LA PROIBIZIONE DEL PIACERE – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P.Giovanni Cavalcoli,OP

 


E’ nota l’accusa ricorrente contro la morale cattolica, soprattutto sessuale, sin dagli albori del cristianesimo, mossa dagli epicurei, attraverso il neopaganesimo rinascimentale, per giungere a Lutero, ai libertini del ‘6-‘700, ai romantici, sino a Freud e Nietzsche, per non parlare dell’aggressivo edonismo contemporaneo, di essere una morale sessuofoba che reprime il piacere e con ciò, si pensa, la vita e l’amore, sbarrando all’uomo con arcigna severità la via della felicità e l’esercizio della libertà.mela

Ponendo in gioco tanti valori da tutti comprensibili ed apprezzati, l’edonismo di sempre ha buon gioco soprattutto nei giovani e negli innamorati, rendendo assai difficile, alla Chiesa, soprattutto oggi, attirare i giovani all’ideale cristiano. Ciò è segnalato anche, crediamo, dalla grande difficoltà che la Chiesa incontra nel suscitare vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, anche per la frequente mancata comprensione e collaborazione da parte delle famiglie, degli ambienti politici e persino della scuola, spalleggiati a loro volta da una potente e seducente propaganda dei mass-media a favore dell’edonismo sessuale.

E come se ciò non bastasse, nello stesso campo cattolico non mancano moralisti che si mostrano assai compiacenti nei confronti dell’edonismo, per non dire che lo teorizzano esplicitamente, come ricordo avvenne negli anni ’80 in Olanda dove addirittura c’erano dei Domenicani che sostenevano che il principio della morale è il piacere, facendo venire in mente il famoso ritratto dell’epicureismo fatto da Dante: “s’ei piace, ei lice”.

L’ostilità nei confronti dell’etica cristiana e in particolare dell’etica sessuale trova ulteriore alimento presso gli edonisti e gli epicurei – vedi per esempio Nietzsche, sempre di attualità soprattutto fra i giovani – nel fatto che il cristianesimo sembra esaltare ed incentivare la sofferenza, con la sua dottrina dell’“amore per la Croce”. Anche qui c’è un enorme equivoco, che purtroppo viene accentuato dalla concezione dolorista della Redenzione, oggi purtroppo diffusa anche tra i cattolici, dopo esser nata il clima protestante, secondo la quale in Cristo soffre non solo l’uomo ma anche Dio stesso, sicchè la sofferenza diventa un attributo divino. Con idee di questo genere, si dovrebbe soffrire anche in paradiso.

Al riguardo dobbiamo ricordare che questa idea dolorista, che purtroppo seduce molti con una falsa idea della “compassione” che Dio Padre ha per il Figlio e per noi, idea nata già nei primi secoli del cristianesimo, fu già subito condannata dalla Chiesa come eresia e va sotto il nome di “teopaschismo” o “patripassianesimo” (sofferenza di Dio Padre).

Bisogna qui ricordare un punto che mille volta hanno ripetuto i moralisti cattolici, e cioè che il cristianesimo non ama la sofferenza per se stessa, ma in quanto prezzo da pagare per la conquista di più alti ideali(ecco la rinuncia, lo sforzo e il sacrificio) e soprattutto come partecipazione volontaria, per amore, alla Croce redentrice del Signore, proprio in vista della liberazione dal peccato e della stessa sofferenza.

Non si può negare che anche su questo terreno il Concilio Vaticano II e la rinnovata concezione della sessualità umana che ne è scaturita a livello dello stesso Magistero della Chiesa fino a Giovanni Paolo II, hanno dato un contributo importante nell’eliminare equivoci, fraintendimenti e pregiudizi contro l’etica sessuale cattolica, correggendo una visione precedente di tipo dualista e rigorista, che aveva avuto successo per lunghi secoli, legata soprattutto al monachesimo origenista, i cui estremismi erano del resto stati condannati dallo stesso Magistero, e chiarendo alla luce di una migliore interpretazione della Sacra Scrittura ed una migliore antropologia libera dal platonismo e da influssi catari o indiani, la vera dignità del piacere in generale e di quello sessuale in particolare, in congiunzione con la distinzione voluta da Dio stesso tra uomo e donna in relazione al sacramento del matrimonio ed alla reciprocità tra i due sessi non solo per l’edificazione della famiglia, ma anche della società e della Chiesa, nonchè in chiave edenica ed addirittura in prospettiva escatologica (catechesi di Giovanni Paolo II sulla “teologia del corpo”).

Ovviamente non si tratta affatto, come vorrebbero farci credere certi moralisti modernisti o certi psicologi accondiscendenti, di un’assunzione acritica dell’epicureismo o del freudismo, quanto piuttosto di una posizione che si potrebbe ricondurre – volendo restare nei termini dell’antropologia filosofica -, non tanto al dualismo platonico, quanto alla visione unitaria sostanzialistica “ilemorfica” – composizione di anima e corpo – di origine aristotelica, nella versione cristianizzata di S.Tommaso d’Aquino e della sua scuola sino al Maritain ed ai tomisti contemporanei.

Non c’è dubbio che resta e deve restare l’idea tradizionale, ben fondata, secondo la quale il piacere fisico ed anche spirituale non sono sempre necessariamente buoni ed onesti dal punto di vista morale e quindi della vera felicità umana, ma possono essere anche disordinati, disonesti e quindi moralmente illeciti e proibiti, quando non emanano da atti umani conformi alla legge morale e al vero fine dell’uomo, naturale o soprannaturale.

Non c’è dubbio, per converso, che resta valida anche l’idea tradizionale, essa pure ben fondata, del valore della rinuncia e del sacrificio, quando si tratta di salvare un bene o un valore superiore, soprattutto quelli che attengono ad una sana vita spirituale e religiosa.

Ciò naturalmente suppone un’antropologia che  dia il primato dello spirito sulla materia e quindi sul sesso, per cui, posta la circostanza di un conflitto tra questi due piani, non dovrebbe esserci dubbio della necessità di sacrificare il valore inferiore a quello superiore. A ciò però si oppone una certa antropologia, purtroppo infiltratasi anche in ambienti cattolici, la quale facendo leva su di una falsa interpretazione del concetto biblico “unitario” dell’uomo, nega come “dualistica” la distinzione fra anima e corpo, riducendo quella a questo, per cui il discorso della rinuncia e del sacrificio perde il suo senso e si cade inevitabilmente nell’edonismo e nella sfrenatezza sessuale, della quale oggi conosciamo mille forme, più o meno gravi o scandalose.

Quello che oggi tuttavia, in mezzo a questo caos, si comprende meglio, – e ciò è provvidenziale proprio per uscire dalla crisi – è che il piacere fisico, almeno da un punto di vista psicologico, di per sé non è un male, ma è creato da Dio come quiete dell’appetito nel bene posseduto. Il piacere, invece, come si è detto, diventa un male morale solo quanto non risulta da un atto moralmente onesto.

Ciò allora vuol dire che l’onesto non si identifica sic et simpliciter col dilettevole, ma che è un bene in se stesso fondato sul perseguimento dei veri fini dell’uomo e sull’obbedienza alle leggi la cui pratica consente il raggiungimento di quei fini, anche se, stante la situazione di fragilità dell’uomo (quello che S.Paolo chiama conflitto tra la “carne” e lo “spirito”), in caso appunto di conflitto, occorre, come si è detto, saper rinunciare al valore inferiore per non perdere il valore superiore.

Ma la prospettiva educativa e morale uscita dal rinnovamento conciliare punta soprattutto sul conseguimento della sintesi di spirito e sesso, corrispondente al piano originario ed escatologico della creazione ed applicazione della nuova visione escatologica, incarnazionistica e conciliatrice che fa da ispirazione di fondo delle dottrine e delle indicazioni pastorali del Vaticano II.

C’è stato chi ha pensato che in ciò vi sia ingenuità ed eccessivo ottimismo, quasi a dimenticare le conseguenze incresciose del peccato originale e la permanente necessità dell’ascetica e di una vita austera. Non è così. Per un cattolico sarebbe temerario giudicare così dall’alto gli insegnamenti di un Concilio e della morale che da esso è scaturita, atteggiandosi da maestro che giudica lo scolaro, sia pur invocando la “Tradizione”.

Sia ben chiaro che è lungi le mille miglia per un cattolico dimenticare il valore sacro e permanente della Tradizione. ma appunto per questo si deve dire a chiare lettere che anche il Vaticano II, e più che mai il Vaticano II è testimone infallibile ed affidabile della Tradizione, però una Tradizione viva e vivente, che non ha riportato di peso il livello precedente, ma lo ha sviluppato chiarendo ed esplicitando, nella piena continuità dei valori immutabili e perenni della fede cattolica.

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