La libertà non è star sopra un albero. È stare nel bosco

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La libertà non è d’attualità. Forse di questi tempi dovremmo riflettere molto di più su cosa sia la libertà per l’uomo e molto meno sulle sorti della nostra salute e del nostro benessere, anche se probabilmente le cose sono collegate. Diciamo che ci hanno tolto la libertà imponendoci anticostituzionali limitazioni di movimento, imponendoci una museruola sanitaria, ghettizzando i medici che vorrebbero esprimere una posizione intellettuale autonoma. Ma la situazione odierna è veramente nata con il coronavirus del ‘19, oppure la libertà è un concetto che era via via degenerato nei decenni?

La libertà si esprime in forme molteplici, perché assume forme molteplici in relazione a diversi piani ontologici e gnoseologici. Vediamo qualche esempio. Un uomo può essere libero di muoversi nel mondo, ma non sapere dove andare, perché le proprie facoltà intellettuali sono talmente risicate che cercherà un luogo dove sentirsi più sicuro, un impiego che gli occupi la giornata. Come suggerisce il detto: date la libertà a un uomo e non saprà che farsene. Presto si legherà e ve la riconsegnerà. In fondo è un fatto da ritenere umano. Esiste poi la libertà interiore, si può essere liberi in un carcere, quantunque impediti fisicamente, così come avere il cuore oppresso fino al suicidio dal macigno della depressione mentre si spacca il collo di uno champagne costoso nella piscina di un hotel di lusso. Un parco di un ettaro pieno di pazzi che vagano in camicia da notte, d’altra parte, può essere alveo di una vita felice per un entomologo molto più di una fabbrica in periferia.

Che cos’è la libertà per l’uomo? La libertà è fare ciò che si vuole? È essere ciò che si vuole? È veramente l’indipendenza? La libertà è indipendenza, potremmo dire. Ma da chi? Da Dio? Il mondo postrivoluzionario ha risposto affermativamente a questa domanda, finendo in un cul de sac cognitivo per cui l’abuso di droghe è l’esito forse meno dannoso per il nichilista medio odierno.

Nel regno del nichilismo, in cui non esiste più uno scopo univoco nella vita di nessuno, possiamo ancora dire di essere liberi, veramente, totalmente? Non posso rispondere. Si vive. Di ciò l’uomo contemporaneo parve accontentarsi. Ora però, questo virus, nemmeno dei più violenti, nemmeno il sanguinario ebola che faccia pisciare sangue da ogni orifizio, questo coronavirus ha costretto il mondo a interrogarsi di nuovo sulla libertà.

Ammesso che libertà sia una forma di indipendenza, sospendendo, perciò, il giudizio su cosa essa sia, esiste ancora la possibilità per noi di trovare un rifugio per la libertà? Jünger direbbe “il bosco”. Io credo che un posto del genere esista e che lo possiamo raggiungere a patto di sconfiggere la paura. E la paura la si sconfigge dentro il nostro petto, non fuori. La paura non è un’entità sussistente fuori dalla nostra mente, dal nostro cuore. Dove è il nostro intimo, là è la libertà. Primariamente, come si è detto. Il resto è un problema politico.

In proposito, è notevole un aneddoto tratto dai Diari Guerra e riportato da Dominique Venner nella sua opera sul pensatore tedesco. La cornice è quella tanto cara della foresta: «Mi consegno alla foresta, tintinnante di brina. Nel ritornare incontro il giovane Haustein davanti al suo laboratorio ed egli mi fa cortesemente segno di entrare». Questo ragazzotto è contadino e guardaboschi, ma poi si scopre che è anche un bracconiere senza troppi complessi.

Siamo nel 1947, la Germania è sconfitta, milioni di tedeschi vagano profughi, molti si suicidano, bambini vagano sporchi e denutriti, orfani alla mercé del male. È un mondo che Jünger conosce bene e compatisce, nel senso più autentico, così come conosce l’ebbrezza della caccia, la libertà dell’uomo armato nei boschi, l’attesa, l’acredine della polvere da sparo che, come una droga, riempie i polmoni di una vita sospesa nel sogno giocondo. «Il giovane Haustein ha sparato a un cinghiale nel marais», non so che palude ci sia nei dintorni di Kirchhorst, ma durante l’occupazione angloamericana la detenzione di armi è interdetta ai tedeschi, lo stesso Jünger aveva interrato i propri fucili nel giardino.

Questi due fatti, da soli, già denotano l’assenza di paura e uno spirito gravido di libertà. Senza la caccia, i cinghiali si sono moltiplicati. Quello a cui il giovane ha sparato, debitamente sventrato, scuoiato e macellato, offre un succulento arrosto, preparato con amore dalla sposa del bracconiere. Ora è lì, davanti agli occhi chiari dello scrittore: «sulla tavola pulita, il filetto si pavoneggia, in compagnia di pane e birra: l’attacchiamo. È un pasto da signore: la carne delicata del dorso d’un intruso di appena sessanta libbre». A giudicare dalle zampe – osserva Jünger – questo cinghiale deve avere circa tre anni, un’età che assicura bocconi teneri e deliziosi. «Il pane e la birra non sono meno eccellenti». Sono “prodotti della casa”. Prodotti della libertà.

A quel punto lo scrittore delle Scogliere di marmo, sazio e felice, come può esserlo un uomo che coglie quella particolare felicità ancestrale di certe occasioni fuori dal tempo, si sofferma su un particolare ricordo risalente all’occupazione tedesca della Francia: «non posso impedirmi di pensare al castello d’Anet, la residenza di Diana de Poitiers, dove ho ammirato la statua della dea lunare dai seni nudi. È là che ho letto, sopra al caminetto della sala da pranzo, questo fiero motto: “Nessun piatto comprato appare su questa tavola”».

Ritengo di non aver mai trovato, nella sua semplicità e sinteticità, una definizione genuinamente più completa di libertà. Ci arrovelliamo spesso in disquisizioni farisaicamente filosofiche, quando invece la verità sta sotto i nostri occhi, la libertà è sulla nostra tavola come la birra è «preparata in famiglia al chiaro di luna». Che importa se è illegale? L’alcool della libertà è il grido dell’uomo oppresso, sconfitto, ma non domo, per quanto sia «un liquido traditore, è saturo di forze terrestri in fermentazione».

Fra conversazioni sulla caccia e il filetto che sparisce, «una seconda bottiglia fa la sua apparizione. Haustein fuma del tabacco che egli stesso ha coltivato e si mette a cantare; la sua donna si siede con noi e l’accompagna: “Piccolo capriolo pazzerello / Tu non sospetti / Che un cacciatore ostinato / Ti bracca passo a passo”. Cinque ore volano via, senza che io sappia dove sono passate – commenta Jünger –. Fuori la notte è caduta da parecchio; sento come la bevanda comincia a fare effetto. Della biancheria è stesa nel prato: essa si è ghiacciata rapidamente e ondeggia nel vento».

Immaginiamo il vecchio camerata che rientra a passo malfermo pieno di beatitudine. Mentre resta a casa, questo giovane, non sa di essere il Waldgänger. Chiosa Venner: «A modo loro, il giovane Haustein e la sua sposa sono dei ribelli, al margine della società meccanizzata, regolamentata e sorvegliata, dalla quale scappano, offrendo il contrasto d’una felicità tranquilla grazie all’autonomia d’una vita autenticamente libera». Sento mie le commoventi parole del francese nel tentativo di comprensione di quanto successo all’Europa nei secoli postilluministi.

A causa della folle trasformazione industriale e delle guerre che essa stessa ha provocato, morivamo di fame. Questa tragedia ci ha fatto spostare l’attenzione dalla libertà alla libertà di mangiare arrosto e bere birra ogni volta che ne avevamo il desiderio. Abbiamo creduto che comprare arrosto e birra fosse libertà di avere arrosto e birra sulla nostra tavola. Ma ne era, in qualche modo, un plastico surrogato. La libertà non si compra. Tornare a capirlo ora significherebbe, forse, capirlo a pancia vuota. Rifiutarsi di capirlo, significherà essere schiavi altrettanto a pancia vuota. Abbiamo confuso la libertà con la comodità. Avremo una scomoda prigionia.

Allora, nelle notti fredde e senza luna, penseremo alle gozzoviglie di ieri, e rideremo. La “libertà” coatta del carcere forse cela questa stessa verità. Niente di comprato su questa tavola. Ecco la libertà che ci dobbiamo riconquistare, con la zappa e con un fiore.

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2 commenti su “La libertà non è star sopra un albero. È stare nel bosco”

  1. corrado corradi

    Che bell’articolo! Una descrizione azzeccatissima della libertà. Una conditio strettamente legata alla verità, ed é per imporci una libertà coatta che, almeno dal periodo illuminista non fanno altro che raccontarci menzogne.

  2. piero domenico rolle

    Molto riflessivo come articolo, difatti in questo mondo odierno regnano la menzogna e gli inganni, perpetrati con qualsiasi mezzo a disposizione, l’unica cosa che conta davvero è il dio denaro, ci sono persone che ucciderebbero persino i loro cari pur di avere soldi, basta vedere dove vanno i soldi e che considerazione hanno per il prossimo, ormai siamo solo più pedine dello scacchiere, purtroppo non si fermeranno davanti a nulla, nemmeno alle evidenze che verranno negate indipendentemente da chi avrà il coraggio e la forza di esprimerle.

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