LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA – di Emilio Artiglieri

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incontro in occasione della presentazione della nuova edizione dell’opera di Don Ennio Innocenti, La dottrina sociale della Chiesa. pubblicato dalla Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis di Roma.

 

intervento di Emilio Artiglieri

 

Roma, 25 ottobre 2012


Rev.mi Monsignori, Sacerdoti, Gentili Signore, Illustri Signori, Cari Amici,

sono molto lieto di partecipare a questo incontro in occasione della presentazione della nuova edizione dell’opera di Don Ennio Innocenti, La dottrina sociale della Chiesa

 

1. Dottrina sociale della Chiesa e Anno della Fede

Si tratta di una iniziativa molto opportuna all’inizio di questo Anno della Fede.

Qualcuno potrebbe subito chiedersi: che cosa c’entra l’Anno della Fede, o, se vogliamo, la Fede con la Dottrina Sociale della Chiesa?

Una prima, facile risposta potrebbe venire dalla constatazione che nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1992 e compendiato da Benedetto XVI nel 2005 è inserito l’argomento della dottrina sociale della Chiesa dal n. 509 al n. 520, laddove si parla del VII Comandamento: Non Rubare.

Al n. 509 si spiega che “La dottrina sociale della Chiesa, quale sviluppo organico della verità del Vangelo sulla dignità della persona umana e sulla sua dimensione sociale, contiene principi di riflessione, formula criteri di giudizio, offre norme e orientamenti per l’azione”.

Vorrei osservare come innanzitutto, anche se la prospettiva è poi quella dell’azione, si faccia riferimento ai “principi di riflessione”.

Paolo VI notava che “il mondo soffre per mancanza di pensiero” (Populorum progressio n. 85), e Benedetto XVI auspica “un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno – continua Papa Ratzinger – che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l’apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell’uomo” (Caritas in veritate 53).

La riflessione, quindi, non è solo, anzi non è tanto sociologica, ma anche e soprattutto “metafisica e teologica”.

Avremo modo, nel corso della nostra esposizione, di approfondire il rapporto tra Dottrina Sociale della Chiesa e Fede cattolica.

Ora, riprendendo il tema dell’Anno della Fede, desidero ricordare quanto Benedetto XVI spiega nel M.P. Porta Fidei: non basta credere con il cuore, anche se  questo è l’imprescindibile  punto di partenza, occorre anche professare con la bocca, ossia “la fede implica una testimonianza e un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo ‘stare con Lui’ introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede. La fede, proprio perché è atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede” (n.10).

Se dovessimo ammettere che il credere sia un fatto “intimistico”, “privato”, non avrebbe senso parlare di una Dottrina Sociale della Chiesa.

La fede richiede certamente una adesione personale e totale alle verità rivelate, quello che viene definito l’assenso, che coinvolge l’intelligenza e la volontà, ma proprio per questo la fede proietta la sua luce sul senso della storia e dei rapporti tra gli uomini nei diversi ambiti della loro vita, assumendo quindi anche una valenza pubblica.

Benedetto XVI definisce la Dottrina Sociale della Chiesa come “caritas in veritate in re sociali”, ossia “annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità…. verità di fede e della ragione, nella distinzione e insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere sociale, una adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità hanno bisogno di questa verità”, verità di fede e di ragione (cfr. Caritas in veritate, n.5).

Ancora con Paolo VI, Benedetto XVI ripete che “la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire…. Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sia dignità, della sua vocazione.

Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – con cui giudicarla ed orientarla…. Questa missione di verità è per la Chiesa irrinunciabile. La sua dottrina sociale è momento singolare  di questo annuncio: essa è servizio alla verità che libera” (Caritas in veritate 9).

Ci auguriamo che questo Anno della Fede, favorendo la professione pubblica della stessa, aiuti innanzitutto a meglio inquadrare e conoscere, anche con l’aiuto di opere come questa che si presenta, la Dottrina Sociale della Chiesa, e poi, non essendo questa comunque una pura teoria, come ben spiegava il Beato Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, a valorizzarla “prima di tutto come un fondamento e una motivazione per l’azione” (n.57).

 

2. La Dottrina Sociale della Chiesa tra resistenza, ripresa e rischi di ideologismo.

Mons. Giampaolo Crepaldi, in un saggio intitolato “Il cattolico in politica. Manuale  per la ripresa” (Siena, 2010) distingue, a proposito della Dottrina Sociale della Chiesa e della storia recente della sua applicazione, tre momenti, che definisce: resistenza, attesa, ripresa.

“Il tempo della resistenza – scrive Mons. Crepaldi – è stato quello degli anni ’60 e ’70, durante i quali la laicità della modernità ha lanciato verso la Chiesa e i cattolici una violenta guerra culturale che ha prodotto smarrimento e perplessità sulla propria identità e missione. Dall’associazionismo cattolico più impegnato emergevano prese di posizione neo-moderniste fortemente critiche rispetto alla pretesa cristiana di avere qualcosa da dire al mondo, del Magistero di avere ancora il compito di insegnare, della necessità di una coerenza tra Fede e politica. Un aspetto molto vistoso di questo smarrimento è stata l’accusa di ideologicità rivolta alla Dottrina Sociale della Chiesa che di fatto venne messa da parte per tutto questo periodo. Il punto di vista per il discernimento sociale e politico non era più visto nella fede apostolica, ma piuttosto la prassi sociale e politica era assunta come criterio di discernimento per giudicare la fede apostolica”.

Di fronte a questi attacchi si ebbe la resistenza, innanzitutto del Magistero, con a capo il Paolo VI della Populorum progressio, della Octogesima adveniens, ma anche della Humanae Vitae,  e “accanto a lui resistettero tutti quei teologi, intellettuali, politici, persone impegnate a vario titolo nella società che, pochi o tanti che fossero, non cedettero alle intimidazioni delle ideologie di allora, ma si tennero stretti alla Chiesa e ai suoi pastori e opposero alla sfida del secolarismo la dimensione anche storica della fede cristiana e la sua fecondità per la costruzione della società degli uomini” (p. 13).

Tra questi teologi “resistenti” senz’altro deve essere segnalato il nostro Don Ennio Innocenti, il quale, proprio nel periodo della crisi come sopra descritto, pubblicava le sue splendide venti lezioni di Dottrina Sociale della Chiesa in due agili volumetti, stampato il primo nel 1978, con le prime dieci, ed il secondo nel 1980, con altre dieci, dall’Istituto Padano di Arti Grafiche, volumi ricchi di spunti di riflessione, anche attraverso la forma dialogica, e di documenti, secondo un efficace stile pedagogico che si ritrova anche in questa ultima edizione.

Tra i pregi dell’opera di Don Innocenti emerge il forte senso della continuità del Magistero.

Per don Innocenti il Magistero non inizia con il Concilio Vaticano II, anche se neppure finisce con il Concilio Vaticano II, ma, secondo quella che poi è stata la grande lezione di Benedetto XVI, si sviluppa seguendo una linea di continuità, che non ammette rotture.

Nell’opera di don Innocenti si ritrovano insegnamenti e documenti del Beato Pio IX, di Leone XIII, di San Pio X, di Pio XI, del Ven. Pio XII, del Beato Giovanni XXIII, di Paolo VI, del Concilio Vaticano II, fino, nella nuova edizione, a quelli dei papi più recenti.

Mi piace segnalare in particolare quanto scrive don Innocenti nella nota n. 65 a p. 34 di questa nuova edizione, laddove argomenta quanto sia grave errore ritenere che si sia verificata una frattura tra la linea magisteriale di Pio XII e quella di Giovanni XXIII.

Proprio sul tema della Dottrina Sociale della Chiesa, lo stesso Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, ammoniva: “non ci sono due tipologie di Dottrina Sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento coerente, e nello stesso tempo sempre nuovo.

E’ giusto rilevare le peculiarità dell’una o dell’altra enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale” (n.12).

Oggi questi principi, grazie appunto all’insistenza di Benedetto XVI sulla cd. ermeneutica della continuità, almeno in teoria sono noti; ma negli anni ’70, professarli apertamente, ossia esporre sullo stesso piano i documenti preconciliari e quelli postconciliari significava davvero fare un’opera di “resistenza”, di cui dobbiamo essere grati a don Innocenti.

Mons. Crepaldi, come si è detto, delinea, dopo il tempo della resistenza, un tempo di attesa e poi di ripresa, con il grande pontificato del Beato Giovanni Paolo II e le sue monumentali encicliche, come la Centesimus Annus (1991), la Veritatis Splendor (1993), l’Evangelium Vitae (1995), la Fides et Ratio (1998), e con i suoi  importanti discorsi ai Convegni ecclesiali di Loreto (1985) e di Palermo (1995), e con l’altrettanto grande attuale pontificato di Benedetto XVI, con la sua enciclica Caritas in veritate del 2009 e il precedente discorso al Convegno di Verona del 2006.

Particolare rilievo Mons. Crepaldi attribuisce anche alla Nota Dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla azione e il comportamento dei cattolici nella vita politica del 2002, che addirittura rappresenterebbe “il passaggio all’epoca della ripresa vera e propria” (p. 19).

Io non sarei, però, così ottimista sulla “ripresa”, o, per meglio dire, sulla effettività di questa ripresa, nel senso che senz’altro, grazie ai molteplici documenti pubblicati in questi anni, si è sempre più chiarito quello che si potrebbe chiamare il “diritto di cittadinanza” della Chiesa nella società, ma la genuina assimilazione di questi concetti da parte dello stesso mondo cattolico, o sedicente tale, è ancora ben lontana.

Posso portare  un esempio concreto che, forse per la mia ingenuità, mi ha lasciato piuttosto sconcertato.

Tutti sappiamo che a Todi si è tenuto –  e ancora si tiene – un “Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica”, che ha prodotto un documento, anzi, per meglio dire, un manifesto, intitolato “La buona politica per tornare a crescere”.

Innanzitutto non si può non osservare come l’espressione “di ispirazione cattolica” sia quanto mai vaga e, a mio parere,  inappropriata: che cosa significa “di ispirazione”? Il cattolicesimo non è una Musa ispiratrice, o un modello artistico a cui fare riferimento o da cui trarre qualche generico spunto, facendo comunque salva la propria sostanziale autonomia. O si è cattolici o non lo si è. O si accetta tutta la dottrina sociale della Chiesa o non ha senso vivisezionarla e adoperarla a brandelli.

Perché non si è voluto parlare di “associazioni cattoliche”, ma di associazioni “di ispirazione cattolica”?

La risposta è facile: qualcuno potrà sempre dire di ispirarsi, in qualche punto, sotto qualche parziale profilo, al cattolicesimo (e quindi trarre i benefici che ne possono ancora derivare da un qualche appoggio ecclesiastico), salvo poi discostarsene laddove si preferisce, per mantenersi nella ortodossia del politicamente corretto”, conformarsi al relativismo e al secolarismo.

Nel citato documento di questo Forum, neppure una volta è citato il nome di Dio e quello di Nostro Signore Gesù Cristo.

E’vero che nei primi paragrafi si legge che “il nostro paradigma di riferimento è fondato sugli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa”, ma, se non si cita neppure una volta il nome di Dio, o di Nostro Signore, che senso ha riferirsi agli “insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa”?

Così, quando in questo documento si legge che  si ha consapevolezza che “l’ispirazione religiosa”, senza alcuna altra qualificazione, “possa e debba arricchire la qualità della vita politica e delle istituzioni”, viene da chiedersi se si abbia consapevolezza che non basta una spruzzatina di religiosità, magari, per usare le parole  ancora recenti di Benedetto XVI, “fai-da-te” (Udienza di mercoledì 17 ottobre 2012, in L’Osservatore Romano 18 ottobre 2012, p. 12 ) per poter affermare di aderire effettivamente alla Dottrina Sociale della Chiesa, che è un corpus unico e che, come si è detto, abbraccia elementi di fede, intendendo fede cattolica, e di ragione.

Non si possono prendere solo gli elementi di ragione, scartando quelli di fede o riducendo questi ad una vaga religiosità. Certamente nella dottrina sociale della Chiesa trova posto anche l’etica naturale, ma c’è di più, c’è la luce di Cristo, della Sua Rivelazione.

Benedetto XVI, condannando, come tutti i Suoi predecessori, l’indifferentismo religioso, insegna che, anche con riferimento allo sviluppo delle persone e dei popoli, non tutte le culture, non tutte le religioni sono uguali.

Invito, al riguardo, a leggere il n. 55 della Caritas in veritate.

Bene allora ha fatto Don Innocenti nell’aprire il suo volume con una premessa che riassume i capisaldi del messaggio cristiano, capisaldi su cui la Chiesa ha sviluppato la sua dottrina anche sociale, e che sono:

1)              Dio, Infinito Perfettissimo, vivente in sé come dono d’amore della sua stessa perfezione, crea in assoluta libertà e amore un universo di esseri che riflette gerarchicamente la perfezione divina in collaborazione crescente (Dio Creatore);

2)              Dio rivela agli uomini…..questa legge fondamentale dell’essere creato e li educa al dono di sé mostrandolo perfettamente in Gesù che incarna nella sua stessa umanità il vivere della Divinità (Dio Rivelatore);

3)              Questa educazione inizia dalla fede e matura in un colloquio incessante per il quale assimila la rivelazione e l’armonizza con il suo patrimonio ed esperienza personale e sociale, fino a proporsi come dottrina, corpo ideale coerente di principi e di generali indirizzi operativi;

4)              Tale dottrina, oltre il radicale presupposto di Fede Divina, presuppone anche una valutazione antropologica: l’uomo, destinato alla perfetta comunione con Dio, realizza gradualmente tra gli uomini …..la legge di amicizia che splende in Gesù, con l’obiettivo che la stessa società umana, nelle sue varie modulazioni, rifletta, per la medesima attrazione divina, la stessa legge di amicizia.

Questi sono davvero i capisaldi religiosi da cui non si può prescindere quando si parla della Dottrina Sociale della Chiesa.

Come ben spiega ancora Don Innocenti, nel rispondere alle accuse di ideologismo rivolte dalla vecchia e nuova contestazione alla Dottrina Sociale della Chiesa, questa “non è assimilabile a nessuna ideologia moderna a causa dei principi metafisici e teologici che la sorreggono” (p. 68).

Se questi principi “metafisici e teologici” vengono però, come nel documento di Todi, assolutamente  cancellati o diluiti fino alla insignificanza, si rischia davvero di ridurre la Dottrina Sociale ad una ideologia tra le altre.

Al riguardo non possiamo non ricordare l’insegnamento del Beato Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollicitudo rei socialis (1987): “la Dottrina Sociale della Chiesa non è una ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di una attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene perciò non al campo della ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale” (n.41).

In seguito, dovremo precisare in che senso la Dottrina Sociale della Chiesa appartiene al campo della teologia.

 

3, La Dottrina Sociale della Chiesa nell’ambito dell’annuncio di fede

A questo punto, penso che possiamo approfondire la natura della Dottrina Sociale della Chiesa.

Il Beato Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, riprendendo l’insegnamento già espresso nella Sollicitudo rei socialis, ribadiva: “Per la Chiesa insegnare e diffondere la Dottrina Sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano, perché tale dottrina ne propone le dirette conseguenze nella vita della società e inquadra il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo Salvatore…. La ‘nuova evangelizzazione’ –  così scriveva Giovanni Paolo II nel 1991 ma, come si vede, l’espressione “nuova evangelizzazione” è di grande attualità – …. deve annoverare tra le sue componenti essenziali l’annuncio della Dottrina Sociale della Chiesa, idonea tuttora, come ai tempi di Leone XIII, a indicare la retta via per rispondere alle grandi sfide dell’età contemporanea, mentre cresce il discredito delle ideologie. Come allora, bisogna ripetere che non c’è vera soluzione della ‘questione sociale’ fuori del Vangelo….” (n.5).

Nel 2004 il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha pubblicato il “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”.

In esso si spiega, secondo la citata lezione del Beato Giovani Paolo II, che “la Dottrina Sociale è di natura teologica, e specificamente teologico-morale”, che la stessa ha “il suo fondamento essenziale nella Rivelazione Biblica e nella Tradizione della Chiesa”, che “la fede, che accoglie la parola divina e la mette in pratica, interagisce efficacemente con la ragione”, per cui la Dottrina Sociale, “in quanto sapere applicato alla contingenza e alla storicità della prassi, coniuga insieme ‘fides et ratio’ ed è espressione eloquente del loro fecondo rapporto”; che “la fede e la ragione costituiscono le due vie conoscitive della dottrina Sociale, essendo due le fonti alle quali essa attinge: la Rivelazione e la natura umana”; infine, che “la centratura sul mistero di Cristo non indebolisce o esclude il ruolo della ragione e perciò non priva la Dottrina Sociale di plausibilità razionale e quindi della sua destinazione universale” (nn.72-75).

Il dialogo fecondo tra fede e ragione è più volte richiamato da Benedetto XVI nella Caritas in veritate, laddove, con un’immagine caratteristica del suo insegnamento, spiega che “la ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione, ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano” (Caritas in veritate, n.56; cf. Joseph Ratzinger, Ciò che tiene unito il mondo in J. Ratzinger – J. Habermas, Etica, religione e Stato liberale, Brescia 2005, pp. 55-56).

In breve, se, come più volte abbiamo ripetuto, la Dottrina Sociale della Chiesa ha un fondamento religioso, questo deve essere inteso nell’orizzonte del dialogo fede-ragione, che è già interno al cristianesimo stesso, né può essere escluso il confronto con la prassi e la contingenza storica.

Opportunamente, Don Innocenti nella nota 37 a p. 31 cita il Discorso di Giovanni Paolo II a Puebla in cui si precisa che la Dottrina sociale della Chiesa “nasce, alla luce della Parola di Dio e del Magistero autentico, dalla presenza dei cristiani in seno alle situazioni mutevoli del mondo, a contatto con le sfide che da esse provengono” (p.21).

Non posso lasciare l’argomento senza una precisazione, che ritengo di fondamentale importanza.

Si è detto che la Dottrina Sociale della Chiesa, è di natura teologica, che appartiene al campo della teologia, ma sul punto occorre chiarire.

La Dottrina Sociale della Chiesa non è espressione di opinioni teologiche, ma del Ministero di insegnamento della Chiesa.

Come leggiamo ancora nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, “la Dottrina sociale non è solo il frutto del pensiero e dell’opera di persone qualificate, ma è il pensiero della Chiesa, in quanto è opera del Magistero, il quale insegna con l’autorità che Cristo ha conferito agli Apostoli e ai loro successori: il Papa e i Vescovi in comunione con lui…. In quanto parte dell’insegnamento morale della Chiesa, la Dottrina Sociale riveste la medesima dignità ed ha la stessa autorevolezza di tale insegnamento. Essa è Magistero autentico, che esige l’accettazione e l’adesione dei fedeli” (nn.79-80).

Correttamente, quindi, Don Innocenti scrive che “la Dottrina Sociale della Chiesa fa parte del Magistero ordinario, che obbliga ad un assenso religioso….. Vi sono verità di per sé non impervie al lume naturale della ragione, ma nella presente condizione del genere umano, praticamente difficili da valutare in modo retto senza l’aiuto soprannaturale. Le direttive del Magistero che sono raccolte nella Dottrina Sociale della Chiesa sono proprio il frutto di quell’aiuto soprannaturale. La coscienza individuale deve conformarsi a quelle direttive per essere retta, senza chiudersi nella sua asserita certezza soggettiva. Questo non significa che la Dottrina Sociale della Chiesa sia definita una volta per tutte: nel confronto storico, anzi, essa sarà continuamente aggiornata, ma, in sostanza, non contraddetta” (p.14).

Coerente con questa impostazione è quanto osserva Mons. Antonio Livi, secondo cui “la Dottrina sociale della Chiesa non è equiparabile, formalmente, a una opinione teologica, dato che non ha le caratteristiche congetturali che sono proprie della scienza teologica, mentre ha le caratteristiche dogmatiche che sono proprie del Magistero ecclesiastico…. La Dottrina sociale cristiana è un servizio che la Chiesa offre al mondo, non a prescindere dalla sua specifica missione soteriologica ed escatologica, ma proprio in virtù di essa: infatti, la verità soprannaturale (ossia rivelata), della quale la Chiesa è depositaria e interprete infallibile, è connessa logicamente alle verità naturali, anche di ordine morale, che riguardano il bene comune temporale e la giustizia sociale” (A. Livi, Vera e falsa teologia, Roma 2012, p. 278).

 

4. Per concludere

Non posso entrare, per evidenti ragioni di tempo, nel dettaglio dei singoli capitoli che costituiscono l’opera di Don Innocenti: mi permetto solo di segnalare quello sulla democrazia e sul rischio di un suo scadimento in totalitarismo, come più volte hanno ammonito i Pontefici da San Pio X, al Ven. Pio XII, al Beato Giovanni Paolo II, fino a Benedetto XVI e al suo meraviglioso discorso al Parlamento della Repubblica Federale Tedesca del settembre 2011.

Ho preferito delineare quelle che sono le linee essenziali della Dottrina Sociale della Chiesa, come correttamente ci viene presentata da Don Innocenti, nel suo fondamento sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, nella sua natura di parte integrante dell’annuncio cristiano, annuncio proposto in maniera autoritativa dal Magistero della Chiesa, quale interprete sia del dato rivelato sia della legge naturale, nella sua unitarietà e  coerenza di corpus dottrinale, che abbraccia documenti e insegnamenti precedenti e successivi all’ultimo Concilio Ecumenico, patrimonio dei credenti offerto a tutti gli uomini di buona volontà per difendere e promuovere la dignità della persona, chiamata a vivere nel tempo, ma destinata all’eternità.

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