La parola a Massimo Coco – di Luciano Garibaldi

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Dopo il successo delle fiction televisive dedicate agli “anni di piombo”, tratte da due libri di Luciano Garibaldi, l’autore – e nostro collaboratore – ha voluto recensire il libro di Massimo Coco, figlio del procuratore generale di Genova che venne assassinato dalle Brigate Rosse per non avere ceduto, due anni prima, al loro ricatto. Il libro s’intitola «Ricordare stanca» e, poiché l’autore è controcorrente (nel senso che non tende affatto la mano agli assassini di suo padre, come è di moda fare), è stato ignorato dai “grandi recensori”.

 

Lunedì e martedì 13 e 14 gennaio Rai Uno manda in onda la seconda parte della trilogia diretta dal regista Graziano Diana e dedicata agli “anni spezzati”, ovvero al fenomeno del terrorismo che sconvolse l’Italia negli Anni Settanta del secolo scorso. Le due puntate s’intitolano «Gli anni spezzati. Il giudice»:  interpretate da Alessandro Preziosi e Stefania Rocca, sono tratte dal libro di Mario Sossi e Luciano Garibaldi «Nella prigione delle Brigate Rosse», editato per l’occasione dalla Ares e dalla Albatross e in vendita nelle librerie (14,80 euro). Grande fiuto ha dimostrato, l’autunno scorso, la giurìa del Premio Acqui Storia assegnando a questa fiction, prima ancora che venisse proiettata, il premio «La storia in TV», che fu ritirato da Graziano Diana, accompagnato sul palco da Luciano Garibaldi. Fiction (e libro) narrano la drammatica vicenda del rapimento del giudice Mario Sossi, attuato a Genova dalle BR nell’aprile 1974, e della richiesta di risparmiare la sua vita in cambio della liberazione dei criminali della banda “22 Ottobre” responsabile di avere assassinato il fattorino Alessandro Floris durante una rapina all’Istituto Case Popolari di Genova. Il ricatto non andò in porto per la ferma e coraggiosa decisione del Procuratore generale dottor Francesco Coco di opporsi alla scarcerazione dei brigatisti. L’avere difeso il prestigio dello Stato con coraggio e determinazione, costò la vita a lui e ai due agenti della sua scorta, Giovanni Saponara e Antioco Deiana, assassinati due anni dopo in Salita Santa Brigida: prime vittime di una catena di crimini che continuerà fino ai primi Anni Ottanta. Sulla tragedia della sua famiglia, il figlio di Coco, Massimo, oggi apprezzato violinista e docente di musica, ha scritto il libro «Ricordare stanca». Ne parla, in questo articolo, Luciano Garibaldi

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La parola a Massimo Coco

di Luciano Garibaldi

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frncccCon il titolo «Ricordare stanca», Massimo Coco ha scritto un libro dedicato alla tragedia che ha colpito la sua famiglia con l’assassinio, l’ 8 giugno 1976, di suo padre Francesco, procuratore generale di Genova, primo di dieci magistrati caduti negli Anni di Piombo. Assieme a Francesco Coco furono uccisi i suoi due agenti di scorta, il brigadiere di PS Giovanni Saponara e il carabiniere Antioco Deiana. Quando le Brigate Rosse assassinarono suo padre e la scorta, sotto la sua abitazione, Massimo aveva 15 anni. Oggi è un apprezzato violinista, noto sul piano internazionale, e insegnante al conservatorio “Nicolò Paganini” di Genova. Il suo libro, brillante, documentato, appassionante, è stato pubblicato nel 2012 dalla Sperling & Kupfer, non certo l’ultima delle case editrici italiane. Eppure, quasi nessuno ne ha parlato. Perché mai? Forse basta leggere alcuni brani di questo coraggioso libro che ha come sottotitolo «L’assassinio di mio padre e le altre ferite mai chiuse» per rendersene conto.

Nel capitolo «il fattore P», Massimo Coco parla di «coloro che da “vittime” sono stati promossi a “viptime”». Leggiamo:

«Non sono come loro e non lo sarò mai. Tutto si fonda sul “fattore P”, ovvero “Pianto+Perdono = Poltrone+Paradiso+Parlamento”. Tradotto: prima si piange e si sospira; poi si percorre la via del dialogo con gli assassini o i persecutori del congiunto, li si stana dai covi delle Università, dei “centri culturali”, delle case editrici o delle più importanti testate giornalistiche, se non direttamente nelle Istituzioni, ci si confronta “per capire”, si tenta un ricomponimento. L’ultimo atto è mettere nero su bianco il tutto, scrivendo, anche a più mani, un libro autobiografico e iperbuonista dove si affermi come occorra guardare avanti a qualunque costo. Insomma, niente odio, niente vendetta, niente rancori, niente rivalsa, anzi, niente di niente, abbracciamoci e riconciliamoci. A questo punto, il meccanismo è ben impostato. Basta candidarsi o schierarsi politicamente ed eccoci sulla rampa di lancio per il Parlamento, per qualche altra poltrona eccellente o comunque per una prima fila. Ma io no, mi dispiace, io non mi siedo a questa tavola».

E questa è la premessa. Procediamo nella lettura e vediamo come Massimo Coco descrive i fautori della riconciliazione, della pacificazione, del ricomponimento:

«Ed ecco che la notte della Repubblica diventa il buio da spingere più in là, da allontanare, da superare, da dimenticare, da rimuovere o da vedere con occhi nuovi. Le scuole vengono coinvolte, ma per dare spazio e ascolto a chi ha commesso crimini, per accogliere le loro testimonianze, per dibattere sulle loro motivazioni. I sacerdoti sono sempre in prima linea, ma per accogliere ogni assassino come figliol prodigo, per affermare insieme la forza del dialogo, per sostenere, comprensivi, le ragioni di Caino o addirittura per sponsorizzarne la riesumata visibilità sociale. Per ogni crimine si cerca una giustificazione storica, sociale, politica. Si studiano e si motivano “le ragioni di una scelta” e si legittima la determinazione di chi ha voluto imbracciare le armi per uccidere a sangue freddo».

Si giunge così alla vergogna di un Parlamento che accoglie al suo interno anche pregiudicati responsabili di concorso in omicidio, considerando ciò una grande vittoria per le istituzioni di una società civile, e li blandisce ulteriormente con cariche supplementari concedendo loro persino dignità d’elezione a segretario d’aula.

Più avanti, Massimo Coco cita una serie di frasi tratte da libri scritti da figli – come lui – di vittime dei terroristi. Eccone alcune: «Comprendere anche le ragioni di chi ti è stato nemico è la mia via per guardare con serenità al futuro». «Comprendere le ragioni che indussero una persona a compiere un delitto». «Ripercorrere quella storia senza l’assillo dell’accertamento delle responsabilità penali per comprendere le motivazioni profonde che c’erano in chi voleva fare la rivoluzione, e si è rovinato la vita».

Ed ecco il suo commento: «Per favore, ascoltatemi con attenzione: da trentasei anni a questa parte – e dico trentasei – non c’è stato un giorno, nemmeno uno che fosse uno, in cui io non abbia pensato a mio padre: non c’è stato finora un solo giorno in cui io non me lo sia visto riverso sulle pietre di Salita Santa Brigida in una pozza di sangue, lui e i due agenti morti vicino a lui, e finché continuerò a vivere e sarò cosciente, sarà sempre la stessa cosa. Il mio è amore filiale, ma, statene certi, si accompagna passo per passo, e ogni giorno, all’odio e al rancore per chi ha provocato tutto questo».

Il libro ricostruisce, con inevitabile amarezza, il clima in cui era costretto a vivere, in quegli infuocati anni, un ragazzo (e le sue sorelle) figlio di un magistrato che era riuscito a dare scacco matto ai terroristi delle Brigate Rosse: compagni di scuola acidi e velenosi, professori mobilitati politicamente nelle file dell’ultrasinistra, volantini delle BR recapitati in classe, a lui e alle sorelle, con esplicite minacce di morte per il loro papà. Poi, dopo l’assassinio, «molti dei miei compagni insistevano sul fatto che in fondo mio padre se la fosse cercata, tesi rimasta viva persino nell’autogiustificazionismo di molti terroristi, negli anni a seguire. Raccoglievo spesso espressioni tipo: “Sono stati i carabinieri o forse la polizia a organizzare tutto. Tu in questo momento non vuoi accettarlo perché sei sotto choc…”. “Possibile che tu non voglia rassegnarti all’idea che gli assassini di tuo padre stanno a Roma?…”.

Il peggio del peggio gli accadde allorché un prof. del liceo “Cristoforo Colombo”, dove studiava, lo accusò di essere l’autore di una serie di telefonate anonime, la maggior parte notturne. Accusa folle e del tutto campata in aria. Quell’individuo arrivò a dirgli, con una ferocia spiazzante: «Quando avrò provato quello che stai facendo, te la farà pagare, vedrai. Tanto, adesso non c’è più il paparino a difenderti». Massimo lasciò il liceo, si diplomò da privatista e intraprese la carriera musicale.

Il suo libro è una miniera di episodi, volti, persone che fanno capire come era ridotto in quegli anni il nostro Paese. Ricordando la gelida cerimonia funebre per il seppellimento di suo padre e dei due agenti di scorta, Massimo scrive: «Quel giorno mi apparve chiaro che, non appena si fossero spente le luci su quel palcoscenico, per noi sarebbe incominciato un inesorabile, lento processo di abbandono istituzionale». Non manca l’amaro ricordo «di quei magistrati che il giorno stesso dell’assassinio si erano riuniti per decidere se fosse opportuno o meno presenziare ai funerali, e immagino quanto arrovellarsi in quel dubbio amletico». Cose e persone che davvero non si possono dimenticare. Come non si può dimenticare il personaggio che allora era al vertice delle Brigate Rosse e oggi è un riverito e omaggiato editore. «Lo ricordo molto bene», scrive Massimo, «in un’aula di tribunale (era la Corte d’Assise di Torino, n.d.r.), saltare festante come una scimmietta che ha trovato una nocciolina giusto il giorno dopo l’assassinio di mio padre e dei due uomini della scorta. Rivendicava assieme ai suoi colleghi galeotti proprio quel delitto e tutti esultavano gongolanti dalla sbarra degli imputati».

Si può perfettamente comprendere (e condividere) l’amara ironia con cui Massimo Coco descrive convegni, conferenze, presentazioni di libri dove i lupi incontrano gli agnelli: «E’ la “notte dei giusti”. Il tema è: “Cercando la giustizia più in là”. Se ogni torta vuole la sua ciliegina, qui siamo proprio alla nutella spalmata sulla meringata. Ma in virtù di quale suprema investitura scendete in piazza con la giacchetta dei giusti, in onore ai diritti e per cercare un’altra giustizia, ovvero per andare “oltre”, per scavalcare tutto e tutti e ritrovarsi manina nella manina “più in là”?».

Sì, Massimo Coco. Hai ragione. Hai scritto un libro «che non avrà recensioni di grandi penne, lettura nelle scuole, dibattiti televisivi, prefazioni di intellettuali, benedizioni istituzionali». Ma che si legge tutto d’un fiato. Trattenendo rabbia e commozione. Grazie!

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1 commento su “La parola a Massimo Coco – di Luciano Garibaldi”

  1. L’Estremo Sacrificio offerto quale ultimo atto di una vita spesa per il Bene e la Giustizia ha già innalzato la nobile figura del dott. Coco al di sopra di ogni umana prospettiva, nella superiore dimensione del Padre Celeste. Sulla terra i giusti non potranno mai dimenticare. Ben lontano da ogni ipocrisia il perdono scaturirà all’amato figlio direttamente da Dio che lo colmerà della Sua Benedizione e della Pace vera, quella che solo da Lui discende. Grazie al prof. Massimo per questa testimonianza : il ricordo costa dolore sì, ma è indispensabile per continuare a vivere.

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