La dittatura del presente (seconda e ultima parte) – di Roberto Pecchioli

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L’odiernità è per natura totalitaria anche in ambito giuridico. Abolito o fortemente affievolito il concetto di giusto, ci resta ciò che è legale. In base al criterio dominante del momento, lo spirito dei tempi, vale quello che la legge vigente impone o permette.  Chi si oppone è fuori dal tempo, una condizione pericolosa, giacché il conformismo filisteo è un altro elemento della dittatura. Il presente è un signore ricco di pretese, esige una vita tutta di corsa, detesta il silenzio. I suoi sudditi hanno orrore del vuoto (horror vacui), devono sempre fare qualcosa per riempire il tempo (si dice ingannare il tempo, ma è il contrario), avendo tutto sotto controllo, prevedendo, anzi, come si dice adesso, gestendo le situazioni. Horror fati, terrore del destino, dell’imprevedibile, di ciò che esula dal quotidiano e eccede i modelli statistici.

Tutto deve fluire, nella può rimanere stabile. Eraclito, il filosofo greco del Panta Rei, tutto scorre, è il vero ideologo della dittatura del passo di corsa. Ci si identifica con l’acqua che scorre e non è mai la stessa. L’uomo dell’eterno presente accetta di essere una goccia, evitando accuratamente di porsi le domande di senso. Dove andrà quella goccia e da dove viene per lui sono domande oziose. Si diventa molecole di un anello in una catena senza neppure più la dignità di sentirsi alienati. Gli unici quesiti ammessi sono quelli a cui la razionalità scientifica può fornire una risposta in termini di validità, che è categoria distinta dalla verità. Conta ciò che funziona. Il suddito del presente è arretrato rispetto all’Esserci di Heidegger. Si contenta di un presenzialismo in cui è il fondale della rappresentazione, una figurina che appare per un attimo nel boccascena e poi scompare.

Essenziale è avere e fare tutto e subito. Dioniso sconfigge Apollo, l’ordine e la forma, in un crescendo che ricorda un’opera poetica di fine Seicento, il Bacco in Toscana di Francesco Redi “Si ravvolge e si consuma, e quaggiù Tempo si chiama; e bevendo e ribevendo iI pensier mandiamo in bando”. Si volgarizza l’antica massima, riempi il bicchier che è vuoto, vuota il bicchier che è pieno. Chi si ferma è perduto, chi corre entrerà nell’inquadratura, nel frame, godrà del gioioso attimo presente, afferrato in movimento come la fune di una seggiovia. Ma è una corsa disperata per sfuggire al Nulla che incombe.

Gli anglosassoni considerano Ludwig Wittgenstein, logico, ingegnere di formazione, il maggiore filosofo del Novecento. Il pensatore viennese fornì una straordinaria copertura al discredito del pensiero non scientifico. Nessuna speculazione è permessa dal suo sistema: è la fine non solo della metafisica, ma dell’homo viator, il viandante dell’esistenza in cerca di verità, più avido di domande che di risposte. La sua opera capitale si intitolò significativamente Tractatus Logico Philosophicus.Il brano più celebre è il seguente: “il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi. Dunque proposizioni della scienza naturale, dunque qualcosa che con la filosofia non ha niente a che fare; e poi, ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che a certi segni nelle sue proposizioni egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe (…) l’unico rigorosamente corretto. Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.”

Ovvero, tacere sull’essenziale, invisibile agli occhi, poiché nessuna domanda di significato può essere soddisfatta. Un grande riduzionismo, un elegante paraocchi per un’umanità votata all’immediato, al misurabile, in corsa su binario unico: obbligatorio attenersi a ciò che può essere trattato con gli strumenti della ragione calcolante. Il prezzo è la riduzione dell’uomo a scimmia di Dio, che vive il presente come eternità surrogata. Ma il presente deve essere necessariamente riempito, ingrandito, colmato affinché siano elusi i grandi temi, in un tempo lineare, una sequenza di puntini, espellendo il senso ciclico, imitazione dell’eterno, il tempo dei contadini di Jacques Le Goff incompatibile con la fretta, la velocità, la compressione ansiosa che ci avvolge.

Il tempo ciclico evoca il ritorno, (dopo un raccolto ne viene un altro), ma anche il differimento, la capacità di attendere, lo sforzo, il rispetto del ritmo della natura. Non è adatto a noi, forzati a vivere e sperimentare tutto, subito, detestando la fatica, la gradualità, la via impervia. E’ d’obbligo mordere la vita in ogni momento, senza lasciar cadere una goccia del frutto. Lontana è l’epoca di Ruzante “per ogni gaudenza, ci vuole sofferenza”. Basta la carta di credito e una connessione veloce.

La vita rapida e compressa assomiglia al gesto di chi sul computer, “zippa” i files per occupare meno spazio nella memoria. Il presente zippato (l’icona è un torchio che schiaccia) impone la fretta, la concisione, la rinuncia sistematica alla profondità. Al tempo degli apparati elettronici, perfino i gestori dei siti di approfondimento raccomandano: scrivi poco, la gente ha fretta, non legge più di una cartella. In televisione, anche gli ospiti di rilievo vengono interrotti se sforano i tempi, con quella parola, tassativo, che annuncia la pubblicità sovrana. Pubblicità, la fabbrica del desiderio e del presente che abbatte le frontiere del passato, ci invita ad affrettarci nel consumo, soddisfare la nuova smania indotta dal messaggio.

Anche nel consumo occorre fare presto. Il nuovo sta per invecchiare e non si può rinviare. Eppure, la caratteristica dell’uomo è essere l’unica creatura capace di differire, procrastinare, tenere sotto controllo l’istinto. La dittatura del presente non vuole, dobbiamo regredire allo stadio infantile, i desideri e le pulsioni vengono spinte a manifestarsi senza limite, accelerate e consumate al di fuori di ogni giudizio morale. A differenza dell’animale, l’uomo non è mai davvero sazio, ma per volontà del Creatore non può rinunciare ad attribuire alle sue azioni significato, senso, direzione.

Il fondatore dell’antropologia filosofica, Arnold Gehlen definì l’uomo l’essere pressoché privo di istinti, ma in possesso di una straordinaria qualità che lo rende unico, l’esonero, ossia la capacità di conoscere e riconoscere, esentandosi dall’immediato. L’uomo, esperendo il mondo, lo concentra in simboli, fino ad acquistare visione panoramica e capacità di disporre. In tale processo conquista il controllo su una molteplicità di azioni, esonerandosi dall’istintualità materiale. Il mondo è per lui un campo di sorprese infinite, un ordito dove passato, presente e futuro si integrano organicamente. L’interiorità umana è aperta al mondo. Ciò significa investita di esperienze, impressioni, intuizioni, ciascuna delle quali fa crescere una tensione, un’aspirazione verso l’alto. Per un altro verso significa che la vita delle pulsioni e dei bisogni umani racchiude valori lontani, immagini del passato, un tendere verso ciò che è assente, anelare a situazioni e circostanze future.

La riduzione dell’uomo al suo presente è una delle modalità attraverso cui lo si abbassa a schiavo dell’effimero, non più creatura destinata all’eterno, ma grumo di materia destinato a esaurire se stesso nel gesto compulsivo di fare senza agire, esistere senza essere, guardare senza vedere. Un animale senza storia, senz’anima, estraneo a Dio, straniero anche a se stesso.

 

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