LA LIBERTÀ CI ROVINA – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

Eccettuate le mosche bianche, a sentire i politici, gli intellettuali e i semplici cittadini, si deve convenire che partano da un presupposto erroneo, alquanto fluido, e che perciò vaneggino pensando e favellando dei casi nostri, al di sopra della semplice sfera materiale. L’idea prefabbricata e di enorme momento è il concetto di libertà, questa parola più terribile d’una bomba atomica, maneggiata da gli uni con scaltrezza, dagli altri, con beata incoscienza.

Simili ad alunni delle elementari, essi avrebbero bisogno di maestro che ne metta a fuoco l’estensione, che dia loro un sodo punto d’appoggio da cui ripartire per i ragionamenti e per la vita.

confusioneIl termine libertà non significa nulla, è zeppo di illusione, senza le debite determinazioni. Ricordando come esso sia tutt’altro che un assoluto, molti ne convengono. Tranne gli anarchici, gli altri devono piegarsi al fatto che l’uomo non è in grado di valersi della libertà indeterminata, sconfinata. Le leggi e la forza pubblica sono lì a dimostrarlo, a mostrare la necessità di reprimere gli abusi, e non solo a causa dei delinquenti: chiunque necessita di un alto là o di un richiamo circa le sue tendenze e debolezze. Chiunque è preda della concupiscenza e di qualche vizio, magari di opinione in buona fede; ed esso non è mai innocuo, checché ne dicano i sofisti antichi o attuali, perché dall’errore nascono i mostri.

Sicché appare assiomatico che la libertà individuale e sociale abbisogna di limiti, per le rispettive integrità non solo spirituali. Il discorso può apparire teorico agli avveduti, i quali osservano: polizie e tribunali non sono sufficienti, quando la corruzione prende il sopravvento. Intanto, però, le leggi sbagliate sono l’esca della corruzione, specie in una società spiritualmente indigente qual è la nostra, dove ogni fede confortata dall’equa libertà, ben risposta nella verità, è ridotta a uno stato larvale; viceversa le giuste norme danno adito all’ideale rettitudine.

Resta da esaminare il rapporto tra la legislazione e l’etica che preserva dal male e quindi dal danno.

Prima di allegare alcuni esempi significativi, occorre una premessa. L’umane corruttibilità e fallibilità hanno carattere perenne, come è perenne la legge indispensabile per la vita comune e per quella personale. Le regole basilari della sana condotta sono irreformabili, data la costante la fragilità che danneggia gli esseri.

Prendiamo dunque il divorzio. L’istituto del matrimonio indissolubile non elimina certi inconvenienti; indipendentemente dalle circostanze, recherà i suoi dolori e scompensi. Tuttavia le seduzioni ad esso contrarie possono essere incrementate, o altrimenti represse senza nocumento per la giustizia; per giunta, il sentimento della famiglia unica e unita e il valore del sacrificio sono suscettibili d’essere promossi e di attecchire. Ma, anche nell’odierna situazione di crisi dei rapporti coniugali, il divorzio genera disordini e conseguenze deleterie molto superiori. Ergo, abbiamo una legge del diritto di famiglia (e non solo riguardo al mero vincolo matrimoniale) che produce una degradazione.

Una società può forse permettersi il divorzio, in quanto non decada, per questo, materialmente. La tara relativa all’esistenza superiore, presa dall’edonismo, mina il consorzio civile. E il divorzio vi costituisce un fenomeno del malanno.

Prendiamo l’aborto. Pur contenuto e moderato, il suo effetto è positivamente peggiore della sua proibizione. L’argomento con cui si sostiene che l’aborto clandestino sussisterebbe con peggiori conseguenze resta un sofisma. Uno stato molle, che non sa far rispettare il dovere, non diventa migliore abolendo la giustizia con la licenza; stabilendo diritti inesistenti, soprattutto si altera la verità.

Sarebbe inutile continuare con la pornografia in parte ammessa, in parte tollerata, con le negazioni legali di alcune differenze tra i sessi, con la totale equiparazione degli omosessuali ai normali, con gli artifici obbrobriosi concessi alla procreazione, con la legittimità attribuita ad ogni seduttore nel campo religioso, filosofico, morale. E ci vuol poco a chiudere la bocca agli indignati che stimano gli uomini capaci di difendersi dagli spacciatori di veleni ideologici. Le pene severe inflitte a chi parla o scrive denigrando i rappresentanti delle istituzioni civili, o a chi manifesta false opinioni su certi fatti storici, o che pecca di apologia di fascismo o di nazismo, rivela tutta l’importanza, tutta la pericolosità delle voci indesiderate, rivela quanto i cittadini siano influenzabili in tal senso.

Il complesso delle licenze, chiamate libertà legittime (anche in luogo di pur necessarie tolleranze), ha un evidente effetto di lusinga del vano orgoglio, di prossenitismo statale, ha assunto una tale grandezza che non durerà più molto senza aver abbrutito l’umanità.

Torna l’antica tragedia dei costumi deteriorati dai governanti che non sanno o non possono, a causa dello stesso sistema politico, governare altrimenti. Si è giunti a negare l’esistenza o l’importanza dei cattivi costumi. Questa balorda opinione è entrata nella comune forma mentis al pari d’un’epidemia, salvo accusare di dissolutezza i propri avversari. Del resto, la logica e la coerenza sono snervate, subordinate alla convenienza con lo stessa irrazionale cocciutamente usata dalle donnicciole.

O interviene una cura drastica, un’operazione sul corpo sociale posto sotto ferri chirurgici, o non abbiamo futuro. Purtroppo è finito il tempo in cui bastavano le mezze misure.

Quando la casa è sporca e infetta, si mette mano a scopa, lisoformio e topicida. Gli abitanti abituati al lezzo o nati nella topaia non potranno, per questo, evitare il peggio.

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