La fede dei Cristiani in Palestina  –  di Cesaremaria Glori

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Guardavo quella gente mentre cantava, mentre si inginocchiava compunta, mentre si recava ad assumere l’Eucaristia e la paragonavo alla distratta e quasi sempre muta poca gente che frequenta le nostre celebrazioni  liturgiche e sentivo stringermi il petto da una sensazione di vergogna e di amaro rimpianto…

di Cesaremaria Glori

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dello stesso autore vedi anche: Resoconto di un pellegrinaggio in Terra Santa

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zzzzcttlplstnNel mio recente viaggio in Terra Santa ho avuto la possibilità di partecipare ai vari riti nella basilica del Santo Sepolcro, alla Natività, a Nazareth nella basilica dell’Annunciazione e in altre località minori frequentate dal grande pubblico dei pellegrini, come Cana, Tabga, Cafarnao, il Tabor, alle Beatitudini etc. In ognuno di questi luoghi sacri è ininterrotto il transito dei pellegrini che continuano a non badare alle voci diffuse dai media di tutto il mondo sui continui episodi di reciproca violenza fra arabi e israeliani.   La Palestina è una terra di profondi contrasti, uno specchio vivo dell’intero orbe disseminato di lotte e di odi profondi. Ma non è di questo che volevo esser testimone avendone, peraltro, già accennato. Ciò che mi ha più colpito e che ha stimolato le mie amare riflessioni è derivato dall’aver partecipato alle funzioni liturgiche delle parrocchie cattoliche officiate dai parroci o dai cappellani palestinesi. Le chiese sono piene, anzi strapiene e sovente debbono porre degli altoparlanti  esterni per coloro che non sono riusciti a trovare un poco di spazio all’interno. I bambini sono presenti e costituiscono una nota viva eppur non importuna. Sono lasciati liberi di spostarsi da un parente all’altro o fra i vari loro gruppetti che si formano ai piedi dei genitori o dei nonni. Questi bambini non urlano, non disturbano ma stanno vicini l’un l’altro e i più grandicelli badano ai più piccoli facendosi obbedire più con carezze che con modi imperiosi. I cori, sempre misti di voci femminili e maschili, sono fervorosi e cantano a piena voce e sempre molto bene intonati; i loro attacchi sono sempre all’unisono e senza sbavature dimostrando così una preparazione meticolosa che ha sicuramente richiesto una cura assidua con prove ripetute durante la settimana. A cantare non è soltanto il coro. Il coro è l’animatore dei canti che accompagnano i riti.

Al canto del Gloria, del Credo, del Sanctus, o dell’Agnus Dei è l’intera compagine dei fedeli che vi partecipa entusiasta , uomini e donne, sovente separati, gli uomini da un lato e le donne da un altro ma con numerose eccezioni. La lingua usata talvolta è quella latina ma nella maggioranza dei casi è quella araba. Ascoltare per noi, pur non comprendendo che pochissime parole, era un piacere per l’udito grazie alla bellezza dei canti e alla loro vigoria.  Alla distribuzione dell’Eucarestia tutti escono dai loro banchi per porsi in due file al centro della navata e seguono banco dopo banco il loro turno tornando  disciplinatamente al loro posto dal lato opposto. Anche i bambini sono portati verso l’officiante e il cappellano che distribuiscono l’Ostia consacrata. I più piccoli vengono portati in braccio e più grandicelli seguono o  precedono il congiunto. A loro il sacerdote non porge l’Ostia consacrata ma pone la mano destra sul loro capo in segno di benedizione appoggiando con l’altra mano un lato della pisside che contiene le particole. I bambini hanno imparato a segnarsi col segno della croce dopo aver ricevuto questa benedizione imitando alla perfezione i genitori e tornano poi al loro posto seguendo la fila. Uno spettacolo veramente edificante e, lo debbo riconoscere, anche commovente. Commovente al confronto di quanto avviene in Europa ed anche nella nostra vecchia e cara Italia che sino a mezzo secolo fa era ancora l’esempio vivente della partecipazione assidua e massiccia dei fedeli alla Santa Messa domenicale.  Guardavo quella gente mentre cantava, mentre si inginocchiava compunta, mentre si recava ad assumere l’Eucaristia e la paragonavo alla distratta e quasi sempre muta poca gente che frequenta le nostre celebrazioni  liturgiche e sentivo stringermi il petto da una sensazione di vergogna e di amaro rimpianto. Ricordo ancora vivamente quello che vivevo da chierichetto con la tonaca rossa e la gotta spesso troppo lunga e poi quel che vissi ancora per pochissimi anni da adulto. C’era ancora fede tra la nostra gente, sempre di meno ma ce n’era ancora.  Ed ora?  Meglio non parlarne.

Tempo fa assistevo nella cattedrale della mia città di adozione al funerale di un noto avvocato cattolico praticante. Non potevo mancare e trovai la chiesa insolitamente piena, più verso il fondo che verso l’altare, quasi si avesse vergogna di palesarsi troppo vicino all’officiante e ai suoi concelebranti. A partecipare al rito eravamo veramente in pochi e mi verrebbe da dire  che eravamo soltanto quattro gatti. Al canto del Gloria la stragrande maggioranza dei partecipanti al rito era muta, ma che dico, era assente. Ciascuno pensava ai fatti propri e credo fermamente che ben pochi seguissero il rito in silenzio, quel silenzio contagioso ispirato da una maggioranza palesemente estranea a ciò che si stava celebrando. Mi si creda: il mio animo era turbato e amareggiato. Mi chiedevo se siamo ancora un popolo cristiano e se ci fosse ancora un briciolo di fede nella massa di professionisti che quel giorno si trovava in quel luogo più per assolvere un obbligo di presenza che per sincera compartecipazione a quel che il rito stava a significare. Una turba di miscredenti, uomini e donne indistintamente.  Tutti vestiti di nero non per il rito che si stava celebrando ma perché il nero è il colore preferito dai professionisti d’oggi, quasi esso fosse la incosciente dimostrazione di un funerale che si sta celebrando a questa Italia agonizzante. Una volta a cantare nelle Chiese erano soprattutto le donne, oggi anche loro si sono ammutolite.

Il pesce sembra diventato il simbolo del moderno cristiano europeo od occidentale, ma non per il significato che nei primordi della Chiesa esso aveva, ma per il mutismo rigoroso che questa gente mantiene ogni volta che entra in Chiesa. Un mutismo che rappresenta l’espressione più vistosa e significativa della caduta verticale della fede nella vecchia Europa e in quest’Italia dimentica dei doni che quella antica fede ha dato a tutto il mondo civile. Quel mutismo rappresenta con cruda realtà l’apostasia di un intero popolo che ha lasciato ad una sua sparuta minoranza il carico di responsabilità che una comunità che si dichiara erede di sì grande civiltà ha gettato dietro le spalle come cosa di poco conto e di cui ci si vergogna. Ma attenzione , cara Europa e cara Italia, Dio non attende l’ultimo giorno per vergognarsi di chi lo ripudia con così grave ingratitudine. Prima di chiudere questo mio scritto vorrei lanciare un messaggio ai preti che leggono questa rubrica. Imitino i loro confratelli palestinesi invitando i partecipanti alle Sante Messe a condurre i bambini all’altare al momento della distribuzione dell’Eucaristia, affinché li possano benedire appoggiando sul loro capo la pisside che contiene l’Ostia consacrata. La rinascita della fede non può che ripartire dalle nuove generazioni e potranno essere soltanto esse a risvegliare quel poco che è ancora rimasto nel cuore degli adulti.

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7 commenti su “La fede dei Cristiani in Palestina  –  di Cesaremaria Glori”

  1. I bambini in chiesa sono ormai così rari,che quando li si vedono insieme ai loro genitori,pare di vedere chissà che.Eppure una volta non era così,le famiglie andavano unite alla Messa e i frugoletti se li tenevano accanto ben educati e rispettosi (certo con alcune innocenti eccezioni).Banchi sempre più vuoti e prevalenza di persone anziane stanno a dire la condizione della fede oggi.Figurarsi file di bimbi in attesa di benedizione. Neanche nei santuari dove la distribuzione della Comunione avviene in maniera talmente veloce e quasi meccanica, che più che altro pare che siano tutti lì per ricevere il loro “contentino” e, una volta preso e messo in bocca, se lo vadano a ingoiare da un’altra parte, forse per stare più comodi. E’ vero, comunque, che fuori d’Italia i fedeli sono più attenti e più fervorosi. Ho avuto modo di notare questa cosa in Francia,ad Ars,nella chiesa del Santo Curato: un’attenzione e una partecipazione che da noi non esiste, insomma una devozione che a vederla servirebbe da esempio

  2. Commovente descrizione apprezzo e chiediamo al buon Dio di vivere nuovamente così le nostre Messe. Siamo in pochissimi a desiderarlo, ma ci siamo. Gesù e Maria hanno promesso che non ci lasciano soli.

  3. V- Maria A Civitavecchia, la B.V. Maria, supplica, sì supplica! che ritorniamo alla fede e a vivere le promesse battesimali, a consacrarci al Suo Cuore Immacolato, per sfuggire al giudizio di Dio che incombe sul nostro imminente futuro per la generale
    apostasia che devasta la cristianità, fin dentro la Chiesa. Non lasciamo passare con una scrollata di spalle quest urgenti, assillanti, attuali messaggi. Ne va della Vita: Quella eterna.

  4. Non siamo soli, a quanto leggo, nella nostra amarezza… Sono stato anch’io in Palestina, nel 2013. Con una associazione cattolica decisamente post conciliare, i cui preti amano molto papa Giovanni XXIII e amano un po’ meno papa Luciani (perché rigido preconciliare, a detta di uno di loro). Avrei voluto beneficiare anch’io della stessa esperienza edificante, ma nel mio gruppo (in cui in verità il sacerdote dovette mancare, affidandolo ad una laica) ero il solo, o quasi, ad essere credente e praticante. Fu un’esperienza umana molto bella, e sociopoliticamente interessante e drammatica. Ma di Dio e anima si è parlato poco e niente! 8 giorni intensi, in cui sono riuscito a malapena a visitare il santo Sepolcro, cercando, in 2 o 3 su una tredicina di persone una chiesa per la santa Messa domenicale, guardati quasi come alieni. Tante cose belle e giuste, ma temporali, e nessuna o quasi attenzione a Dio nei luoghi in cui ha camminato, ha dato il Sangue ed è risorto! Questo è il cattolicesimo…

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