LA MARCIA PER LA VITA. QUELLA PIAZZA “DIVERSA” GRAZIE AL POPOLO DELLA VITA – di Mario Palmaro

di Mario Palmaro

fonte: Il Sussidiario

mpv

 

 

Domenica 13 maggio a Roma si è svolta la seconda Marcia Nazionale per la Vita. Era la prima volta nella capitale, ed è stato un grande successo: 15.000 persone che marciano sotto il cielo perfettamente azzurro di Roma, per contestare senza compromessi e sfumature la legge 194, quella che nel 1978 ha reso lecito l’aborto volontario in Italia. Il colpo d’occhio che ne è venuto fuori è stato impressionante: un corteo interminabile, dominato dalle bandiere di decine, forse centinaia di associazioni, e pullulante di cartelli espliciti. Cartelli che ricordavano le cifre dell’aborto legale in Italia – più di 5 milioni di vittime in trent’anni – e che andavano al cuore del problema: ogni aborto comporta l’uccisione di un essere umano. I politici? Alcuni hanno aderito con convinzione, come ad esempio De Lillo, Gasparri, Binetti, Oliveri, Magdi Cristiano Allam. Ma non è stata la politica a “inventare” l’iniziativa. E non è stata nemmeno la Chiesa, che pure è stata al fianco dei manifestanti attraverso le decine di autorevolissime adesioni di Cardinali e di vescovi, e alla presenza fisica nel corteo del Cardinale Leo Burke, Prefetto della Segnatura Apostolica.

La Marcia è stata, realmente, una genuina espressione di popolo. Sul palco, a parlare davanti al Colosseo, la figlia di santa Gianna Beretta Molla; una scelta eloquente, che richiama la testimonianza di una mamma che è morta per dare alla luce la sua creatura, all’interno di una nitida prospettiva di fede.

E’ buona regola non sopravvalutare mai le manifestazioni di piazza: la folla spesso dà alla testa, crea impressioni distorte, evoca prove muscolari. Insomma, si presta a interpretazioni discutibili. Ma chi domenica era presente in mezzo a quei 15.000 ha visto un corteo molto diverso da tutti gli altri, perché il popolo che lo ha animato è diverso. E’ quel “popolo della vita” di cui parlava Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae. Un popolo molto variegato, nel quale si agitano anime, storie, tendenze, sensibilità anche molto diverse fra loro. Migliaia di persone, di famiglie, di giovani, di gruppi organizzati, provenienti da tutta Italia, e dalla Polonia, dalla Germania, dalla Francia e da altri Paesi. Ognuno con il proprio striscione, i propri manifesti, il proprio stile. Questo dato formale è fondamentale per capire la novità di questa manifestazione, e per coglierne tutta la forza dirompente: una coalizione per la vita, molto più ampia e molto più larga di qualunque singola associazione istituzionalizzata. Chi non è capace di accogliere questa varietà e questa ricchezza dimostra di avere un cuore chiuso, e di non saper allargare le prospettive. Peggio ancora chi vorrebbe stabilire una sorta di “patente” o di certificato per consentire solo ad alcuni di manifestare per il diritto alla vita. Non si era detto che l’importante è capire dove uno vuole andare, senza chiedergli da dove viene? E allora, perché non applicare a tutti questo criterio “dialogante” quando si organizza una Marcia per la vita? Possibile che nel 2012 possa ancora funzionare il vecchio trucco con cui nel ‘68 si chiudeva la bocca ai non allineati, soprattutto ai cattolici, accusandoli di essere “fascisti”?

La Marcia per la Vita è un evento che in Italia mancava da decenni, in una sorta di lungo letargo durante il quale il mondo pro life è rimasto nelle catacombe. Lavorava, ma quasi di nascosto. E, soprattutto, taceva, o preferiva parlare solo “in positivo”, evitando toni decisi e fermi contro l’aborto, contro la legge 194, contro la fecondazione artificiale. E tacendo, rischiava di smarrire di giorno in giorno la sua ortodossia, e di perdere la voglia di opporsi  senza se e senza ma a leggi come quelle sull’aborto, o sull’eutanasia.

La Marcia per la Vita ha rotto questo incantesimo, portando in piazza una pluralità di sigle e di tradizioni anche molto diverse fra loro. Una vera e propria “marcia ecumenica” che ha portato tante associazioni a unirsi intorno a un obiettivo comune: denunciare l’iniquità della legge 194 e riportare al centro del dibattito pubblico  l’essere umano  concepito. lavorare per unire sigle e organizzazioni molto diverse fra loro, per farle diventare una forza compatta e nello stesso tempo libera di conservare al proprio interno l’identità di ciascuno.

Normale che i centri di potere che in Italia hanno lottato con successo per l’aborto legale siano stati colti di sorpresa. Normale che siano sotto choc: pensavano che ormai non esistessero più italiani convinti che l’aborto uccide un essere umano innocente, e che di conseguenza le leggi che lo permettono sono solo “leggi in apparenza”, non più vincolanti in coscienza. Pensavano, in questi ambienti, che ormai il fronte pro life fosse identificabile con chi vuole “l’applicazione delle parti buone della 194”. Domenica mattina, questi stessi maestri del pensiero nichilista si sono risvegliati e hanno trovato Roma pavesata di cartelli e manifesti apertamente contro la 194. Hanno visto una piazza dove i giovani erano tantissimi, dove i sacerdoti e le suore erano un numero mai visto in una manifestazione contro l’aborto in Italia. Fra l’altro, preti e suore vestiti da preti e da suore.

Ecco perché penso che la Marcia del 2012 rappresenti una svolta epocale, uno spartiacque fra un prima e un dopo. Ovviamente, nulla è cambiato nei rapporti di forza. La stragrande maggioranza degli italiani continua ad essere favorevole all’aborto legale, e la politica rappresenta in modo molto fedele questa tendenza. Dal canto loro, i grandi quotidiani come Repubblica e il Corriere della sera possono descrivere con toni sprezzanti la manifestazione, e provare a cavarsela dicendo che in piazza c’erano i nazisti e i razzisti. Facendo finta di dimenticare che proprio l’eliminazione degli handicappati “inventata” dal nazionalsocialismo – con il piano T4 voluto da Adolf Hitler – oggi trova una sua coerente prosecuzione nell’uso selettivo della diagnosi prenatale.

Ma cambia tutto se si pensa che si apre una nuova sfida, nella possibilità di organizzare e mobilitare insieme tutti coloro che, credenti o non credenti che siano, ritengono un’ingiustizia insopportabile la legalizzazione dell’uccisione dell’innocente. Nessuno può dire con certezza quante siano queste persone. E quante possano diventare, se il popolo della vita continuerà a marciare compatto.

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