LA LIBERTA' E IL SUO FANTASMA – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

La crisi delle ideologie ha spinto il pensiero contemporanea verso le nebbie confusionarie del relativismo, dove tutte le categorie sono private della loro identità e consegnate alla desolante doppiezza del pensiero debole.

La libertà (libertas maior), ad esempio, è normalmente confusa con il libero arbitrio (libertas minor) e fatta oggetto di surreali programmi che contemplano la promozione del suo esito infelice, la tolleranza e/o l’apprezzamento del disordine morale.

Occorre rammentare, pertanto, che la libertà (libertas maior) è una difficile, eroica conquista, mentre il libero arbitrio è dato gratuitamente alla natura umana. Nessun potere umano può sopprimere o concedere il libero arbitrio. Opportunamente, San Tommaso definisce il libero arbitrio l’assenza dei vincoli  posti dal destino, cioè l’indipendenza, che l’uomo rivendica per le sue azioni: Quantum ad exercitium actus voluntas a nullo obiecto de necessitate movetur [1].

Il riconoscimento del libero arbitrio è una delle grandi novità introdotte dal Cristianesimo: sul pensiero pagano, infatti, incombeva l’idea del Fato tenebroso e inesorabile. Non per niente il pensiero pagano, in tempi moderni, ha dovuto ricominciare, con Spinoza, dalla formale negazione del libero arbitrio.

L’irriducibilità del libero arbitrio si manifesta nell’esemplare vicenda dei due ladroni inchiodati alla croce: entrambi, infatti, esercitarono il libero arbitrio, il buon ladrone – San Disma – riconosce la santità di Cristo, l’altro la bestemmia. Neanche la forza terrificante dei chiodi piantati dalla giustizia romana nella carne dei crocifissi poté sopprimere il libero arbitrio.

La libertas maior, che è propriamente la libertà dal male predicata da San Paolo (Rom., 6, 18), è invece il risultato di un uso virtuoso del libero arbitrio, uso che può essere  contrastato dalla violenza e dall’inganno. Opportunamente Pio XII rammentava che “ideale è soltanto quella libertà che si allontana da ogni sfrenatezza”.

Mentre nessuno può impedire l’esercizio del libero arbitrio, l’impegno inteso al conseguimento della libertà può essere ostacolato e impedito dagli inganni del potere culturale e dalla corruzione esercitata dalla esorbitanza tirannica dello stato che obbedisce all’imperativo “vietato vietare”  promuovendo la licenza.

L’ideologia del vietato vietare ha una storia troppo lunga e fumosa da riassumere. In questa sede non si può evitare tuttavia un accenno a Hobbes, un filosofo che ha alterato la nozione di libero arbitrio concependo la libertà come assenza di ostacoli all’indomabile desiderio di possedere i beni della terra.

A dire il vero Hobbes si era accorto che la sua definizione della libertà facilitava l’azione di quella vietato vietaredetestata anarchia che stava tormentando l’Inghilterra dell’epoca e perciò aveva tentato di correggerla, attribuendo alla ragione il compito di distinguere tra ciò che è possibile e ciò che è impossibile. Nonostante la rettifica di Hobbes il concetto di libertà come assenza di vincoli esterni al desiderio è prevalso ed ha accompagnato il cammino del pensiero moderno verso l’immoralismo.

Sarebbe interessante approfondire le fasi del passaggio dal concetto di libertà come assenza di impedimenti fisici al mito storicista, che, nel Napoleone hegeliano, crede di vedere l’incarnazione dell’Assoluto cui tutto è permesso.

Certo è che il mito storicista ha accresciuto le passioni neopagane, giustificando gli orrori che – alla fine del secolo sterminato – hanno causato la morte delle ideologie per spavento.

Purtroppo alla sconfessione delle ideologie non è seguita la censura degli equivoci intorno al concetto di libertà. La filosofia post-ideologica ha semplicemente versato l’acqua della falsa bontà sopra i roventi miti che fondano il “vietato vietare”.

Il peggiore ideologismo neopagano sopravvive nel falso concetto di libertà. Il principale ostacolo che il potere politico, obbedendo al pensiero debole, semina sul cammino della libertà è appunto costituito dalla combinazione dell’anarchismo di marca sessantottina con il vaniloquio buonista e con il rispetto della falsa libertà.

Principali complici della macchinazione anarco-buonista contro la libertà sono i c. d. cattolici adulti di osservanza bolognese, i quali, per alterare la coscienza dei fedeli e sdoppiare il loro comportamento, sostengono che nella vita spirituale si deve obbedire al magistero, nella vita pubblica si devono rispettare gli incitamenti statali a violare la legge naturale. La setta degli adulti purissimi non commette peccati, ma obbedisce e rispetta la legge dello stato che consente il delitto. Di qui il rifiuto di contrastare apertamente le concessioni delle leggi democratiche in materia di aborto, eutanasia e/o di famiglia pederastica.

Ora un interessante soluzione al problema di allontanare le caricature libertine della libertà è proposta dalle avanguardie cattoliche, che l’hanno intravista nel rovesciamento della teoria ultramoderna del superuomo.

Teoria adottata dai comunisti francofortesi, che ha favorito (si pensi al passaggio da Marx a Nietzsche & Freud compiuto da Herbert Marcuse e Jacob Taubes) la diffusione del pensiero sessantottino fra i delusi dall’esperienza sovietica.

Di qui la degenerazione libertina dell’ideale di  uomo perfetto. Giulio Alfano, un acuto critico del nichilismo moderno, ha dimostrato che la teoria del superuomo “può anche essere interpretata nel quadro di una positiva astrazione pedagogica dall’insieme della filosofia nietzschiana, come un segnale, una sollecitazione all’impegno dell’uomo per valorizzarsi, ma facendo attenzione a integrare questo positivo riconoscimento e autosuperamento di sé nel quadro di un più vasto processo di apertura dell’uomo all’altro, di cui la proposta di Nietzsche è carente, per realizzare una vera filosofia dell’educazione e non, solo un richiamo a utopie distintive”.

Nietzsche ha alterato la figura dell’uomo perfetto in cui San Paolo aveva indicato il fine dell’ascesi cristiana. Per superare la falsa e de-lirante libertà occorre ritornare alla verità tradizionale, che i postcomunisti, traendo il superomismo alle estreme conclusioni, hanno piegato alle esigenze del pregiudizio anarco-libertario.

Il nuovo cammino della libertà, di conseguenza, incomincia dalla contemplazione dei disastrosi risultati ottenuti dall’abbassamento della libertà alla licenza e dall’avvilimento superomista della vita cristiana.



[1] Summa theol., Ia – IIae, q. 10, a).

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