La ferita sulla spalla destra di Gesù – di Cesaremaria Glori

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La sesta piaga sul corpo di Nostro Signore. I mistici colloqui di S. Bernardo di Chiaravalle e le rivelazioni di S. Pio da Pietrelcina al giovane sacerdote Karol Wojtyla. Le posizioni contraddittorie della scienza “ufficiale”.

di Cesaremaria Glori

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 Tiziano, Gesù e il Cireneo

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La rilevazione sulla Santa Sindone di una macchia quadrangolare di circa 10x 9 cm. all’altezza della scapola destra aveva fatto supporre, a più di un ricercatore, una possibile lussazione della spalla di origine traumatica. Questa lussazione non poteva essere stata provocata da un violento strattone dell’avambraccio per consentire l’inchiodatura del polso alla trave. Una lussazione non provoca la lacerazione dell’epidermide e l’abbondante fuoriuscita di sangue. Sanguinamento che non deve essere stato improvviso e di durata limitata ma continuato per quasi tutto l’evento della crocefissione se ha lasciato un’impronta così marcata sul telo sindonico. Che cosa può essere accaduto per determinare un sanguinamento così vistoso? Scarterei immediatamente l’ipotesi di uno sfregamento del patibulum dalla superficie scabra e rugosa, perché una trave si trasporta sulle spalle e non appoggiata sulle scapole. Né appare sostenibile l’ipotesi che il patibulum sia stato posto in bilico tra il collo e la spalla destra dell’Uomo della Sindone. Questa positura del legno avrebbe potuto costituire un possibile pericolo per coloro che attorniavano a fini di custodia e di controllo il condannato. Quella trave, fatta roteare con rapidità dal condannato, poteva atterrare coloro che lo controllavano a vista e metterli fuori combattimento e consentire così a suoi complici di approfittare del trambusto per  fuggire. D’altra parte, se andava male era meglio morire sul posto per mano degli altri soldati accorsi in aiuto di quelli atterrati che subire il supplizio della croce. Un disperato tentativo di accanita resistenza, servendosi di quell’impropria arma costituita dalla trave fatta mulinare come una mazza ferrata contro gli uomini di scorta, poteva obbligare costoro ad usare lance o altri oggetti contundenti abbastanza lunghi da poter colpire a morte il disperato o quanto meno a ferirlo seriamente sino ad abbreviargli notevolmente l’orrendo e lungo supplizio della croce.  Il supplizio della croce era talmente orrendo che poteva giustificare ogni tentativo per renderlo più breve possibile e, se riusciva, anche di poter essere colpito a morte sul posto ovvero, in casi fortunatissimi non era da escludersi del tutto una ancora più improbabile occasione di fuga se spalleggiato da complici determinati e pronti a sfidare gli uomini addetti alla custodia del condannato.  In breve l’ipotesi del patibulum posto di traverso sulla spalla del condannato era troppo pericoloso per coloro che erano chiamati a custodire e a condurre il condannato al luogo del supplizio.  La posizione della croce intera o del patibulum doveva garantire l’assoluta innocuità del condannato e l’assoluta sicurezza di chi lo controllava e del pubblico che sempre accompagnava il  chiassoso corteo verso il luogo del supplizio.

Ma c’è un altro motivo che induce ad escludere che Gesù portasse soltanto il patibulum, anche se questo fosse stato assicurato con funi sulle braccia del condannato. In passato c’è stato, tra gli studiosi della Santa Sindone, chi interpretò le due vistose macchie di sangue poste asimmetricamente sulla schiena dell’Uomo della Sindone come il risultato del sanguinamento provocato dallo sfregamento dell’epidermide contro la superficie scabra del legno. In tal caso si dimentica che Gesù indossava la sua lunga veste tessuta tutta di un pezzo e per tal motivo preziosa e degna di non essere divisa in parti eguali fra i carnefici ma estratta a sorte per non sminuirne il valore. Quella veste e la molto probabile sottoveste indossata come una camicia fece da scudo fra l’epidermide e il legno. La stessa lunga veste, inoltre, non avrebbe  mantenuto intatto il suo  valore se fosse stata lacerata dallo sfregamento provocato dalla scabra superficie del legno. Quelle macchie sul dorso di Gesù si debbono perciò far risalire a cause avvenute in momenti antecedenti al trasporto della croce ovvero a eventi posteriori, cioè durante l’atroce agonia sulla croce.

A mio giudizio quelle macchie sono la conseguenza delle profonde lacerazioni dell’epidermide avvenute durante l’agonia di Gesù sulla croce. Egli, per respirare, era costretto a sollevarsi leggermente sul tallone destro aderente allo stipe ( cioè al tallone del piede destro sul quale era stato posto il sinistro ed entrambi inchiodati con un solo lungo chiodo). L’Uomo della Sindone non poteva aiutarsi se non in modo impercettibile con le braccia, perché queste erano distese al massimo e non esisteva quella minima angolatura che consentisse di far perno sulla muscolatura che, invece, è possibile se c’è un angolo anche piccolo fra braccio e avambraccio. La pressione in quella situazione di braccia completamente distese, anzi  stirate sul patibulum, era possibile soltanto inarcando la schiena ( lo stiramento si deduce da altre deduzioni che non è qui il caso di prendere in esame). Quell’inarcamento, che dovette risultare sghembo per via della evidente lussazione della spalla destra (provocata nell’attuare lo stiramento al fine di far coincidere il polso destro sul foro di invito praticato nel legno) e della grossa ferita sanguinante in essa sottostante, determinò lo sfregamento sul legno orizzontale. Il che sta a dimostrare che il patibulum era anche alto almeno 12 centimetri, una misura che doveva rendere il peso dell’intera croce veramente insostenibile, in particolar modo da un  soggetto già estremamente debilitato come doveva essere Gesù. Quella croce poteva essere trasportata soltanto per trascinamento  poggiata su un omero e tenuta ferma con il braccio. Cioè proprio come la tradizione pittorica secolare cristiana ha sempre raffigurato Gesù che si trascina al Calvario.  Le tesi contrarie sono inaccettabili per due motivi : le due o tre cadute di Gesù lungo il percorso e il fatto che ci si trovava in Palestina, una terra ove non potevano essere lasciati oggetti impuri in spazi aperti e di comune transito, specialmente se vicini ai centri abitati come era il caso del Golgota situato proprio a ridosso delle mura cittadine. Le considerazioni in proposito sono le seguenti:

Se Gesù avesse portato soltanto il patibulum, questo avrebbe dovuto  essere necessariamente assicurato con funi alle sue braccia. In questo modo Gesù non avrebbe potuto servirsi delle braccia o di una soltanto di esse nel momento in cui precipitava a terra e avrebbe sbattuto violentemente la faccia sul terreno. Ma Gesù non sbatté la faccia a terra e lo dimostra il meraviglioso sembiante che ci offre il volto sindonico. E’ il volto di un uomo percosso e pieno di sangue ma che non ha perso  la bellezza dei suoi lineamenti, la sua nobiltà e la sua dolcezza. E’ un volto maestoso e non un volto deturpato e deformato dall’ematoma che si sarebbe sviluppato su tutta la faccia se fosse precipitato a terra sbattendo violentemente il viso. Ho avuto modo di vedere i volti di persone ebbre cadute a terra sbattendo violentemente la faccia o di motociclisti caduti allo stesso modo durante la loro corsa. Hanno una faccia devastata, bluastra, gonfia, irriconoscibile, ripugnante. Il viso di Gesù che ci mostra la Sindone è invece maestoso e bello pur con tutti i segni della sofferenza della Sua Passione, un viso che attira, un viso che ispira fiducia, bontà, mansuetudine e giustizia. E’ il sembiante di un uomo che ha molto sofferto ma che è rimasto  sostanzialmente integro.  Come avvennero allora le cadute di Gesù sulla via del Calvario? Egli cadde appoggiandosi a terra con il braccio libero o forse con tutti e due le braccia.  Lo proverebbe le tracce di aragonite trovate sulla Sindone all’altezza delle ginocchia.  L’aragonite è il minerale di cui è ricco il suolo di Gerusalemme. Ciò facendo mollò la presa del pesante legno, il quale toccò per primo il suolo con la parte terminale del braccio orizzontale rivolto verso il terreno. Questo impatto fece sussultare la croce che rimbalzò e ricadde pesantemente sulla spalla di Gesù all’altezza della clavicola, fratturandola in tre punti e provocando una grossa ferita che cominciò a sanguinare, specialmente quando quel pesante spigoloso incrocio delle due travi Gli fu riposto sopra la stessa spalla , probabilmente, in modo non certo premuroso e cauto. Il dolore che dovette allora provare dovette essere tremendo. Quel peso sulle esili ossa della fratturata clavicola dovette essere acutissimo e tale da suscitare in Gesù una situazione di angoscioso affanno e di affaticamento cardiaco che poteva sfociare in un collasso cardiocircolatorio.  Alla ulteriore caduta  se ne accorse il centurione, che, con occhio esperto, comprese che quel povero e mansueto Uomo non sarebbe arrivato vivo al luogo del supplizio. Per questo motivo la croce venne caricata sulla spalla del Cireneo che si trovava a passare da quelle parti col suo carico di ortaggi. Tornava infatti dalla campagna mentre il corteo attraversava la Porta delle Erbe.  Per precisare meglio l’evento la croce evitò che Gesù cadesse con la faccia a terra salvandogli integro il sembiante del volto ma Gli provocò quella ferita che Lui stesso rivelò essere quella che Gli dette maggior pena, come vedremo appresso.

L’altra considerazione che porta ad escludere che per Gesù e gli altri due compagni di pena fossero stati già predisposti gli stipiti sul colle del Golgota dipende dal fatto che l’evento avvenne in Palestina ove nessun oggetto impuro poteva restare incustodito in un luogo pubblico. Chi per primo avanzò quest’ipotesi si rifaceva alle notizie tramandateci  dagli storici antichi  su crocifissioni di massa eseguite dai romani per domare insurrezioni, rivolte o per punizioni a determinate categorie di persone come, ad esempio, i cristiani. In questi casi gli stipiti venivano lasciati sul posto pronti per essere riutilizzati. Ciò poteva avvenire in qualsiasi parte dell’Impero e fuori dei suoi confini ma non in Palestina ove il potere di Roma rispettava le costumanze locali ed evitava di lasciare oggetti impuri che avrebbero causato malumore anche nelle autorità con le quali era sempre conveniente cercare di collaborare e averle disponibili per tenere a bada le popolazioni sottomesse.  In Palestina era impuro un cadavere, anche quello di un morto per cause naturali, e, a maggior ragione, era impuro tutto ciò che veniva a contatto con esso, in particolar modo se la morte era dovuta ad un fatto cruento. La sepoltura di Gesù fu infatti frettolosa dovendo  essere fatta entro il tramonto, perché il giorno seguente era festivo e nessun oggetto impuro poteva essere lasciato all’aperto. Anche le croci furono tolte e messe da parte. Lo dimostra il fatto che furono trovate tutte e tre sotto il tempio che l’imperatore Adriano aveva fatto erigere alla dea Diana  sul luogo del Golgota, ove i cristiani, già a quell’epoca, si recavano in pellegrinaggio in modo molto riservato e senza dar nell’occhio. Tutto ciò che avesse avuto a che fare con un cadavere, specialmente se si trattava di una salma di persona deceduta in modo cruento, era impuro e doveva essere eliminato dalla circolazione. Questa proibizione deve avere impedito che la stessa Sindone fosse divenuta oggetto di culto in modo pubblico. Pur avendo avvolto il corpo del Redentore, per gli ebrei, o meglio, per coloro che non credevano nella divinità di Cristo Gesù, era di scandalo venire a contatto con quell’oggetto. I cristiani di Palestina,consci di questo rifiuto da parte dei loro confratelli non credenti, evitavano di manifestare liberamente il culto alle reliquie del Redentore, le quali presero tutte la via dell’emigrazione verso altri paesi che non avevano questo tipo di remore. La Sindone fu uno di questi.

Ed ora vengo al punto accennato sopra e cioè quale fu la piaga che più fece soffrire Gesù. Nessuno aveva sospettato che ci fosse stata una piaga ancora più dolorosa delle cinque piaghe ricordate dalla cristiana tradizione. San Bernardo di Chiaravalle in uno dei suoi mistici colloqui con Gesù domandò quale fosse tra le cinque piaghe  rammentate dalla Cristianità ( la ferita al costato e le quattro perforazioni degli arti) quella che Lo fece soffrire di più e Gesù rispose che fu un’altra che nessuno conosceva. Ecco quanto scrive in proposito San Bernardo: “ Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia.                                                                                                                                                                      

Questo è quanto ci riporta San Bernardo.             

C’è un altro fatto dei nostri giorni che rievoca, seppure in modo collaterale e indirettamente collegato con questa sesta e dolorosissima piaga di Gesù. Giovanni Paolo II nel 1948, quando era ancora un semplice sacerdote che studiava a Roma per frequentare gli atenei pontifici, andò in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo e si incontrò con Padre Pio. Sapendo che il santo frate aveva le stimmate gli fece la stessa domanda che San Bernardo fece a Gesù. E la risposta fu la stessa. Era la piaga sulla spalla. Quel colloquio rimase un segreto. Padre Pio aggiunse che nessuno ne sapeva nulla e che quella piaga non veniva nemmeno curata.  E nulla se ne seppe sino alla morte del santo frate.  Il futuro papa non ne fece parola ad alcuno, salvo al collega che lo accompagnò e che era il futuro cardinale polacco  Andrej Deskur, ora immobilizzato in una carrozzina.  Anche il cardinale tacque sino alla morte del papa G. Paolo II. A San Giovanni Rotondo se ne accorsero soltanto anni dopo rimettendo in ordine gli effetti vestiari di Padre Pio. Fu Fra Modestino, il frate laico suo compaesano che  lo aiutava in certe sue occupazioni di carattere domestico a rendersene conto. Il santo gli disse un giorno che uno dei grandi dolori che provava era quando si doveva cambiare la maglia. Fra Modestino non comprese ciò che c’era dietro quella frase, pensando al dolore che provava quando doveva staccare la maglia dalla ferita al costato. Si rese conto di quel che fosse soltanto riordinando gli effetti vestiari del defunto e futuro santo, dopo tre anni, il 4 febbraio 1971.  Era stato incaricato dal Padre Guardiano di raccogliere ogni cosa che era appartenuta a Padre Pio e di sigillarla  in appositi sacchetti di nailon. Si accorse che la maglia aveva una vasta macchia all’altezza della spalla destra, vicino alla clavicola. La macchia aveva un diametro di circa dieci centimetri (più o meno quello che si nota sulla Sindone). A togliersi la maglia il dolore doveva essere veramente acuto se la piaga era viva e le ossa fossero ancora rotte. Non si sa però se le fratture siano state riscontrate sullo scheletro della salma.  Di quella piaga non ne seppe mai alcuno. Ne era a conoscenza soltanto il futuro Papa Giovanni Paolo II e se il santo frate soltanto a lui lo rivelò doveva pur esserci una ragione particolare. Egli sapeva che cosa sarebbe diventato quel giovane sacerdote. Quel giovane sacerdote lo rivelerà un giorno, da Papa, al cardinale Deskur, ma il santo frate era già morto. Ed anche il cardinale mantenne il silenzio sino alla scomparsa del suo connazionale, anche lui avviato alla gloria degli altari.

Questi fatti che riguardano San Pio e san Giovanni Paolo II hanno poco a che vedere con l’aspetto strettamente tecnico dell’esame della Santa Sindone. Da un punto di vista strettamente scientifico non se ne può tenere conto, almeno così vuole la metodologia attuale che esclude a priori lo studio di qualsiasi causa o effetto di natura extranaturale. Ciò appare, a mio giudizio, illogico e contrario alla vera scienza che deve occuparsi di tutto ciò che assume una manifestazione reale. La stessa Scienza, con la psichiatria, pretende di analizzare e studiare ciò che non ha riscontro materiale, fisico, quantitativamente e numericamente verificabile. Lo studio del subconscio pretende di scendere nei recessi della psiche umana senza però ammettere che esistano cause immateriali – come sono le reminiscenze ancestrali  o certe percezione di natura ignota. Anche i fatti accertati relativi ai mistici sono fatti reali ma in tal caso la Scienza si dichiara estranea e decide di non prendere in esame ciò che ha però una reale manifestazione. Un comportamento contraddittorio, salvo poi a studiare i cosiddetti fenomeni paranormali che di scientifico, cioè di fenomeni materialmente accertabili, non avrebbero nulla al pari dei fenomeni mistici. La negazione della metafisica arriva all’assurdo di cancellare fenomeni che hanno una manifestazione reale che anche gli analfabeti sanno percepire, mentre sarebbe ora che anche la Scienza cominci a studiare i fenomeni che riguardano tanti soggetti che vengono sinora classificati come mistici e perciò non catalogabili fra le categorie accertabili scientificamente. Sarebbe invece ora che si cominci a parlare di una Scienza della Mistica. Pare un ossimoro ma non lo è, perché appartiene al mondo del reale, cioè di ciò che avviene e che è risaputo anche se negato che possa essere.

Che cosa ci insegnano queste mie brevi note: lo studio della Sindone ci rivela sempre nuove scoperte e continuerà a farlo sino a quando quel telo ci mostrerà il corpo del Redentore. Quando l’immagine svanirà forse sarà scoccata l’ora della ricomparsa di quella stessa persona  impressa in quel telo, di nuovo in carne ed ossa. Che sia quel telo l’orologio del nostro tempo?

Prima di chiudere vorrei trascrivere la preghiera che San Bernardo dettò in accompagnamento ai tre Pater, Ave Gloria suggeriti da Gesù stesso:

Dilettissimo Signore Gesù Cristo, mansuetissimo Agnello di Dio, io povero peccatore, adoro e venero la Vostra Santissima Piaga  che riceveste sulla spalla nel portare la pesantissima croce del Calvario, nella quale restarono scoperte tre sacratissime ossa, tollerando in essa un immenso dolore; Vi supplico, per virtù e meriti di detta Piaga, ad avere su di me misericordia col perdonarmi tutti i miei peccati sia mortali che veniali, ad assistermi nell’ora della morte e di condurmi nel vostro regno beato. Amen 

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16 commenti su “La ferita sulla spalla destra di Gesù – di Cesaremaria Glori”

  1. Grazie. Grazie a Cesare Maria Glori per aver pubblicato questo articolo e la preghiera. Quand’ero bambino e ragazzino m’era stata insegnata da una mia zia che la recitava; non sapevo (Chissà, forse non lo sapeva nemmeno la zia) che fosse di San Bernardo. Oggi l’ho trovata qua: che bella sorpresa. M’è parso di sentire ancora le voci, i suoni, i profumi d’un tempo, ohimè, non più prossimo. E la Fede d’allora. Grazie.

  2. Trovai quella preghiera unitamente al testo delle sette preghiere di Sant Brigida da recitarsi per dodic anni e quotidianamente, unitamente alle dette preghiere, la recito concludendo con i tre Pater, Ave e Gloria;
    nello stesso testo è anche riportato quanto segue:
    Papa Eugenio III su istanza di S. Bernardo concesse le indulgenze a chi propagherà questa orazione e la porterà sempre con sè, a chi reciterà 5 Pater, Ave e Gloria, frequentando i SS. Sacramenti e pregherà per il Sommo Pontefice.

  3. Dante Pastorelli

    Per me è un’autentica scoperta. Grazie di cuore. Diffondiamo le parole di Cristo a S. Bernardo e, soprattutto, la preghiera.

  4. luciano pranzetti

    Ottima e fondatissima ipotesi che, allo stato delle ricerche sindoniche, è l’unica che, con dati inconfutabili, rende ragione della presenza di quella macchia.Molto opportuno e illuminante il riferimento all’alter Christus, san Pio da Pietrelcina.

  5. Da quello che ricordo però, uno dei profeti aveva riferito che nessun osso del Signore Gesù sarebbe stato mai rotto.
    Così avvenne, con definitiva conferma, quando i soldati spezzarono le gambe ai ladroni per vedere se erano morti, e non lo fecero al Signore Gesù perchè dopo avergli forato il costato appurarono che era già morto.
    Nessuna frattura quindi.
    E la descrizione di San Bernardo infatti non lascia pensare ad una frattura ma parla di “tre ossa scoperte per portare la croce”, non di 3 ossa rotte.
    Solo per precisare.
    Emanuele

  6. Cesaremaria Glori

    Ringrazio Emanuele. La sua precisazione è opportuna e perfettamente condivisibile.Quanto al dolore bastava la lussazione per la fuoriuscita dell’omero dalla cavità glenoidea ad acuire il dolore del Redentore Nostro. La lussazione dovette essere provocata dall’atroce stiramento al fine di far combaciare il foro d’invito praticato in precedenza sul legno con il polso. Stiramento che, probabilmente, non raggiunse completamente l’effetto sperato, visto che sul polso destro non appare la chiazza tondeggiante di sangue che, al contrario, è così nitida su quello sinistro.

  7. Grazie, ignoravo tutto questo.

    Oggi leggo, dopo 3 giorni dall’aver scoperto questa terribile piaga, questo articolo su uno studio della Sindone sulle
    braccia disarticolate
    che lascia senza parole.
    é al di là della comprensione pensare a quell’Amore!

  8. Interessantissimo articolo! Grazie per le delucidazioni così puntuali. Conobbi l’Orazione alla piaga della spalla di Gesù quand’ero alla scuola media, navigando nel web. Da allora la recito tutte le mattine… e sono passati 13 anni!

  9. Questa scoperta, la Santa Piaga della Spalla di nostro Signore..la più dolorosa, l’ho fatta fatta circa un anno fa e da quel giorno, ogni giorno, recito questa meravigliosa Orazione di S. Bernardo per onorare questa Santa Piaga.

  10. …credo che qualsiasi commento sia superfluo…pensiamo all’atroce dolore che provocò quella Piaga alla Spalla di Gesù e non solo alla Spalla e tutto questo per noi, per la nostra salvezza. Grazie Gesù!!

  11. FRANCESCO NASO

    GRAZIE, GRAZIE DI CUORE PER LA DESCRIZIONE DI QUESTA ULTERIORE PIAGA: QUESTA, ACUISCA ANCOR PIU’ LA NOSTA COMMOSSA
    GRATITUDINE AL NOSTRO REDENTORE, CI AIUTI A SOSTENERE CON DOLCEZZA OGNI PROVA E CI TENGA LONTANI DAL PECCATO QUANDO AVVAMPA
    L’ATTACCO DELLA TENTAZIONE.

  12. Ho scoperto della piaga alla spalla solo ieri e ne sono ancora molto scossa. L’articolo ricostruisce l’atrocità della Passione di Cristo con estrema precisione, competenza e plausibilità. Ringrazio l’autore. Ringrazio anche Paolo per la segnalazione dei recenti studi sulla Sindone: Gesù inchiodato non una ma due volte.. Gesù Amore Puro, Agnello sacrificale, misericordioso e giusto venga il tuo regno. Amen

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