La falsa profezia – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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xxgstntrSappiamo quanto è importante la profezia nell’annuncio cristiano. Essa sviluppa quella veterotestamentaria, anche se la sua funzione è diversa, giacchè mentre la profezia dell’Antico Testamento annuncia la venuta del Messia e quindi un nuovo sacerdozio ministro del Messia e pastore e maestro della Chiesa da Lui fondata, la profezia neotestamentaria è un dono dello Spirito Santo in collaborazione col ministero degli apostoli e ad esso sottomesso in ordine alla diffusione del Vangelo, con particolare riferimento all’interpretazione dei segni dei tempi, all’applicazione del Vangelo nella prassi ed alla previsione dei futuri piani del Signore.

Il ministero magisteriale degli apostoli, sotto la guida di Pietro è, per espressa dichiarazione di Cristo, infallibilmente assistito dallo Spirito di Verità, che attribuisce al Magistero della Chiesa l’istanza ultima e definitiva nell’interpretazione autentica ed autorevole della Parola di Dio e nella sua esplicitazione lungo i secoli, al fine di far giungere il popolo di Dio alla “pienezza della verità” (Gv 14,13), fino alla fine del mondo.

Il Magistero della Chiesa, come è noto, interpreta e comunica agli uomini i contenuti della divina Rivelazione, le cui fonti sono la Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura. Per questo, non è lecito giudicare o sindacare l’insegnamento del sommo Magistero, quale che sia o a qualunque livello di autorità, appellandosi direttamente o alla Tradizione o alla Scrittura, quasi che possa avvenire che la Chiesa venga meno alla sua fedeltà alla Parola di Cristo.

Come risulta invece già dall’Antico Testamento e come è confermato da Cristo, la profezia  non è sempre autentica. Non sempre lo Spirito Santo soffia ed ispira la vera profezia; ma può capitare e capita che essa sia solo apparente e che in realtà essa sia ispirata dallo spirito della menzogna. Occorre pertanto un prudente discernimento per distinguere la vera dalla falsa profezia.

Nel Nuovo Testamento il discernimento sicuro e definitivo della verità evangelica proviene dal Magistero della Chiesa. Una supposta profezia che non sia conforme alla dottrina della Chiesa, è falsa. Viceversa è impossibile che la profezia convinca la dottrina della Chiesa di falsità.

            Differente è il linguaggio profetico da quello del Magistero. Differenti, come abbiamo accennato, possono essere anche i contenuti: più pratici, quelli della profezia; più dottrinali, quelli del Magistero, si tratti di dogma o di morale. Invece i contenuti di fede ovviamente sono gli stessi, sotto la vigilanza, supervisione o episkopè (da cui episcopus) suprema del Magistero.

            E così pure, tanto la profezia quanto il Magistero possono avere dei contenuti pastorali, ossia ordinati ad insegnare ai pastori come guidare il gregge o a insegnare cose pratiche per la condotta santa del gregge. Mentre nell’insegnare la dottrina della fede il Magistero non può sbagliare, l’errore può insinuarsi nelle direttive o disposizioni o scelte od orientamenti pastorali.

            Su questo piano il profeta potrebbe avere ragione contro l’autorità ecclesiastica. E questa, almeno per un certo tempo, potrebbe sbagliarsi nella condotta da tenere con un profeta, vero o falso che sia. Potrebbe trattar male il vero ed essere benevola verso il falso.

            Quanto alla questione del linguaggio, il linguaggio dogmatico del Magistero è il linguaggio più proprio ed autorevole per esprimere i misteri della fede, perché garantito dall’assistenza dello Spirito Santo; esso mira alla precisione dei concetti, così da evitare gli equivoci, anche se non rifugge del tutto dall’uso della metafora, dell’immagine e del simbolo, soprattutto se si trovano nella Scrittura.

            Esso fa uso di nozioni naturali universali, proprie della ragione come tale, indipendenti dalle varie culture, così da poter comunicare a tutti gli uomini il messaggio universale del Vangelo. Per questo, propone formule fisse ed invariabili, come quelle che troviamo nel Credo, nei dogmi e nei canoni dei Concili Ecumenici.

            Certamente anche il Magistero della Chiesa nei secoli ci ha guidati e ci guida a progredire nella conoscenza del mistero di Cristo, ma conservando sempre ai dogmi quel senso e quel significato che la Chiesa stessa ha stabilito immutabilmente al momento della loro definizione. Così il modo col quale la Chiesa esprime i contenuti della fede può essere migliorato, ma non è mai sbagliato. Né tanto meno si può prendere a pretesto l’esigenza di un’espressione moderna per cambiare i concetti di fede in nome di indiscriminati riferimenti al pensiero moderno o di improbabili esperienze immediate ed atematiche del mistero di Cristo.

            Il linguaggio della Chiesa è un linguaggio canonico, obbligatorio per tutti. Invece il linguaggio profetico, che è varabile e multiforme, è oggetto delle libere e soggettive preferenze di ciascuno. E qui è sempre possibile inventare un nuovo linguaggio.

            Invece il linguaggio profetico rispecchia il genio personale del profeta o i caratteri della sua particolare indole o cultura o ambiente storico, soprattutto se il profeta è dotato di doni poetici ed abilità oratoria. Indubbiamente, come si è detto, anche la profezia è dono dello Spirito Santo, ma siccome Questi agisce nell’ordine e non a caso, i doni dei profeti sono vagliati, verificati,  autenticati, canonizzati, governati ed ordinati dai doni gerarchici degli apostoli, ovvero dal Magistero episcopale e pontificio.

            Il Magistero quindi, quando lo ritiene opportuno o doveroso per il bene della Chiesa, può correggere o addirittura smentire la predicazione di un supposto profeta, il quale, pertanto, in questa circostanza, si rivela essere un falso profeta. Viceversa nessun profeta può avere mai la presunzione di correggere o rifiutare il Magistero, anche appellandosi alla Bibbia o alla Tradizione. Si rivelerebbe con ciò stesso un falso profeta.

            Se tuttavia il Magistero ci aiuta a discernere i veri dai falsi profeti dal punto di vista dottrinale, ciò non impedisce che si dia nel Magistero, in certe circostanze, un atteggiamento pastorale imprudente o sbagliato, tollerando o dando qualche riconoscimento a personaggi di successo, che passano per profeti o posseggono effettivamente alcune doti che concorrono alla vocazione profetica.

            In questo caso spetta al comune fedele o ad altra autorità ecclesiastica illuminata o a qualche buon teologo vigilare e comportarsi di conseguenza, il che non significa assumere un criterio di giudizio dottrinale indipendente da quello del Magistero, cosa che li farebbe automaticamente cadere nell’errore del falso profeta, ma significa valersi dello stesso criterio di valutazione dottrinale, che per ipotesi non è stato usato dall’autorità ecclesiastica, la quale, con imprudente condotta pastorale, ha dato credito o ha concesso spazio al falso profeta.

            Tuttavia questi casi dolorosi sono rari. Prima o poi il falso profeta viene smascherato e punito, come è sempre accaduto per gli eretici, i quali quasi sempre all’inizio, per la loro astuzia diabolica, ingannano la stessa autorità della Chiesa.

            Famoso è rimasto il caso del prete spagnolo Miguel Molinos nel sec.XVII. Sembrava un grande mistico e si attirò l’ammirazione di mezza Europa e poi si scoprì che era un impostore. Il discernimento della vera profezia spesso non è facile e richiede tempo. Capita che alcuni buoni teologi segnalino il pericolo, ma per lungo tempo non vengano ascoltati, perché la S.Sede è pressata dai numerosi sostenitori dell’astutissimo e influente eretico. Per questo si dice che “Roma va con i piedi di piombo”; benchè, se fosse più sveglia, non sarebbe male.

            Oggi il falso profetismo è un aspetto del modernismo e da lui viene foraggiato. Più specificamente si rifà al protestantesimo, magari col pretesto dell’ecumenismo. Questo profetismo, quindi, volentieri si rifà direttamente alla Bibbia per sbugiardare il Magistero, valendosi eventualmente di esegeti modernisti e filoprotestanti di successo.

            In tal modo purtroppo prospera un ecumenismo, che non riflette quello autentico promosso dal Concilio Vaticano II, il quale auspicava che i fratelli separati, corretti i loro errori, entrino nella Chiesa cattolica. Invece il falso ecumenismo, in voga da cinquant’anni, favorito da questi falsi profeti, si guarda bene dal correggere i protestanti, per cui di fatto succede che invece di essere loro ad avvicinarsi a Roma, sono molti i cattolici che, pur conservando il nome di cattolici, sono di fatto protestanti.

            D’altre parte, la soluzione non è neppur quella di voler correggere il Magistero dottrinale in base ad un appello diretto alla Tradizione con l’accusa che il Magistero avrebbe rotto con la Tradizione, cosa che per un cattolico è impensabile. Così, da una parte abbiamo i profeti modernisti  che contestano il Magistero in nome di Lutero, mentre dall’altra abbiamo certi tradizionalisti poco illuminati, che pretenderebbero richiamare il Magistero al suo dovere di maestro della fede.

            Invece il nostro auspicio, e per questo invochiamo lo Spirito Santo, è che il Santo Padre, con atteggiamento veramente imparziale, “senza piegare né a destra né a sinistra” (Dt 5,32), valendosi del suo supremo ufficio di Maestro della fede e Pastore universale della  Chiesa, riesca a far luce in questa intricata vicenda e a metter pace e concordia in questo clima sovraeccitato di tensione fra queste due fazioni che dividono la Chiesa, ricordando a tutti che Scrittura e Tradizione sono sì le fonti della Rivelazione, ma in quanto unite[1], mediate, interpretate e insegnate dal supremo Magistero della Chiesa.

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[1] In unum coalescunt, dice il Concilio.

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10 commenti su “La falsa profezia – di P. Giovanni Cavalcoli, OP”

  1. È impensabile, e di fatto non è avvenuto, che il Magistero solenne rompa con la Tradizione.
    Purtroppo è avvenuto e avviene che il Magistero ordinario rompa con la Tradizione.

    Proprio ieri padre Livio ha insistito a lungo, dando degli “incompetenti” ai critici del Papa, sul fatto che il “pelagianesimo delle opere religiose formali” è realmente deleterio e va stroncato. Ora – come padre Cavalcoli sa bene – l’applicazione del termine “pelagianesimo” all’osservanza dei precetti della Chiesa è abusiva. Questo termine si riferisce all’idea ereticale antica secondo cui la natura umana non è realmente ferita dal Peccato Originale, e quindi l’uomo “di buona volontà” (tipo il massone odierno) puà salvarsi autonomamente, scegliendo di comportarsi bene senza aver bisogno della Grazia Divina per questa scelta.
    Invece l’ossessiva applicazione della polemica di Cristo contro i Farisei a una parte dei fedeli cattolici risale solo agli anni ’70: nel momento in cui si rifiutava l’evidenza evangelica, cioè che gran parte dell’Israele esistente al tempo di Cristo Lo aveva aborrito e poi ucciso, si rivolgeva la dura invettiva del Signore contro i “vignaioli omicidi” all’interno del corpo della Chiesa.
    E a proposito di “corpo”: su Telepace, in questi giorni, un prete ha detto testualmente “Il Corpo di Cristo è la Chiesa… è tutta l’Umanità”. “Beato” accostamento di Dio e Satana, proprio sulla base dell’idea pelagiano/massonica che il Peccato Originale non vi sia stato, o sia stato una semplice scalfittura.
    Auguri per l’Assunta a padre Cavalcoli

    1. Caro Raffaele, inanzitutto Le faccio i miei complimenti per questo Suo ottimo commento e poi vorrei chiederLe un parere…secondo Lei padre Livio pensa realmente ciò che dice o i suoi sono solo ipocriti e patetici slogan per ottenere l’approvazione papale alle presunte apparizioni di Medjugore?
      Se a questa domanda vuole rispondere anche padre Livio in persona è il benvenuto…così vedremo quale grande “teologia” si nasconde dietro gli insulti ai cattolici che vogliono essere fedeli a Cristo in TUTTO (compreso un eroico Cattolico appena deceduto e che prima o poi sarà canonizzato)…ci spiegherà anche quanto e perchè a lui diano fastidio i moralisti e i rigidi eticisti che si oppongono all’aborto e all’ideologia gender con tutte le loro forze e che cosa ne pensa del quinto e del sesto Comandamento, della Marcia per la Vita e del perchè abbia ritenuto più opportuno parlare della dieta della Merkel piuttosto che di tale Marcia.
      Ci dirà anche se la salvezza delle anime è ancora la PRIORITà della Chiesa o se crede che si salvino tutti sempre e comunque; nel primo caso ci spiegherà perchè attacca così frequentemente chi cerca di avvicinare le anime al Paradiso!
      Padre Livio viene sicuramente a sapere di quello che viene scritto su questo sito, se ciò lo riguarda direttamente…vediamo se avrà il CORAGGIO di rispondere a questo mio invito, rispondendo in modo CHIARO e senza girare intorno ai discorsi…facile parlare dai microfoni di una radio…vedremo se sarà anche in grado di sostenere un confronto!
      Credo che non esistano argomentazioni per giustificare il recente atteggiamento di padre Fanzaga, per cui gli sarebbe inutile cercare di arrampicarsi sugli specchi: basterebbero delle pubbliche e sincere SCUSE e un cambio di atteggiamento per riabilitarsi completamente….ma purtroppo chi inizia a rotolare verso il basso, difficilmente è in grado di tornare indietro!

      1. Grazie di cuore, caro Diego.
        Il mio parere è questo: padre Livio ha paura.
        Certamente lei ricorderà il celebre “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi ” di papa Benedetto, all’inizio del Suo Pontificato: Quei lupi esterni e interni alla Chiesa che Lo avevano condannato -lo si intuiva allora, lo si è visto negli anni di Pontificato- per aver ribadito la condanna della Massoneria, l’unicità salvifica di Cristo (“Dominus Iesus”), la realtà corporea della vita di Cristo e di Maria in Paradiso.
        Proprio questi punti, oggi, sono “cestinati” dalla predicazione prevalente e “non difesi” -per usare un eufemismo- dal Magistero pontificio.

        Padre Livio, a mio giudizio, è “interessato” a ciò che accade a Medjugorje, ma non legato a esso da un vincolo decisivo. Come è consueto -purtroppo- per il Clero, egli tende a VALUTARE Medjugorje, anziché a farsene aiutare.
        Invece ha percepito benissimo il mutamento di atmosfera nella Chiesa, che in pratica significa “Roma non è più contraria al Modernismo” (o “l’esercito piemontese è entrato in Vaticano”), e teme di fare rapidamente la fine dei Francescani dell’Immacolata.
        Sono convinto che non sia neppure molto turbato nel sostenere il contrario di ciò che ha sempre sostenuto: la papolatria è una brutta piaga, ma è in parte giustificata dalla grandezza dei Papi degli ultimi decenni (tranne il “Papa Buono”).
        Possibile che un Papa abbia sbandato? … Meglio bastonare i “diversi” come fa Lui. Questo il pensiero di padre Livio

        1. Ieri, in parrocchia, atroce e amplissima omelia ereticale.

          Il giorno dell’Assunta, in Corea, il Papa ha concluso l’omelia con l’affermazione “Nel Regno Eterno, regnare è servire”.
          La dottrina cattolica è: “È una fatica, ma anche un privilegio, poter servire oggi il Signore nei nostri fratelli. Si tratta di un’azione regale, che ci merita di poter regnare con Cristo e la Vergine per l’eternità. Servire Deo regnare est”.
          La frase del Papa, drammaticamente, è l’inverso

          1. Caro Raffaele, nella mente di molti l’immanentismo si è sostituito al trascendente, così scambiano la VERA Vita Eterna (il PARADISO), con la “vita buona e piena” che ha (o dovrebbe avere) su questa terra chi segue Cristo: sapesse quante omelie immanentiste e insipide ho sentito (ad esempio:”non rispettare i 10 comandamenti non è peccato perchè lo dice Dio ma perchè non rispettandoli viviamo male, solo seguendo Cristo noi possiamo vivere una vita piena”; oppure:”se vi comportate bene e seguite le Leggi di Dio non aspettatevi il Paradiso, aspettatevi di vivere una vita buona”).
            Abbiamo avuto un’ulteriore dimostrazione che il Magistero ordinario NON è infallibile: c’è qualche normalista che vuole provare a dimostrare che la frase del Papa è giusta e Cattolica?

  2. paolo pasqualucci

    REV. P. CAVALCOLI O.P. : Nel Suo intervento Lei scrive che il Vaticano II “auspicava che i fratelli separati, corretti i loro e r r o r i , entrino nella Chiesa cattolica”. Le sarei grato se Lei potesse cortesemente segnalare a me e a tutti i lettori il p r e c i s o t e s t o d e l C o n c i l i o dal quale Ella ha tratto la frase in questione. Sono andato a rileggermi i 24 articoli del Decreto “Unitatis Redintegratio” sull’ecumenismo ma non vi ho trovato ne’ la lettera della frase in questione ne’ il concetto che essa vuol esprimere. Ho consultato la traduzione italiana “I documenti del Vaticano II” pubblicata dalle Edizioni Paoline, Alba 1980. Nel ricco indice per argomenti non si trova nulla ne’ sotto la voce “errore” ne’ sotto quella “Fratelli – separati”. Idem per il testo in latino (“Concilii oecumenici Vaticani II. Constitutiones – Decreta – Declarationes, curante Florentio Romita, Desclee ac Socii – Romae, 1967, con il relativo indice). Nel decreto “Orientalium Ecclesiarum” sulle Chiese orientali cattoliche, all.art. 25 si dice: “Dagli Orientali separati che, mossi dalla grazia dello Spirito Santo vengono all’unita’ cattolica, non si esiga piu’ di quanto richiede la semplice professione di fede cattolica”. Di “errori” da correggere, si suppone nella forma sempre richiesta nei secoli dalla Chiesa cattolica in queste circostanze, nemmeno l’ombra. Se non erro, nei testi del Vaticano II non si parla mai di “errori” dei cosiddetti “fratres seiuncti”. Tuttavia, potrei aver letto male o interpretato male. Le sarei quindi grato se Ella volesse gentilmente soddisfare la richiesta di cui sopra. Credo che anche gli altri lettori gliene sarebbero grati. Cordialmente, in corde Mariae, PAOLO PASQUALUCCI

  3. Ci sono dei limiti che neanche il Papa può superare!
    Il Magistero è funzionale alla Sacra Scrittura e alla Sacra Tradizione e non viceversa: se le contraddicesse sarebbe giucabile, eretico e da rifiutare!
    Il Deposito Della Fede non può essere modificato neppure dal Magistero Straordinario.
    I dogmi (atti di Magistero Straordinario) sono irreformabili, un atto di “magistero” che li contraddicesse sarebbe un atto di antimagistero!
    Nessuno può CAMBIARE la Fede Cattolica, Papi e Concilii possono solo difenderla.
    La Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura, il Magistero Dogmatico (verità definitorie), Paradogmatico (verità definitive) e il Magistero Universale Cattolico sono ben conosciuti e irreformabili, QUALUNQUE cosa contrasti con essi NON è CATTOLICA: se al prossimo sinodo il Papa, con un atto di Magistero (fosse anche Magistero Dogmatico), dichiarasse lecita la contraccezione abortiva e la Comunione ai divorziati che convivono, cosa dovremmo fare, seguirlo nell’APOSTASIA abolendo gran parte del quinto comandamento, e alcune frasi dette da San Paolo e da Gesù in persona e mancare di rispetto al Suo Santissimo Corpo profanandoLo volontariamente?
    Io preferisco restare cattolico, aderendo alla Fede di sempre (Dio non si contraddice e ha GIà parlato CHIARAMENTE) e come ho già detto più di una volta se al Sinodo si toccherà il Deposito Della Fede saremmo in stato di Scisma Capitale (l’unità è possibile solo nella Verità e se Pietro saltasse fuori dalla barca non sarebbe possibile seguirlo)!

  4. Ha ragione P. Cavalcoli nel dire che la Chiesa insegna (con il Concilio Vaticano I e contro i Gallicani di allora) che gli atti promulgati dall’Autorità mediante l’esercizio del Magistero Ordinario Universale sono di per sé infallibili. Ma il Concilio Vaticano II, che nonostante sarebbe dovuto essere magistero straordinario e solenne si volle “pastorale”, non può nei suoi pronunciamenti essere ridotto ad una sorta di omiletica estemporanea, quando difatti proprio lo stesso Paolo VI lo disse “supremo magistero ordinario” e ratificò in nome di Dio e della Chiesa ogni singolo documento : «Tutte e singole le cose stabilite in questa Dichiarazione [spec. la Dignitatis Humanae] piacquero ai Padri. E Noi, con la potestà Apostolica conferitaCi da Cristo, unitamente ai venerabili Padri, NELLO SPIRITO SANTO le APPROVIAMO, DECRETIAMO e STABILIAMO, e ciò che è stato sinodalmente stabilito, COMANDIAMO che SIA PROMULGATO a gloria di Dio». S’è vero che con il Concilio Vaticano II e le riforme che ne sono seguite (riforma liturgica, nuovo diritto canonico, canonizzazioni, etc. : tutti atti di magistero infallibile nell’ORDINE PRATICO) è emersa una contraddizione a livello di magistero universale – e s’è vero che non può essere sciolta a questo livello senza violare lo stesso principio di non-contraddizione (pena la perdita della ragione) – senza perdere la serenità e la pacatezza dovuta credo si dovrebbe prende in seria considerazione l’eventualità, già argomentata dal P. Guérard des Lauriers, che l’eletto al Soglio Pontificio non avesse più partecipati da Dio i carismi necessari a guidare la Chiesa Cattolica e che quindi gli insegnamenti e gli atti promulgati non provenissero dalla Chiesa ma da un conciliabolo. Non vedo cosa ci sarebbe di così improbabile nel fatto che Dio rigetti colui che, eletto validamente (fino a prova contraria) dal Conclave, dicesse di accettare ma decidesse in cuor suo di porre una riserva agli obblighi impostigli dall’elezione, rifiutandosi di compiere il bene e il fine della Chiesa perché convintamente intenzionato a rivoluzionarla dal di dentro (elementi patenti in questo senso sono del resto emersi proprio nel caso dell’ultima elezione). Molti importanti teologi e dottori della Chiesa hanno con serietà parlato in via ipotetica del caso del “papa eretico” senza con ciò escluderne la possibilità, perché oggi se ne dovrebbe escludere l’eventualità quando i fatti stanno lì a richiedere chiarificazione in nome della salvaguradia della fede e della salvezza delle anime?

    1. Ma quando mai il CVI ha insegnato che il Magistero ordianrio universale è di per sè infallibile? Il Magistero ordinario di per sè non è infallibile, lo è solo se in esso è presente la nota di continuità con la Tradizione.

      1. Concilio Vaticano I, Cost. dogm. “Dei Filius”, Denz. 3011, “Inoltre, con fede divina e cattolica, si deve credere tutto ciò che è contenuto nella parola divina di Dio scritta e tramandata, e che la chiesa propone di credere come divinamente rivelato sia con un giudizio solenne, sia nel suo magistero ordinario e universale” (“Porro fide divina et catholica ea omnia credenda sunt, quae in verbo Dei scripto vel tradito continentur et ab Ecclesia sive solemni iudicio sive ordinario et universali magisterio tamquam divinitus revelata credenda proponuntur”).

        “Nel determinare i limiti dell’ubbidienza nessuno creda doversi ubbidire all’autorità dei Sacri Pastori, massime del romano Pontefice, soltanto in ciò che spetta al dogma, il cui pertinace ripudio non può sceverarsi dal peccato di eresia. Che anzi, neppur basta l’accettare con fermo e sincero assenso quelle dottrine le quali, quantunque non definite da un solenne giudizio della Chiesa, tuttavia vengono dall’universale ed ordinario…

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