LA NEO-DESTRA COME CACCIARI-CULT – di Piero Vassallo

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Infine sulla spaziosa fronte li baciò Cacciari

 

di Piero Vassallo

 

 

Prima di diventare partito della neodestra a Monte Carlo, il Msi era una radunata di estromessi e sopravvissuti. Scampati alle radiose fucilazioni del 1945 e dai campi di concentrazione democratica, orfani di guerra e di liberazione, professori e funzionari epurati, sognatori avventizi e animosi aspiranti al rischio inutile.

Un popolo minore, marginale e demodé. D’altra parte chiunque fosse stato capace di assimilare le  lezioni di Giorgio Federico Hegel & di Benedetto Croce sulla storia dell’Assoluto e sulle sue severe parentesi, non avrebbe avuto motivo di associarsi agli eredi di una sconfitta clamorosa e irreversibile.

Minoliti jr, ad esempio… Avuta notizia dell’obliqua morte del babbo [arrenditi, capitano: avrai salva la vita!] mise al braccio un inopportuno segno di lutto. Alcuni scandalizzati progressisti lo interrogarono e, stabilito che il suo lutto era ingiustificato, lo colpirono duramente alla mascella. In seguito poiché il Minoliti accompagnava le parole con un lieve fischio mascellare, lo chiamarono Balilla, alludendo ironicamente alla canzone “fischia il sasso”.

Nel notiziario pubblicato nella quarta pagina del settimanale “Asso di bastoni” la federazione genovese, intanto, diffondeva notizie di funerali: si trattava di scarcerati, ossia di collaborazionisti (con il tedesco invasore) assolti da Palmiro Togliatti dopo essere stati puniti e indirizzati al sanatorio dalle attenzioni dei carcerieri e dalla parsimonia dei cuochi della casa.

La qualificazione, il riscatto intelligente, la modernizzazione del Msi furono avviati, negli anni Settanta, da alcuni signorini, militanti nel pensatoio della destra invisibile e fugace ma chic.

Armati di pistole idrauliche, cavalcavano tigri di peluche sotto gli occhi di mamme intente a sbattere uova zuccherate e marsalate. Zabaione come rimedio alle audaci e usuranti fatiche della fantasia.

Il loro destino – ultra cogitare nell’occhio tranquillo del kalì-yuga – era impresso nei nomi di un trasgressore veterotestamentario e della morte pagana: Onan & Thanatos.

La loro azione, di conseguenza, era separata da quella (rischiosa e volgare) dei militanti sottoproletari, ad esempio l’operaio genovese Ugo Venturini e i figli del netturbino romano Mattei.

Le pistolette neodestre sparavano acqua neopagana attinta dallo spurgo francese, ma sognavano di deporre le armi per ricevere sulla fronte il bacio illustre di un nemico perdonante & adulante.

l1In equilibrio sulle parentesi lanciate tra le parole armati (a fumetti) e amati (dal desiderato Cacciari) nel 1984 gli ultra cogitanti di destra affidarono i segreti della loro immaginaria avventura al libro ruggente e flatulente, “Ci eravamo tanto a(r)mati” scritto a più mani e ora riproposto dalle impavide edizioni dei Sette colori in Vibo Valentia.

Nell’introduzione del libro sontuoso/solenne, sul quale aleggiava la vaselinosa figura di Benedetto Carlì da Lubecca, si affermava orgogliosamente che “i protagonisti sono stati selezionati perché si è ritenuto che avessero cose da dire e su cui riflettere”.

Riflettere? Di più: salire nell’iperuranio a testa alta. Il celebre calciatore Gianni Rivera, ad esempio, proponeva alla riflessione dei lettori profondi il seguente alto e sconvolgente pensiero: “Il mio anticonformismo se vogliamo passò dalla contestazione del tipo di gioco da fare (le polemiche sul libero fisso, ad esempio, che avevo avuto nel 1966 con Armando Picchi) a quella relativa ad alcuni elementi di contorno, se così possiamo chiamare, ma non per questo non fondamentali del gioco stesso: gli arbitri”.

Tutto fa. Ma lo snobismo, l’ansia da riflettore e la fatuità di pensiero fan presto a mettere le rughe. Oggi, ad esempio, dalle rivelazioni del professor Vinicio Catturelli, sappiamo che Enrico Nistri ruggì en peluche: “No, miei cari compagni di strada, di piazza, di campo di Marte se sono o no Quasimodo o Mister Hyde dovranno dimostrarlo loro. Dovranno ricercali loro i miei quarti di mostruosità…”

E faticarono, visto che il mostro Nistri (e i suoi colleghi) avevano gambe lunghe e scattanti per allontanarsi dal pericolo. E occhi penetranti alla ricerca di un igienico ricovero.

Il compianto Giuseppe Del Ninno, invece, lanciò, dalle imburrate (da Junger) scogliere di marmo, il grido dell’intellettuale dotto e volante: “L’ho detto: la mia generazione non è stata segnata dall’avventura, ma dalla lettura. Lettura di testi alchemici, per esempio: riscoperta di un filone esoterico europeo e di una tensione verso il sovrasensibile caotica ma non superficiale, ben prima che diventassero merce corrente l’insegnamento dei vari guru approdati nell’americanosfera per realizzare le spengleriane previsioni circa la seconda religione”.

Quasi facendo un’Eco a Spengler, Cacciari l’oscuro infine sentenziò, baciandoli alla fronte, come suggeriva la malinconica/teologica canzone di Fabrizio de André: “Il disincanto valeva ormai soltanto come radicale distacco da ogni elemento, atteggiamento, valore del Classico. Era l’eterno ritorno dell’eterno romantico europeo, che si vendicava dei precedenti Autori, della loro prepotenza legislatrice, delle loro ibride connessioni di Aristotele e profezia, e decretava la necessità di microstorie e deboli pensieri, venusiane caducità all’ombra del tramonto e tarde secolarizzazioni estetiche della Persona. La cultura estetica del Romantico spense le memoria ormai spettrali del Classico”.

Lucio Colletti, che, a differenza dell’incauto Giorgio Almirante, non ammirava e non blandiva i neodestri, coniò una fulminante definizione: ascari di Cacciari. Il regista Gualtiero Jacopetti alluse invece alla metamorfosi occidentale del cargo cult della Melanesia: il Cacciari cult.

Se non che nel freddo bacio di Cacciari la neodestra aveva trovato finalmente la definizione della beatitudine indo europea (ario nordica) ossia il pensiero di Julius Evola tradotto nella lingua adelphiana dell’editore eletto/obituario.

All’orizzonte si affacciò il tradizionalismo in calzamaglia dell’impuro folle [il dottor Schreber], di Pier Paolo Pasolini e di Bruce Chatwin.

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