La festa della Liberazione, finalmente

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Qui in Italia tutto bene. Finalmente ci stiamo liberando dal virus ed è meraviglioso che accada proprio in coincidenza del 25 aprile, festa della Liberazione. Scherziamo, naturalmente. Da noi la situazione è grave, ma mai seria e continua la tragedia in forma di farsa di una nazione ridicola. Un impunito bracconiere disse una volta, strizzando l’occhio, che la caccia è chiusa, ma mai a chiave. Così va in Italia, strano paese in cui si può manifestare per celebrare il 25 aprile, ma i partecipanti dovrebbero essere multati in massa per aver contravvenuto alla regola “ferrea” #iorestoa casa.

Invece no. La presidenza del consiglio dei ministri, unica autorità ammessa in tempo di virus, in società con la task force di Vittorio Colao, gran visir dell’industria delle telecomunicazioni (oh…) ha emesso un comunicato nel quale si permette alle associazioni partigiane di celebrare la Liberazione. La sua lettura è assai istruttiva, uno spaccato conciso ma essenziale dello Stivale. Premesso in caratteri maiuscoli che il Proconsole Unico Conte “non esclude in alcun modo l’Anpi dalle celebrazioni del 25 aprile”, si dà via libera al rituale di ogni anno in nome “dell’importanza di difendere la memoria democratica del Paese”. Difendiamola, dunque, e ci piacerebbe sapere chi la minaccia, poiché l’antifascismo in assenza di fascismo somiglia assai a un funerale in cui manca il morto: in linea con i tempi.

Turba il concetto: una festa nazionale dovrebbe celebrare la storia della nazione o addirittura della Patria. No, è la semplice “memoria” dei fatti che hanno portato al 25 aprile 1945, da ribadire con i fervorini di impeccabili signori e signore con fascia tricolore circondati da un pubblico che impugna bandiere di un altro colore. Forse sono loro gli smemorati di Collegno, i manifestanti di rosso vestiti, che trasmettono la memoria “democratica” del Paese. Traduzione: l’Italia è nata il 25 aprile, con “questa” democrazia e “questa” repubblica. Non è una nazione, tanto meno una patria, ma un semplice Paese. Paese mio che stai sulla collina, cantavano tanto tempo fa i Ricchi e Poveri. Il mio, di paese, si chiama Maresca, sull’appennino pistoiese, è il luogo dell’anima, l’unico in cui sono stato davvero bambino e davvero felice.

Basta, parliamo seriamente, se l’avverbio si può attribuire al Paese Italia. La prima impressione è di giubilo: ora sappiamo che i manifestanti, sia pure opportunamente distanziati in ottemperanza alle “gride” del governo, sono tutti immuni e sani. Ovvio: diversamente, il signor Presidente, così attento alla nostra salute da confinarci in casa, non lo permetterebbe. Chissà che non stiano eseguendo segretamente tamponi a raffica agli iscritti dell’ANPI. Buona salute e lunga vita anche a loro, nei giorni in cui un’Italia di caporali infingardi multa due persone, buoni samaritani che accompagnavano in ospedale un malato di cancro. Gli stessi caporali evitano di bloccare tanti brutti ceffi indisturbati. Cinquanta energumeni in libera uscita attaccano i poliziotti (in questi giorni non riesco a chiamarli tutori dell’ordine) mentre arrestano due scippatori, anch’essi in libera uscita. La colpa è degli scippati. Come si permettevano di uscire di casa?

Eppure no. Nel momento in cui le mie dimissioni da cittadino di “questo paese” sono più irrevocabili che mai – quelle da italiano no, lo sono per nascita, cuore, lingua e cultura – voglio cambiare idea, alla mia età. Per la prima volta, celebrerò anch’io, un po’ discosto dagli altri – con il virus non si sa mai – la festa della Liberazione. Ho deciso infatti di attribuire alla parola fascismo l’etichetta eterna, universale e onnicomprensiva appiccicata negli ultimi, democratici decenni. Fascismo è ormai il nome collettivo di tutto ciò che è brutto, orribile, insopportabile, ingiusto. Bisogna opporsi al male, non c’è dubbio, ecco perché scenderò in piazza anch’io, con mascherina, guanti e gel igienizzante.

È male, quindi fascismo, dare tutto il potere nell’emergenza a un gruppo di esperti in disaccordo tra loro, a una sedicente task force capitanata da un oligarca – Colao – di fiducia dei potenti non eletti (finanza, multinazionali, alta tecnologia, Big Pharma ecc.). È fascismo, perbacco, rinchiudere le persone oneste, sanzionarle, controllarle dall’alto, con gli uccellacci telecomandati chiamati droni, farli spiare dall’Ovra – Opera Vigilanza Repressione Antifascismo – con le celle telefoniche, richiesti , domani obbligati a chip sottopelle come il cane di casa, renderli nemici uno all’altro, tra sguardi torvi e la domanda fatale: perché non sei in casa? È fascismo bombardarci ogni giorno con un numero sterminato di messaggi televisivi, radiofonici, telefonici e in rete in cui ci si ingiunge di credere solo a loro, alle loro notizie, il Verbo calato dall’alto. Il resto è menzogna, reato, discorso di odio, fake news.

È fascismo purissimo processare un giornalista, Vittorio Feltri, invocando la Legge Mancino e il carcere, nonché il divieto di esercitare la professione, per avere espresso, per quanto in modo assai volgare, idee sgradevoli. È fascismo invocare la chiusura di siti Internet e il silenzio per le voci non in sintonia con la vulgata dominante. Non erano i fascisti che reprimevano la libertà di parola, quella di associazione e pendevano dalle labbra del Duce esattamente come ora sbaviamo alle omelie degli esperti e dei comunicati ufficiali diffusi dalla stampa e dalla televisione ufficiale, privata e pubblica? A proposito, forse è anche un po’ fascista l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, in mano ad alcuni grandi finanziatori privati, come Bill Gates. Chi paga i suonatori, decide la musica. È altamente fascista punire i sentimenti, le preferenze, ribattezzandole “discorsi di odio”.

Disse Liu Xiaobo, Premio Nobel per la pace nel 2010, dissidente cinese di un regime fascio-comunista capitalista, che “la libertà di espressione è la base dei diritti umani, la radice della natura umana e la madre della verità”. Pensava che la libertà di pensiero debba essere reclamata ad alta voce, la nostra e l’altrui. Immaginava un’umanità sveglia, la cui dinamica elementare è la comunicazione e il dibattito, chiavi della crescita civile. Ci ricordava che nessuno è padrone della verità, da ricercare nel confronto, diffidando di chi è certo di averla trovata una volta per tutte. Siamo ogni giorno più vicini a vergogne come la legge sulla stampa franchista o il Decreto sulla Stampa della Russia bolscevica, emesso per “evitare tensioni e violenza dovute a falsa informazione ed evitare appelli ad azioni contrarie alla legge vigente”. Fascismo rosso, se proprio non si riesce di pronunciare con sgomento la parola comunismo.

ll buon Liu ignorava che in seno a governi democratici – e laici, e progressisti, e antifascisti – potessero annidarsi elementi capaci di diffondere il virus proibizionista, l’amore per la censura e la museruola cari al nazista Goebbels. Vigilano su di noi, pensieri, parole, opere ed omissioni, onnipotenti più di Dio, giacché solo il governo e i suoi danti causa sono i possessori della verità e proteggono la nostra vita. È totalitarismo, ma se preferite chiamarlo fascismo, così sia. Attenzione però: qualcuno manifesta contro se stesso. Se “dai fatti occorre trarre significazione” fascisti siete voi. Ho impiegato più tempo degli altri a comprenderlo – colpa della mia testa dura – ma adesso ne sono convinto. Per questo eviterò di impancarmi nella guerra delle parole e andrò al sodo: poiché amo la libertà, anzi le libertà, divento antifascista e mi batto più di prima contro il totalitarismo.

La completa disintegrazione e atomizzazione della società in gruppuscoli identitari reciprocamente ostili, carichi di rancore vittimista, rende pressoché indispensabile un controllo ferreo e centralizzato per non precipitare nella guerra di tutti contro tutti (Hobbes). Ecco bell’e fatto un nuovo totalitarismo, falsamente benevolo, con trattamento zootecnico. Claude Polin, filosofo francese mai tradotto in italiano, nel suo Esprit totalitarie, afferma la necessità, per il potere totalitario, di un’unica narrazione. Ci insegna anche che anche il neoliberalismo, come il comunismo e il fascismo, vuole l’uniformazione degli spiriti e pratica la sorveglianza di massa. Per Polin, il totalitarismo è innanzitutto un fenomeno moderno che non riguarda la natura del potere, ma è frutto dello spirito egalitario e, indirettamente, della mentalità economica, levatrice del culto dell’uguaglianza declinata in uniformità.

Il totalitarismo da combattere sotto qualsiasi nome e forma, accettando di chiamarlo fascismo per stanchezza, fastidio di spiegare, eccepire, una fatica di Sisifo che porta all’estenuazione, non ha bisogno di tiranni assolutisti. Gli è sufficiente il controllo, mantenendo le caratteristiche formali dello Stato di diritto. Nei fatti, la padronanza del “racconto” significa già un atteggiamento che prescinde dal pluralismo e non sopporta il dissenso. Nei regimi liberi, dunque non fascisti, non ci sono dissidenti, ma oppositori sempre legittimi, tranne ovviamente chi agisce con la violenza. Già nel 1935 il sociologo Hans Kohn riconobbe le caratteristiche delle dittature moderne: una visione messianica del mondo, la determinazione della vita politica attraverso la conformità delle masse, l’uso politico della tecnologia e una coscienza politicizzata della legittimità che risale alla Rivoluzione Francese. Nel 1956, Carl Friedrich e Zbigniew Brzezinski, futuro consigliere di presidenti americani, approfondirono l’indagine , elencando i criteri che definivano totalitario un regime politico.

Il primo è diffondere un’ideologia ufficiale con elementi utopistici. I dettami del politicamente corretto ci hanno portato ad accettare senza obiezioni non solo la ridefinizione di molti costumi sociali, ma ha consentito l’invasione regolatrice di molti ambiti della vita privata. Dobbiamo comprare auto elettriche per motivi ambientali – in realtà per interessi industriali –. Si deve fumare meno e di nascosto, comprare “equo e solidale”, sostenere certe ONG verdi e umanitarie, non possedere armi (è il far west, orrore!) né fare giochi “violenti”, accettare tasse che derubano di metà del reddito, educare i figli come e dove vuole lo Stato, utilizzare un linguaggio “inclusivo”ed egalitario, donare obbligatoriamente gli organi, sostenere la “morte degna” , denunciare il linguaggio sessista , eccetera.

Possono esistere molti partiti, ma tutti devono condividere lo stesso programma, con minime differenze di facciata. Chi non fa parte del cerchio, non può ambire al potere per indegnità morale. Gli unici davvero degni sono quelli che condividono al cento per cento l’agenda (totalitaria) del globalismo, i cui sostenitori sono evidentemente i migliori, i buoni, i beneducati, i tolleranti, i meglio (dis)informati. Il controllo è esercitato da uno Stato di polizia occhiuto che finge di essere dalla parte dei concittadini, ma li considera al contrario dei nemici da rieducare e, nel caso, da colpire. Queste settimane, con le incredibili sanzioni a carico di gente normale e l’indifferenza per le vere, gravi illegalità, ne sono la prova. In più, negli ultimi mesi si sono moltiplicati espliciti inviti alla delazione, mascherata da virtuosa denuncia di comportamenti pro-virus.

Un ulteriore elemento indicato da Brzezinsky è il controllo monopolistico dei mezzi di comunicazione. Coazione a ripetere sino al lavaggio del cervello (“io resto a casa”), l’invito ossessivo a diffidare di chiunque esprima visioni non conformi a quelle del nuovo Ministero della Verità. Gli operatori sono comprati o intimiditi, mentre la stragrande maggioranza delle notizie che riceviamo provengono dalla medesima fonte, poche agenzie di informazione, guarda un po’, tutte possedute o controllate dalle stesse oligarchie, i padroni universali. La gestione dell’economia e del denaro deve essere centralizzata: poco importa che il totalitarismo non sia di Stato, ma in mano privata. Il risultato è lo stesso, anzi non si sa neppure più chi è il nemico, avvolto nelle spire del controllo reticolare, “panottico”, il totalitarismo perfetto che ha messo le mani sullo spirito e sul corpo, divenendo biopotere.

Tutto questo, per noi è totalitarismo, ovvero deliberata, programmatica mancanza di libertà. Se a lorsignori piace chiamarlo fascismo, si accomodino. Quel che conta è lottare con le unghie e con i denti per difendere la nostra libertà di espressione. Per questo, mi spoglio dell’abito di una vita e mi dichiaro orgogliosamente antifascista, rovesciando l’accusa sull’esercito dei buoni, dei democratici e dei tolleranti. Festeggio volentieri il 25 aprile, se non è la solita, stanca “memoria democratica del Paese”, ma la forte rivendicazione di libertà smarrite da riconquistare faticosamente ogni mattina. Alla fine , aveva ragione un’antifascista doc, Rosa Luxemburg: “La libertà è sempre la libertà per chi pensa in modo diverso”.

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4 commenti su “La festa della Liberazione, finalmente”

  1. A prescindere dai nomi attribuiti, il cattivo regime si distingue dal regime migliore, unicamente per le invalide giustificazioni della limitazione della libertà e per la concessione di libertà perverse spacciate per giuste allo scopo di restare al potere.

  2. Il 25 Aprile, come il gay pride, é una ricorrenza alla quale la sindaca della mia città (Torino) non rinuncia mai.
    Sempre in prima linea nel corteo, con la fascia tricolore bene in vista, procede orgogliosa, elargendo sorrisi e selfie a destra e manca.
    Quest’anno con il distanziamento imposto dal regime, sussiste un problema; ma a questo troveranno una soluzione i professionisti autoproclamati divulgatori di notizie certe, che riprenderanno i ristretti eventi organizzati ad hoc da seguire in streaming per mantenere in vita lo spirito sacro dell’anti-fascismo.
    Oggi alle qundici, non uscirò sul balcone sventolando il tricolore e intonando “bella ciao”, ho programmato una passeggiata nei boschi delle mie verdi colline.
    Il fogliame che, giorno dopo giorno si stà facendo più folto, mi coprirà alla vista di eventuali droni; i cosiddetti angeli custodi che da lassù vegliano sulla mia sicurezza.
    Farò il bandito, certo!
    Tuttavia mi é gradito canticchiare fuori dal coro, riconoscendo d’essere pure stonato.

    Un Sentito ringraziamento Sig. Pecchioli, leggo questi suoi interventi sempre con molta attenzione e mi gratifica comprendere che condividiamo la stessa sinergia di pensiero.

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