La famiglia secondo la Bibbia, anche per l’umanità del XXI secolo  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

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zzSanta_FamigliaQualche mese fa feci una riflessione attraverso la visione che, dell’amore e del matrimonio, ebbe il popolo di Israele nell’Antico Testamento, per giungere poi alla visione cristiana  che elevò a Sacramento effusivo di Grazia Santificante questo antichissimo istituto che oggigiorno si fa di tutto per deformare e svuotare di contenuto, soprattutto nei paesi di antica tradizione cristiana. Il mio scopo era aiutare, con le mie piccole forze, i coniugi che vivono con difficoltà la loro unione rammentando loro fraternamente che quel Dio che benedì le Nozze di Cana con la Sua presenza e con un segno che gli sposi non avrebbero mai più potuto dimenticare, non farà mancare il Suo sostegno a chi Gli chiede con cuore sincero di aiutarlo a portare questa pesante Croce.

Quel mio scopo è ancora valido e operante perché, dopo aver riflettuto sul matrimonio, capisco che ora devo riflettere sul suo frutto più importante: la famiglia, quella famiglia vittima anch’essa di tanti fraintendimenti che rischiano di snaturarla attribuendole caratteristiche che, non solo non le appartengono per natura, ma che rischiano addirittura di annullarla.

Nell’Antico Testamento la famiglia aveva il ruolo fondamentale di educare alla fede conservando e perpetuando la memoria degli eventi miracolosi che avevano condotto Israele alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto. La festa di Pesach (Pasqua) commemorava l’Esodo (Es 12, 26 – 27) e i padri, capi famiglia, avevano il compito di spiegarne il significato ai figli secondo le disposizioni del Deuteronomio: “Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni … che il Signore nostro Dio vi ha date? tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci” (Dt 6, 20 – 23). Ricordare, custodire, trasmettere il significato degli eventi è quindi il nucleo dell’educazione religiosa che si deve impartire in famiglia di generazione in generazione. Ma anche i figli hanno il dovere di interrogare i padri: ” Ricorda i giorni del tempo antico, / medita gli anni lontani. / Interroga tuo padre e te lo racconterà, / i tuoi vecchi e te lo diranno” (Cantico di Mosè, Dt 32, 7).

       La letteratura sapienziale è ricca di ammonimenti e raccomandazioni sia per i padri che per le madri,  perché la saggezza si trasmette di generazione in generazione: chi ora è padre o madre, a suo tempo è stato figlio o figlia e ha ricevuto gli stessi insegnamenti dai propri genitori; perciò spera che suo figlio svolga in futuro lo stesso compito che ora sta svolgendo lui. Il libro dei Proverbi usa molto frequentemente l’espressione “figlio mio” a dimostrazione dell’importanza e del ruolo fondamentale rivestito dalla famiglia nell’educazione dei giovani: “Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre e non disprezzare l’insegnamento di tua madre, perché saranno una corona graziosa sul tuo capo e monili per il tuo collo” (Pr 1, 8 – 9). “Figlio mio, non dimenticare il mio insegnamento e il tuo cuore custodisca i miei precetti, perché lunghi giorni di vita e pace ti porteranno” (Pr 3, 1 – 3).  Ancora oggi, nelle famiglie ebree osservanti si celebrano alcune liturgie domestiche, come lo Shabbat, dove il compito della madre è accendere le luci del sabato (che inizia la sera del venerdì) mentre il padre benedice i figli insieme al pane posto sulla tavola imbandita a festa.

        I Proverbi, poi, esaltano il ruolo della madre di famiglia e della padrona di casa in termini che, se oggi fanno ridere (scioccamente) le femministe e le donne in carriera, nondimeno contengono una verità eterna sulla quale converrebbe tornare a riflettere seriamente: “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto” (Pr 31, 10 – 11). Il salmista, dal canto suo, celebra l’uomo che teme il Signore perché sarà benedetto da Lui attraverso“la sposa come vite feconda nell’intimità della casa e i figli come virgulti d’ulivo intorno alla mensa” (Sal 127, 3).

       A volte, però, neppure al tempo dell’Autore biblico le cose andavano tanto bene tra le generazioni. Come avviene anche al giorno d’oggi, a volte anche allora c’erano figli disobbedienti, scapestrati o scavezzacolli che si ribellavano alla disciplina e ai rimproveri paterni, perciò il IV Comandamento del Decalogo ammonisce “Onora il padre e la madre”, mentre non esiste un Comandamento inverso che imponga ai genitori di amare i propri figli e di prendersene cura, perché l’amore dei genitori per i figli è legge di natura, comune anche agli animali, specialmente mammiferi (“L’amore scende, non sale”, dice un vecchio proverbio). Al Decalogo fa eco il libro del Siracide, che non figura nel canone ebraico ma è accolto dalla Chiesa Cattolica: “Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole … Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore” (Sir 3, 1- 2; 12 – 13). Queste parole andrebbero ricordate a certi figli di cui abbiamo avuto notizia mediatica che hanno approvato, o addirittura assecondato, il suicidio, più o meno assistito, dei loro genitori definendo “un atto di libertà” quello che invece io ritengo frutto della solitudine e della mancanza di amore.

         Nel Nuovo Testamento l’angolo di visuale è un po’ diverso e a prima vista si direbbe che c’è una notevole differenza sul modo di concepire la famiglia. Il Vangelo si rivolge agli adulti, è un invito alla metànoia, all’abbandono radicale della mentalità pagana per contribuire all’instaurazione del Regno di Dio. A una lettura affrettata  si direbbe che Gesù reputi la famiglia quasi un ostacolo all’annuncio del Regno di Dio. Gli accenni sono diversi e ne citerò solo due: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29); “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). L’espressione è forte e la Bibbia di Gerusalemme spiega che l’uso del verbo “odiare”, attribuito  da Luca a Gesù, è una delle tante espressioni semitiche, di cui è ricca la lingua greca usata dall’Evangelista, per indicare il distacco completo e immediato dall’assolutizzazione degli affetti familiari; il riferimento alla moglie, poi, esprimerebbe la sua tendenza ascetica, alla quale sembra quasi fare eco S. Paolo: ” …è cosa buona per l’uomo non toccare la donna; tuttavia per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito” (1Cor 7, 1).

          In realtà anche secondo il Nuovo Testamento la famiglia è il luogo di elezione dove si accoglie, si vive e si trasmette la fede. S. Paolo, nella seconda lettera a Timoteo (1, 5), gli rammenta che le prime educatrici alla fede del suo allievo furono la nonna Loide e la madre Eunice.  Nel Vangelo secondo Luca, al momento dell’Annunciazione Gabriele presenta a Maria il concepimento di Gesù come un dono di Dio: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (1, 35); Elisabetta, piena di Spirito Santo, “esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” (1, 42). Più tardi, alla nascita di Giovanni, lo Spirito Santo farà esclamare a suo padre Zaccaria: “Benedetto il Signore Dio d’Israele perché ha visitato e redento il suo popolo …” (1, 68). Il Signore esalta e santifica l’archetipo familiare mandando figli come il Redentore del mondo e, poco prima di Lui, il Profeta che gli spianerà la strada.

         Gesù trascorse l’ infanzia e l’adolescenza, “crescendo e fortificandosi“, in una famiglia tipicamente giudaica in cui si osservava la Legge del Signore (Lc 2, 21 – 22). Egli “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”  sottomesso ai genitori (Lc 2, 51- 52) pur avendo chiaramente dichiarato, in un momento preciso della sua adolescenza, che doveva osservare un’obbedienza più importante di quella dovuta loro e cioè quella dovuta al “Padre suo” , che lo aveva spinto a sottrarsi momentaneamente alla sorveglianza dei suoi genitori terreni per andare a parlare del Padre celeste, Lui, apparentemente un ragazzo qualunque agli occhi del “mondo“, nientemeno che con i Dottori del Tempio, “pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte” (Lc 2, 49).

          Gesù apprezza la famiglia perché accetta, con sua Madre, l’invito alle nozze di Cana; nelle parabole usa la metafora nuziale; benedice i bambini; invia i missionari nelle famiglie con l’incarico di benedirle, ma in altri momenti incorrerà anche nella incomprensione dei suoi stessi familiari e parenti e sembrerà quasi rinnegarli, come quando proclama:” Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre!” (Mc 3, 35) oppure: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8, 21)[1]. In un altro momento sembra quasi negare l’importanza della famiglia umana dicendo: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10, 37).  Ma ribadisce con forza l’indissolubilità del matrimonio benedetto da Dio richiamando il disegno primordiale di Lui (Mt 19) anche se, per facilitare l’avvento del Regno, forse si dovrà rinunciare al matrimonio perché “ci sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli” (Mt 19, 32). E’ un insegnamento è difficile e non tutti lo capiranno, perché in contrasto con la disposizione mosaica – dovuta come, infatti spiega Gesù, alla “duritia cordis” del popolo – che permetteva al marito di dare alla moglie l’atto di ripudio: “Gli dissero i discepoli: Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna non conviene sposarsi. Egli rispose loro: Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso” (Mt 19, 10 – 11),  a dimostrazione che il Regno di Dio può essere raggiunto anche percorrendo strade diverse, a seconda delle diverse vocazioni (al matrimonio o alla castità) e secondo la “multiforme sapienza di Dio” (Ef  3, 10 – 11) ma se ci si vuole dedicare esclusivamente ad esso, Gesù invita alla continenza perpetua.

         In altri passi del Vangelo e del Nuovo Testamento la famiglia è coinvolta nella  conversione insieme al suo capo. A Cana di Galilea un funzionario del re, il cui figlio era gravemente malato, implora Gesù di guarirlo. In un primo momento Gesù sembra riluttante: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete“, ma l’altro insiste:”Signore scendi (a Cafarnao, dove si trovava suo figlio) prima che il mio bambino muoia“. Risponde Gesù, commosso davanti al dolore del povero padre: “Va’, tuo figlio vive”. L’uomo “credette e con lui tutta la sua famiglia” (Gv 4, 46 ss).

         Negli Atti sono numerosi i passi in cui un’intera comunità familiare (definita oikos, cioè casa, da Luca) si converte mettendo la propria abitazione privata a disposizione dei fedeli per il culto e la preghiera. Questo infatti aveva fatto Maria, madre di Giovanni detto Marco, nella cui casa si pregava per Pietro, imprigionato da Erode (At 12, 12). Del pari, nella città di Tiàtira,  Paolo convertì una “commerciante di porpora“, di nome Lidia, insieme a tutta la sua famiglia e la donna volle ospitare i missionari (At 16, 14 ss). A Roma, i coniugi Aquila e Priscilla “rischiarono la testa“, e si guadagnarono la gratitudine di Paolo, mettendo a disposizione dei cristiani la loro domus (Rm 16, 3). E’ noto, infatti, che la maggior parte delle antiche chiese paleocristiane di Roma – la prima che mi viene in mente è la bellissima S. Martino ai Monti (Domus Equitii), tra il Colle Oppio e la via Merulana – sorsero tutte sulle vestigia sotterranee di antiche case private ancor oggi visitabili.

       Anche i consanguinei di Paolo si dimostrano  vicini a lui nella fede  perché gli Atti menzionano un ragazzo, suo nipote in quanto figlio di sua sorella il quale, rivelandosi piuttosto in gamba, riuscì a penetrare nella fortezza in cui era detenuto lo zio per informarlo del complotto ordito contro di lui dai Giudei e consentì  perciò all’Apostolo di salvarsi denunciando all’Autorità romana i suoi persecutori i quali,

contravvenendo alle disposizioni del tribuno “avevano fatto voto con giuramento esecratorio di non toccare né cibo né bevanda sino a che non avessero ucciso Paolo” (At 23, 12 ss).

        Paolo si preoccupa molto che nelle famiglie regnino la pace e la concordia, il rispetto reciproco, l’obbedienza dei figli ai genitori ma anche la tenerezza dei genitori per i figli (Col 3,18 ss;  Ef 5, 21 ss). Il Matrimonio è un “mistero grande” perché si riferisce a Cristo e alla Chiesa, rivelando  perciò la novità dirompente proposta del Cristianesimo rispetto alla morale familiare sia pagana che giudaica che ammettevano il divorzio. Invece Paolo è drastico: “Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie” (1Cor 7, 10 – 11). Nelle pericopi successive, invece, Paolo introduce quello che gli esegeti hanno chiamato “il privilegio paolino” rivendicandone però, con molta chiarezza, la paternità: “Agli altri dico io, non il Signore:  se un nostro fratello ha la moglie non credente (cioè non battezzata) e questa consente a rimanere con lui, non la ripudi … perché la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi. Ma se il non credente vuole separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù”. Paolo comprende benissimo che se il coniuge pagano non accetta la fede del partner cristiano e vuole separarsi, è meglio lasciarlo andare, altrimenti la vita coniugale sarebbe impossibile. “Dio vi ha chiamati a stare in pace! E che sai tu, donna, se salverai il marito?O che sai tu, uomo, se salverai la moglie? (1 Cor 7, 15 – 16).

        Come si vede, Paolo ne ha per tutti. Le donne anziane “devono insegnare il bene per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo” (Tt 2, 3 – 5). Tutti, poi, devono prendersi cura dei propri cari, soprattutto di quelli della propria famiglia, altrimenti “si rinnega la fede e si è peggiori di un infedele” (1Tim 5, 8). L’umanità del XXI secolo dovrebbe tenere bene a mente altre parole della lettera a Tito, come quelle di fuoco che Paolo dedica ai cattivi maestri ai quali  “bisogna chiudere la bocca, perché mettono in scompiglio intere famiglie insegnando, per amore di un guadagno, disoneste cose che non si devono insegnare” (Tt 1, 11). Come non pensare a coloro, anche cattolici, che oggi sostengono il divorzio, l’aborto, il matrimonio tra omosessuali, la  procreazione artificiale, l’eutanasia e tante altre false conquiste umane, dicendo che “i tempi sono cambiati”?

         Sono innumerevoli i passi del Nuovo Testamento che consentono di ricostruire lo stile di vita, lo spirito e il clima che si cercava di instaurare nelle famiglie dei battezzati. Sono princìpi di valore eterno a cui tutti possono attingere riaprendo il libro. Nelle famiglie cristiane si mangiava “rendendo grazie”, si praticava l’ospitalità, si rispettava il matrimonio, si onoravano i genitori, non si stava in ozio, non si usava un linguaggio sconveniente, non ci si mentiva, si condividevano i beni, i coniugi pregavano insieme, nel dolore si pregava, nella gioia si lodava Dio, nella malattia si chiamavano i presbiteri per l’unzione degli infermi, si praticava quotidianamente il perdono reciproco. Tutte cose che oggigiorno sembrano dimenticate perché la famiglia è diventata la cenerentola della società umana o meglio la si vuole riplasmare secondo l’egoismo dell’uomo.

         Che la famiglia possa essere fonte di infelicità e di delusione è cosa risaputa. Non esistono assicurazioni umane che ci possano garantire contro  il fallimento di un matrimonio o contro la delusione che possono darci i nostri figli. Anche le famiglie più solide e fiduciose nell’aiuto di Dio sanno che il loro compito, sia nei rapporti di coppia che in campo educativo, è diventato tale da far tremare le vene e i polsi ai coniugi più forti e sicuri nelle loro consapevolezze, perché non c’è più la totale sintonia tra famiglia, scuola e società che esisteva prima della secolarizzazione spinta che viviamo oggi. Oggi, infatti, al primo sentore di crisi coniugale il “mondo” preme per la separazione dei coniugi, addirittura abbreviando i tempi e facilitando le modalità per ottenere il divorzio, senza alcun riguardo per l’impegno assunto dagli sposi  e per le conseguenze a carico dei figli. Si vorrebbe addirittura obbligare la scuola a insegnare teorie antropologiche contrarie al comune buon senso. Il crollo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione dimostrano che molti giovani, anche di onesto e retto sentire, sono scoraggiati dal metter su famiglia, nella totale indifferenza di una classe politica incapace di lungimiranza e di sollecitudine per il bene comune.  La Chiesa cattolica non sembra opporsi a queste tendenze nefaste, invasa com’è da un buonismo timido e imbelle che le fa dimenticare che tra i suoi doveri di “mater et magistra”  c’è anche quello di sgridare i figli ribelli. La Chiesa sembra oggi strizzare l’occhio al “mondo” e vuole piacere a tutti; evidentemente sta dimenticando il Discorso della Montagna: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi” (Mt 4, 11 – 12).

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[1] A questo punto devo aprire una parentesi. L’espressione “fratello” o “sorella” nel linguaggio semitico indicava non soltanto la consanguineità tra i figli degli stessi genitori, ma anche l’affinità dei “parenti”, come i “cugini”. Tuttavia questa espressione ha rappresentato in passato un buon argomento in mano ai protestanti, agli ebrei e a molti increduli per contestare la verginità perpetua di Maria attribuendole la nascita di altri figli dopo Gesù. Sia la Bibbia di Gerusalemme che la Bibbia Interconfessionale in lingua corrente (ed. LDC- ABU, 2000) e la Bibbia Via, Verità e Vita. Nuova versione ufficiale della C.E.I., (ed. SAN PAOLO 2009) hanno ritenuto di doversi attenere alla traduzione letterale (fratelli) di quella espressione semitica. Mi domando il perché, dato l’equivoco che tale traduzione letterale genera.

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3 commenti su “La famiglia secondo la Bibbia, anche per l’umanità del XXI secolo  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Articolo eccellente!
    Per distruggere il Cristianesimo è necessario distruggere la famiglia: divorzio, aborto, eutanasia, unioni sodomitiche, bioeticisti che predicano l’infanticidio (che già avviene, in modo attivo o passivo, nei confronti dei bambini abortiti vivi)…e ora la pretesa che sia lo stato ad educare i bambini ed i ragazzi sui temi fondamentali, ovviamente in senso immanentista ed anticristiano!
    Stanno mettendo in pratica molto bene la maggior parte delle cose che De Sade riteneva indispensabili per la nascita di uno “stato repubblicano”!

  2. Cesaremaria Glori

    L’ansia ecumenica ha indotto la gerarchia a mettere da parte certi aspetti della Sacra Scrittura che meritano un’adeguata esegesi. Così si lascia infiltrare il sospetto che Maria non sia rimasta sempre vergine e che altri figli abbiano allietato la sua vecchiaia. Strano però che non ci siano stati nipoti, nonostamnte che la Scrittura assicuri che anche la sterile avrebbe avuto sette figli per avere creduto in Dio. Inoltre se Maria avesse avuto altri figli perché affidarla al celibe Giovanni (invero questa maternità affidata a Maria è spirituale, ma se presa alla lettera come si fa con il termine fratelli, l’interrogativo si pone come sillogismo inevitabile)? Non ci si rende conto che a lasciar passare certe interpretazioni si creano altri e ben più gravi problemi interpretativi Incongruenze che sono inevitabili se si cerca di nascondere la verità.

  3. Siamo arrivati alla frutta, anzi, al caffè, con le direttive di indottrinamento omosessualista dei fanciulli sin dall’asilo infantile. Certo che Nostro signore non rimarrà indifferente a lungo ad un tale scempio dei fanciulli innocenti: ricordate le sue parole a proposito della macina legata al collo? non vorrei essere nei panni di questi pervertitori, e nemmeno in quelli di Scola, Nosiglia, ed altri pari loro, per i quali chi professa pubblicamente la verità cristiana sull’argomento pecca di delicatezza, di rispetto, di opportunità (vedi il caso della catechista milanese); ma c’è bisogno di questi pastori? la loro presenza, a mio, avviso, per il gregge è più di danno che di guadagno: ci sarebbero tante altre occupazioni alle quali potrebbero dedicarsi, senza far danni alla cristianità, come stano facendo. Suvvia, Eccellenze ed Eminenze rev.me, un po’ di coraggio evangelico, anche se don Abbondio si difendeva dicendo che il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare!.

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