LA RAGIONE DEL DOLORE. LETTERA APERTA A DON INOS BIFFI – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

Reverendo Don Inos Biffi,

ho letto con piacere su L’Osservatore Romano del 14 maggio scorso il suo interessante intervento su di un tema molto delicato ed importante, sempre attuale, che nei giorni recenti lo è diventato ancora di più a seguito della animata discussione fra credenti e non credenti e all’interno degli stessi credenti, suscitata dall’ormai famoso discorso del Prof.Roberto De Mattei su Radio Maria.

Come cattolico, non posso che condividere ed apprezzare quanto Lei dice, in base ai dati della fede, sull’origine lontana dei dolori dell’umanità dal peccato originale, sul legame del dolore col peccato, sullo scopo redentivo delle sofferenze di Cristo e sul valore della nostra unione con il Crocifisso, nonché sulla dannazione eterna come giusta conseguenza dell’ostinazione finale nel peccato.crocifisso

Mi permetto invece di fare alcune rispettose osservazioni sui seguenti punti.

Innanzitutto direi che il mistero del dolore, se effettivamente viene decisivamente illuminato dai dati della rivelazione cristiana, non è del tutto oscuro all’indagine della ragione. La storia della filosofia occidentale ed orientale sta a testimoniarlo in molti modi, atti a dare una qualche luce ed una qualche consolazione, che rinsaldano virilmente l’animo, insegnano la pazienza, incitano alla lotta contro la sofferenza, insinuano l’idea del sacrificio, aprono il cuore alla speranza e preparano il terreno al messaggio cristiano.

In tal senso non è vero che “la ragione non è in grado di trovare una soluzione, che spieghi o giustifichi il dolore”. Non trova certo l’insuperabile soluzione offerta dalla fede, ma già pone delle premesse, umili ma sicure, che sono come una via che conduce alla fede, così come il Battista, col suo senso di giustizia e amore per la penitenza, conduce a Cristo, infinita misericordia e gratuito perdono. Ma senza il Battista non si va a Cristo.

Infatti, in primo luogo già Aristotele è consapevole del fatto che il dolore entra nella categoria del male come stèresis, ovvero “privazione” o “mancanza”, ciò che poi gli Scolastici chiameranno privatio boni debiti. Ora questa privazione, questa indebita assenza, può essere attiva o passiva. Nel primo caso abbiamo la cattiva volontà, il male di colpa, quella che già Cicerone chiamava mala actio e il cristianesimo “peccato”. Nel secondo caso abbiamo il male di pena, il patimento, il dolore, la sofferenza. Il dolore e il peccato sono contro natura e vanno quindi tolti osservando la legge di natura. Tutto ciò si riconduce alle virtù della giustizia e della misericordia.

Per quanto riguarda la saggezza orientale, sappiamo quanto il Buddismo abbia meditato sul senso del dolore e su come liberarcene. Certamente il Buddismo non ha la prospettiva cristiana della risurrezione e manca della coscienza tipicamente cristiana del valore redentivo del dolore; e tuttavia con la famosa dottrina del karma dà prova di quella consapevolezza spontanea della ragione che vede nel dolore la conseguenza di una vita cattiva e, se tale visione è deviata dalla falsa idea della reincarnazione, tuttavia in se stessa non è priva di valore, si basa sull’idea della giustizia e dà la speranza di una liberazione finale dal dolore mediante lo sconto dei peccati e l’esercizio della virtù.

Per quanto riguarda l’origine del male già il pensiero pagano, concependo Dio come assoluta bontà, si rifiuta di porre in Dio l’origine del male e quindi del dolore, per cui è obbligato per logica necessità a porre tale origine in un ente personale finito capace di scelta tra il bene e il male e questo è l’uomo o eventualmente anche lo spirito puro, cioè l’angelo.

Inoltre gli storici della filosofia sanno come le menti pagane più nobili, vedendo chiaramente che Dio è buono e felice e che l’uomo è peccatore e disgraziato, hanno immaginato che all’origine dell’umanità ci sia stata una caduta, dalla quale la sapienza filosofica ha il compito di far risalire l’uomo per ricondurlo alla primitiva felicità. E ciò avviene con i sacrifici religiosi aventi lo scopo di “placare la divinità offesa ed adirata per il peccato”. Ed è da notare che questo sacrificio per noi cristiani è il sacrificio di Cristo. Inoltre questo non è solo il linguaggio “pagano”, ma anche quello biblico, il cui riflesso si trova addirittura nel Canone Romano della Messa. Certo, si tratta di metafore, di tentativi vaghi e a volte difettosi, ma degni di rispetto, che testimoniano che anche la sana ragione del pagano e del non credente, ha qualcosa da dire sul mistero del dolore.

Inoltre, sempre su questo tema, la medesima saggezza pagana coglie molteplici significati che possono essere razionalmente spiegabili, per cui esiste anche un rimedio razionale al dolore, benchè non risolutivo, prima ancora di ricorrere alla fede.

Il dolore è innanzitutto l’effetto naturale della perdita o della mancanza di un bene amato, soprattutto se necessario o dovuto. Esistono dolori naturali e dolori innaturali, dolori benefici e dolori malèfici. Innaturale è addolorarsi per ciò che dovrebbe far piacere. Benefico è il dolore del sacrificio e della penitenza. Malèfico, il dolore dell’invidioso e dell’adirato. Il dolore può altresì essere concepito come giusta pena del delitto (il “castigo”). Il concetto che Dio premia e castiga è fondamentale nella religione e nella coscienza morale naturali.

In questo senso non mi sento di condividere la sua affermazione secondo la quale “il dolore come puro castigo, deputato a compensare e a equiparare in certo modo la colpa, non è mai esistito e non è neppure pensabile”. Invece è proprio questo il concetto originario della giusta pena e di fatto questa pena esiste in coloro che non si pentono della loro colpa e non la espiano. Ciò vale sia per la giustizia umana (sistema giudiziario) che per quella divina (inferno). E’ la cosiddetta “pena afflittiva”, che non è satisfactio ma satispassio.

Il dolore è altresì la naturale conseguenza della malattia o di un trauma o di un’offesa ricevuti. L’espiazione della giusta pena può avere un valore rieducativo o redentivo anche sul piano della semplice giustizia umana. Il dolore può essere giustificato dallo sforzo morale o dal sacrificio o dalla rinuncia (il cosiddetto “ascetismo”). Può essere legato alla compassione per i dolori del prossimo o allo sdegno per le loro cattive azioni.

Esiste poi il dolore legato al pentimento (pensiamo al cattolico “atto di dolore” che si recita in confessionale). La virtù della pazienza o della tolleranza sono un modo umano e ragionevole per dar senso al dolore. La medicina è una soluzione, benchè imperfetta, al problema del dolore. Il conforto morale lenisce la sofferenza. Ricordiamo il famoso sublime “De consolatione philosophiae” di Severino Boezio, scritto in carcere in attesa della morte. Ricordiamo con Lei la morte di Socrate.

Inoltre già una sana metafisica o la stessa psichiatria possono spiegare, confutare e correggere false concezioni del male e distorte visioni del dolore, come per esempio l’errore del manicheismo (i due assoluti del Bene e del Male), il concepire il dolore come buono in se stesso (dolorismo, masochismo) o addirittura divino (il Dio che “soffre”) o il gusto di far soffrire gli altri (crudeltà, sadismo, nazismo), o il concepire il dolore come inevitabile, logico, necessario e razionale (Hegel). Oppure il concepire il dolore come semplice parvenza soggettiva (panteismo spinoziano). Anche il vedere il dolore come un qualcosa del tutto irrazionale o assurdo (esistenzialismo) è sbagliato, perché induce al fatalismo, alla disperazione ed alla falsa rassegnazione. Viceversa l’atteggiamento virilmente razionale nei confronti del dolore e la volontà di spiegarne le cause attivano le energie positive di attacco contro il dolore e di difesa dai suoi insulti.

Che poi il dolore, per un misterioso piano d’amore divino, possa acquistare un significato salvifico innalzando l’uomo addirittura ad una vita divina è, come Lei giustamente dice, un concetto puramente di fede: tuttavia questo concetto, legato alla misericordia, non esclude ma presuppone il primo, legato alla giustizia.  E qui bisogna citare il peccato originale. La ragione sa legare il dolore alla giustizia; la fede lo vede connesso alla misericordia.

C’è da notate inoltre che l’utilizzazione di queste conoscenze razionali circa la natura e l’origine del dolore, nonché i suoi rimedi, è un fattore essenziale di civiltà e progresso umano e, per noi cattolici, è molto importante per il dialogo e la collaborazione con i non credenti, che vogliono  combattere razionalmente il dolore. Questa “buona battaglia” nella quale tutti devono vederci in prima linea, come del resto anche Lei riconosce, costituisce una premessa indispensabile (praeambulum fidei) per condurli, con l’assistenza dello Spirito Santo, alla comprensione ed all’apprezzamento della concezione cristiana del dolore, che certo è una visione di fede; ma la nostra fede non va proposta di botto o ex abrupto ai non credenti, senza la suddetta introduzione o anticipazione, perché ciò otterrebbe risultati controproducenti; la fede cattolica, infatti, concorde com’è con le esigenze della sana ragione, dev’esser proposta a chi ancora non crede sulla base di un comune consenso su verità razionali concordemente giustificate e condivise. Solo da questo dialogo può sorgere nel non credente una vera fede cattolica, salda, serena, convinta, ben fondata e illuminata, che non sia fideismo o suggestione o emozione o “esperienza atematica” o uno di quegli illusori fenomeni compensativi ben conosciuti dalla psicanalisi o addirittura fanatismo.

Inoltre Lei ricorda opportunamente la responsabilità di noi cattolici nel presentare nel giusto modo il dato di fede, così da renderlo per quanto possibile accettabile ed al riguardo osserva che è importante mostrare solidarietà e misericordia nei confronti dei sofferenti, nonché agire perché possano essere liberati dall’ingiustizia e dal dolore. Nel contempo, e qui sono ancora d’accordo, Lei ricorda che la nostra predicazione, nella sua schiettezza, deve sapere in certi casi accettare l’opposizione che ci viene dal mondo. Ne sa qualcosa il povero De Mattei.

Ma proprio perché tale opposizione sia vana, è estremamente importante accompagnare l’annuncio cristiano del dolore come croce che Dio ci manda per amor nostro, con la chiara e previa spiegazione del rapporto del dolore e del peccato con la giustizia divina e con il fatto che il Padre certo in Cristo ci perdona, ma nel contempo vuole che noi espiamo in Cristo le conseguenze penali di quel peccato originale ed anche eventualmente colpe personali, che sono la giusta conseguenza del male compiuto, sia da noi  personalmente, sia da parte dei nostri Progenitori, colpa questa che, come dice la nostra fede e Lei giustamente ricorda, si trasmette di generazione in generazione ed è tolta dal battesimo.

Ma, come sottolinea il Concilio di Trento, non scompaiono le conseguenze penali, che Dio ci lascia perché facciamo penitenza, ci esercitiamo nell’acquisto delle virtù, vinciamo l’opposizione del mondo e ci liberiamo dalle nostre colpe. Chè se la sofferenza degli innocenti non è conseguenza di colpe personali che essi non hanno, resta pur sempre conseguenza del peccato originale che, come Lei pure riconosce citando S.Paolo, colpisce indiscriminatamente nei modi più diversi tutta l’umanità, giusti e peccatori.

Infine, vorrei fermarmi su alcune sue affermazioni che mi pare abbiano bisogno di essere chiarite, perché potrebbero prestarsi ad essere interpretate secondo quella visione rahneriana, – che non credo sia nelle sue intenzioni – per la quale tutti sono redenti e in grazia, sicchè diventa impensabile l’esistenza di una giustizia divina punitrice e quindi della stessa pena infernale, che invece vedo che Lei ammette con chiarezza.

Dice Lei infatti che dopo il peccato dei Progenitori “il genere umano non fu mai lasciato sprovvisto della grazia della redenzione; che esso non si trovò mai in un puro stato di ‘castigo’ per il peccato originale, e quindi in uno stato di natura decaduta irredenta, che qualche illuminato teologo giustamente ritiene impensabile”. Ed inoltre che “il dolore umano è da sempre arcanamente connesso con i dolori del Crocifisso; da sempre in ogni uomo che patisce si riflette il Cristo, così come ogni grazia di salvezza, in qualsiasi tempo della  storia, è un’impronta della grazia di Gesù salvatore”.

Ora, parlando del “genere umano che non fu lasciato sprovvisto della grazia della redenzione”, credo che dobbiamo distinguere tra “genere umano” inteso come collettività umana o natura umana in senso generico e “genere umano” inteso come insieme dei singoli individui, tutti appartenenti al genere umano. Nel primo senso è indubbio quel che Lei afferma. E per questo si parla di natura umana redenta e si afferma che una natura umana irredenta non è mai esistita, benchè, a rigore di pura giustizia divina, tale natura irredenta sia concepibile, come S.Tommaso osserva.

Infatti, se Dio ci avesse castigati e lasciati nel nostro castigo, del quale ci aveva preavvertiti nei nostri Progenitori, osserva l’Aquinate, non avrebbe mancato alla sua giustizia; saremmo rimasti, come dice Sant’Agostino, una massa damnata; ma poichè Egli è anche bontà infinita, era estremamente conveniente, benchè non fosse obbligato, che avesse pietà  di noi e trasformasse, grazie alla croce di Cristo, in redenzione quello che era un semplice castigo. Anzi il Padre ha preso occasione da questa felix culpa per elevarci ad uno stato di gloria che, stando al racconto biblico, neppure i Progenitori avrebbero conosciuto se non ci fosse stato il peccato: la figliolanza divina in Cristo.

Se invece intendiamo l’espressione suddetta nel secondo senso, bisogna dire che benchè la grazia della redenzione sia offerta a tutti, non tutti di fatto sono provvisti di questa grazia a causa del loro volontario rifiuto, per cui non sono oggetto della misericordia ma della giustizia divina. E quindi in tal senso, relativamente a costoro, si può parlare di una natura irredenta, non perché anche a loro non sia stata offerta la redenzione, ma perché l’hanno colpevolmente rifiutata.

Ma anche ammettendo, secondo un’opinione teologica recente, che la grazia della redenzione giunga a tutti gli uomini immediatamente dopo il concepimento liberandoli quindi dalla colpa originale, anche prima dell’eventuale sacramento del battesimo, si dovrà sempre dire che anche in questo caso non tutti sono provvisti della grazia della redenzione per il fatto che alcuni, giunti all’età di ragione, pur trovandosi in grazia, la perdono col peccato, per cui la loro natura resta decaduta, come dice la Scrittura, in uno stato ancora peggiore rispetto a quello conseguente la sola colpa originale.

Infatti mentre la coppia primitiva era caduta negli inferi, che sono stati aboliti da Cristo quando scese negli inferi e risorse da morte, coloro che rifiutano la redenzione precipitano in una situazione ben peggiore e irrimediabile che è l’inferno.

Inoltre c’è da osservare che non è un qualunque o semplice fatto materiale del patire che è “connesso con i dolori del Crocifisso”, né in esso come tale “si riflette il Cristo”, perché ciò sarebbe un’ingiustificata esaltazione del soffrire come tale, ma solo in quel patire che mette in qualunque modo in gioco la causa di Cristo, anche se in modo inconscio, come nel caso dei Santi Innocenti.

Occorre poi, nell’adulto, che sia un volontario, anche se inconsapevole, patire per Cristo, cosa che non tutti gli uomini fanno. Quindi non “in ogni uomo che soffre si riflette il Cristo”, ma solo in coloro che, magari inconsciamente, godono della grazia di Cristo. In chi soffre bestemmiando, non c’è nessun riflesso di Cristo, ma solo i patimenti del demonio.

Il difetto, purtroppo oggi diffuso, di una certa dolciastra predicazione della Redenzione è la pretesa di mettere in gioco solo la divina misericordia e non anche la giustizia. C’è solo perdono e non ci sono castighi. Un Dio che castiga sarebbe un “Dio cattivo”. Fu già questo l’errore di Lutero. Questo vuol dire falsare tutto, compreso il vero concetto della misericordia e presentare la “bontà” divina (il Dio che per amore manda il dolore) in maniera derisoria che non suscita la fede ma la bestemmia e a buona ragione.

Se in questa vita ci sono le pene, vuol dire che siamo sotto la giustizia, e che qui la misericordia non c’entra, almeno direttamente. Essa invece propriamente entra in gioco a perdonare il peccato ed a sollevare dal dolore. E se alla fin fine anche le pene che Dio permette entrano in un piano di misericordia, ciò è dovuto al fatto, come dice l’Aquinate, che è per misericordia che noi in Cristo possiamo scontare le pene dei nostri peccati. Ma questa è direttamente funzione della giustizia (satisfecit pro nobis, come dice il Concilio di Trento). E dunque la vera misericordia suppone la giustizia.

Non bisogna allora confondere l’offerta di salvezza fatta a tutti dal Padre nella croce di Cristo con l’idea assolutamente errata che di fatto tutti vivano la croce di Cristo, magari senza saperlo. Le cose non stanno assolutamente così, perché, secondo la fede cattolica, se a tutti viene data la possibilità di patire con Cristo, non tutti di fatto, per colpa loro, attuano questa possibilità e pertanto alcuni si dannano, come insegna il Concilio di Trento (Denz.1523). Questa è la verità cattolica, che ho ricordato anche in un mio recente libro “L’Inferno esiste. La verità negata”, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

La questione della natura e del perché del dolore è uno dei grandi temi dove la ragione s’incontra con la fede. Sostenere a tal riguardo la fede mettendo fuori gioco la ragione è una vittoria di Pirro ed un procedere scorretto che finisce col ritorcersi ai danni della fede. Una fede contraria alla ragione è una grave colpa morale, è un peccato contro la verità e pertanto è una fede falsa.

Noi cattolici dobbiamo lasciare alla ragione piena libertà di raggiungere le sue massime altezze, sapendo che comunque la fede va sempre oltre sostenendo e illuminando dall’alto del Mistero le conquiste della ragione. Come diciamo del mistero eucaristico: Quantum potes, tantum aude, quia est maior omni laude. La grandezza della nostra fede si mostra proprio nel migliore dei modi applicando questo metodo, poichè è evidente che un valore è tanto più grande quanto più grande è il valore che esso supera e trascende.

Escludere la ragione per dar spazio alla fede, quando la ragione può dire una parola, può sembrare un pio discorso ed un’esaltazione della fede, ma in realtà è un fideismo irrazionale, che non risponde alla vera tradizione cattolica sino agli insegnamenti attuali della Chiesa, che nella persona del Papa raccomanda più che mai nella catechesi, nella pastorale, nella teologia e nella cultura cattolica, quella sapiente congiunzione di ragione e fede che è raccomandata dal Concilio e trova un sommo esempio nella sapienza dell’Aquinate, del quale so che Lei è esimio discepolo e coraggioso sostenitore.

P.Giovanni Cavalcoli,OP Bologna, 17 maggio 2011

 

 

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