, tantissime, edicole votive disseminate per i vicoli della città vecchia, con la classica immagine del Purgatorio, ovvero le fiamme con le anime in pena che invocano il perdono e la Madonna che, dall’alto, rivolge loro il suo sguardo misericordioso.

Ecco, questo avrei voluto dire a don Marcello ma chissà che non avrà modo di leggere questo mio sfogo e di perdonarmi per l’ardire. Lo spero.

Napoli, 17 luglio 2011

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