La filosofia della barca di Jerome Klapka Jerome

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 “Liberatevi dalla zavorra, uomini! Lasciate che l’imbarcazione della vostra vita sia leggera”

 Quale zavorra intendeva Jerome Klapka Jerome (1859-1927) con questa frase tratta dal suo romanzo umoristico di maggior successo: “Tre uomini in barca”?  Negli accordi conclusivi tra i tre uomini (Jerome, Harris e George) su cosa portare in barca, rispondeva l’ozioso George: “Non dobbiamo pensare alle cose di cui potremmo fare uso, ma solo a quelle di cui non potremmo fare senza”. La filosofia dei tre, compreso il cane Montmorency (il romanzo ha come sottotitolo Per non parlare del cane!) è condensata in un’altra amena frase che spiega il significato della liberazione dalla zavorra: “Una casa accogliente e piaceri semplici. Un amico o due degni di questo nome”.

In questo romanzo best seller del 1889 (venduto in milioni di copie in tutto il mondo) vengono rappresentate le gioie ed i dolori che accompagnano la vita, vita metaforicamente indicata in una barca, con una filosofia che ci invita a non prenderci troppo sul serio. Così si legge nella prefazione alla prima fortunata edizione del romanzo: “La bellezza principale di questo libro non consiste tanto nel suo stile letterario e nella quantità e utilità delle notizie in esso contenute, quanto nella sua semplice e sincera aderenza al vero…i tre non sono astrazioni poetiche ma esseri di carne e d’ossa…”. I tre, nel romanzo umoristico di J.K.J. sono soprattutto invalidi, come si evince fin dal primo capitolo: “Il colera ce lo avevo e con gravi complicazioni; con la difterite sembrava che ci fossi nato…l’unica malattia cui ero esente era il ginocchio della lavandaia”.

Rimasto orfano all’età di 13 anni, Jerome fu costretto ad interrompere gli studi e a cercarsi un lavoro per il sostentamento, calcando le scene teatrali come attore (sua grande passione) all’età di 18 anni. Fu durante la luna di miele con la moglie, nel 1888, in barca sul Tamigi che probabilmente concepì il suo libro che lo avrebbe reso famoso. Forse non tutti sanno però la reale e comica disavventura capitata a questo libro. Esso era stato concepito come guida turistica e avrebbe dovuto intitolarsi: “La storia del Tamigi”! Ironia della sorte, come si dice, è diventato un romanzo umoristico evergreen: “Ogni medaglia ha il suo rovescio, tutto si paga come disse quell’uomo a cui presentarono le spese del funerale della suocera”. Anche la figura dell’intraprendente irreprensibile Harris viene argutamente derisa dai compagni barcaioli: “Impossibile suscitare commozione in Harris. Se gli occhi di Harris si riempiono di lagrime è perché sta mangiando le cipolle crude o ha messo troppa salsa inglese sulla cotoletta”.

I problemi del viaggio in barca lungo il Tamigi rappresentano così i problemi del vivere quotidiano: il cibo, il freddo, la pioggia, la tenda, l’intrattenimento, il moto, la nostalgia. Nella chiusa finale con tanto di brindisi, lo stesso Harris esclamerà: “Il mio cuore ne è grato al vecchio Tamigi … alla salute di tre uomini fuori della barca!”. I tre avevano avuto modo di ricordarsi durante il loro viaggio la propria filosofia spicciola: “Noi non siamo altro che i maggiori e più tristi schiavi del nostro corpo. Amici, non correte dietro alla moralità e alla rettitudine: sorvegliate sempre il vostro stomaco!”. In questo libro umoristico non mancano intermezzi poetici e metafisici ed un anelito ad una visione del mondo più autentica: “Accendemmo le pipe e restammo ad ammirare la notte…George chiedeva perché non doveva essere sempre così. Lontani dal mondo, dai suoi peccati e dalle sue tentazioni, menando una vita sobria, poetica e facendo del bene”.

Nel 1898 Jerome K. Jerome tentò di riprodurre (senza riuscirci) il successo con un altro romanzo: “Tre uomini a zonzo”, con la bicicletta al posto della barca. Il tentativo non riuscì, forse mancava la mostarda? In uno dei capitoli finali infatti Jerome ci faceva intrattenere sorridendo sul significato di quella salsa piccante, sovente spalmata su succulenti formaggi: “La mancanza della mostarda gettò un’ombra di tristezza sulla barca. La vita stessa ci parve vuota e senza interesse … eravamo come i cavalieri di un’antica leggenda, facenti vela attraverso un lago mistico per penetrare nel regno sconosciuto del crepuscolo fino al grande paese del tramonto”.

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2 commenti su “La filosofia della barca di Jerome Klapka Jerome”

  1. Roberto Prisco

    Vorrei dire una parola a favore dei tre uomini a zonzo. Vale la pena di leggere quest’altro racconto, anche se non così divertente come il primo.
    Rodbertus

  2. Romanzo godibilissimo, la cui lettura, da bambina, mi regalò risate a crepapelle. Esilarante la pagina in cui si descrive il maldestro tentativo di appendere un quadro alla parete.
    Dovrei rileggerlo, per ridere un po’… di questi tempi non guasterebbe…

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