LA FAVOLA DEI TELEFONI BIANCHI – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

È dato per convenuto che la cinematografia italiana degli anni Trenta e primi anni Quaranta sia stata quella dei telefoni bianchi. Con questa etichetta, che sottintende un giudizio alquanto spregiativo, si è liquidata un’intera stagione del nostro cinema come scadente, e come se il risveglio e il valore risiedessero esclusivamente nel periodo postbellico. Lì venne innalzato il mito del neorealismo, lì i nostri registi parvero vedere la luce o rinascere, di lì le loro opere varcarono l’Oceano per riscuotere il compiacimento e gli allori americani.

zacconi

Senza soffermarci a valutare il pregio di Ladri di biciclette, Suscià, Riso amaro, Paisà, eccetera, che sembra non abbiano retto alla prova del tempo, ma rappresentarono oltremodo le nostre miserie materiali e morali seguite alla guerra perduta, notiamo di passata che De Sica, Castellani, Lattuada e Rossellini avevano già dato un saggio durevole delle loro capacità, e che il loro riabilitarsi con un nuovo stile e contenuto non aggiunse niente a quanto avevano fatto prima, e non già come precursori del nuovo.

Dopo, semmai, si accreditarono presso la critica e il grosso pubblico anzitutto per un’inverecondia inedita e cruda.

Del resto, andando indietro scopriamo lavori affatto privi di patinatura, leziosità e retorica, insomma affatto realistici, specie di loro colleghi quali Gianni Franciolini (Fari nella nebbia), Amleto Palermi (Fiat voluntas Dei), Goffredo Alessandrini (Don Bosco), Francesco De Robertis (La vita semplice), ignorati dai ricercatori dei prodromi del verismo impostosi nel dopoguerra. E nelle varie commedie dei Matarazzo, Gentilomo, Mattoli, Poggioli, Bonnard, Mastrocinque non ricordo di aver visto alcun telefono bianco.

Al tempo della ricostruzione, sono questi ultimi ad alimentare la miglior vena artistica della regia italiana. Anche se alcuni si danno a comporre lavori che soddisfano il gusto popolare, e le loro opere drammatiche vengono ingiustamente snobbate, relegate nell’ambito del melodramma strappalacrime, mentre altri applicano la loro arte al difficile mestiere di far ridere – vedi le comiche di Totò -, e verranno lo stesso giudicati di serie B.

Chiuso il capitolo dei disordini aventi l’epicentro nelle pinete della Versilia e nella Napoli de La pelle di Malaparte, su quell’onda di mestiere eccellente, spesso rimasta entro il solco dei sani principi e cresciuta nel deprecato Ventennio, possiamo dire che si visse di rendita fin verso il termine del quinto decennio del Novecento, col contributo di un’attenta censura. Il riferimento alla Religione e alla moralità in sintonia con la Religione, non si scostava troppo dalla vita sociale, non aveva dell’anacronistico. Finché sopraggiunse La dolce vita…

Ci sono diversi modi per ottenere la valutazione del costume nazionale, e non solo, per rivivere epoche trascorse e stimare ciò che si è perduto ed, eventualmente, ciò che si è guadagnato, rendendosi conto della civile decadenza in cui siamo incorsi. Direi che il mezzo più immediato, al di là delle cronache giornalistiche, delle produzioni letterarie e artistiche, delle vicende politiche, consiste nel rivedere il cinematografo. Risalendo alla pseudo-liberazione degli anni Sessanta, con la sua retorica velenosa e tediosa, avente per bersaglio i tabù, tanto che i film di allora sono diventati inguardabili, dopo averla superata a ritroso, troviamo i temi veri e fondamentali, problemi e drammi di uomini e donne nella loro esistenza comune, nei comuni frangenti, dove i vizi restano vizi e le virtù, virtù; senza bisogno di spettacolarità, di fatti sensazionali, di situazioni scabrose e pruriginose, di avventure da fumetto: armamentario che oggi ha preso il sopravvento, con ogni evidenza. I costumi sono cambiati, si capisce, ma le soluzioni dovrebbero restare le stesse, la poetica la stessa, e invece non è così. I film migliori sono corrotti dai presupposti viziati, da indulgenze e falsità inammissibili.

La cultura? Dove ci fu un Processo e morte di Socrate di Corrado d’Errico (1939), magistralmente interpretato da Ermete Zacconi, adesso abbiamo il deserto. Quanto alla spettacolarità, non fine a se stessa ma funzionale alla trama (accadde il contrario per il cinema hollywoodiano, quando ricorse al cinemascope e alle esagerazioni scenografiche per reggere la concorrenza con la televisione), Abuna Messias (Alessandrini, 1939) e La corona di ferro (Blasetti, 1941) non la cedono ai colossal degli anni Cinquanta. Quanto all’eleganza stilistica e alla finezza ideale, si spazia da Cavalleria (Alessandrini) a I mariti (Mastrocinque) a Uomini e cieli (De Robertis). Notevolissima l’originalità espressiva di Castellani ne La donna della montagna, o la forza tragica di La freccia nel fianco (Lattuada). Svariati poi, i temi religiosi eminenti nei già accennati Don Bosco e Abuna Messias, cui bisogna aggiungere L’uomo dalla Croce (Rossellini), e presenti ne L’assedio dell’Alcazar (Augusto Genina) come in Montevergine (Carlo Campogalliani). L’elenco potrebbe continuare, ma è inutile la consultazione degli attuali repertori di cinema in merito alle recensioni. Esse provengono da critici imbevuti dei pregiudizi e della grossolanità in cui hanno avuto i natali e sono stati a scuola. Sono confinati nel disprezzo della probità, di ogni nobile sentire, positivamente inarrivabile per loro.

Come accedere alle vecchie pellicole salvate dall’ingiuria del tempo e spesso introvabili sul mercato? Se ne può scaricare un discreto numero con internet. A mio modesto parere, lo si può fare tranquillamente per uso personale, essendo l’unico modo per procurarsele.

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