LA REGOLA AUREA RIPOSTA NELLA NARRATIVA – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

Non so impedirmi di fare confronti col passato, e mi lascio andare ad esporli alle ultime generazioni perché servano loro da bandolo della matassa, nella quale sono avviluppati senza sapersene districare. Ma vai a farglielo capire che, se nel passato non spicca la chiave d’oro che apre la porta del loro carcere, tuttavia, mediante i raffronti: dal meno odierno al più ormai trascorso, si ottiene l’indicazione per decifrare il busillis.

Il busillis è la giusta maniera di condurre la propria esistenza. A chi è nato in quest’epoca non interessano i paragoni con un’epoca sepolta; vuol partire di qui e finire qui senza uscirne, e senza scendere abbastanza sotto il contingente andando al sodo: all’uomo invariabile, ai rimedi invariabili, valevoli nei secoli dei secoli. È un barcamenarsi su fondamenti che sono piuttosto sabbie mobili. Ma guai a toccarli! È una nave sbandata e parecchio fuori rotta da almeno due generazioni, tanto che presto non ci saranno più anziani venuti da un altro mondo, anziani come me.

cicognani

Inutile cercare il succo, il quadro appagante nelle sistemazioni del pensiero a portata di mano, nell’immediatezza delle artistiche rappresentazioni di recente produzione. Niente di decantato: soltanto catarsi effimere, turbolenze, affezioni e godimenti accomodati con tante deboli bugie: disperati.

Sicché sono liberato da scrupoli e rimproveri allorquando, in compagnia di chiunque intenda uscire dal vicolo cieco, riprendo un buon lavoro letterario edito nel periodo della ricostruzione postbellica o ad essa anteriore. Al piacere della lettura si unisce il nutrimento della saggezza atemporale. Per scoperchiare la crisi in cui affoghiamo non c’è che andare laggiù. Svariate le prese di visione, di comprensione, ma certa narrativa doviziosa, che fotografa le azioni significative ed esplora con sincerità i pensieri e i cuori, ritengo porga l’esauriente morale della favola.

Bruno Cicognani sperimentò su di sé il cammino del riscatto. Cresciuto allo stile

dannunziano, divenne pienamente cattolico. Non un cattolico come ne abbiamo intorno, attenti a non pestare i piedi a nessuno e agli empi, tanto meno; né uno di quelli alla Domenico Giuliotti, il quale ardì asserire che lo scampo in politica stava nell’“esecrata teocrazia, il cui solo nome fa inorridire i teneri cuoricini democratici, ma che potrebbe, essa sola, dopo tante ‘inutili stragi’, ridar pace, ordine e giustizia agli sconvolti formicai delle nazioni moderne”. Il Cicognani, fiorentino non caustico, ma realista, ci restituisce all’onor del mondo onorevole, prescindendo dal clima politico e sociale, andando all’origine della questione individuale: la natura umana e le nostre capacità di contenerle di metterla a frutto, in ogni ambiente e circostanza.

Nel suo romanzo La Velia (Milano 1926) spezza gli schemi classisti e del popolarismo.

È una bella popolana, la calcolatrice che rovina il nucleo borghese in cui si è introdotta da moglie e poi da amante. In Villa Beatrice (Milano 1931) l’impotenza affettiva e la sensualità tiranna sono i nodi dolenti che soltanto la fede potrebbe sciogliere.

Mi trattengo su La nuora (Firenze 1954). Le vicende hanno luogo nella seconda parte del ventennio fascista. Le classi sociali mantengono le loro caratteristiche, i loro pregi e difetti, le loro superiorità e inferiorità, senza pregiudizio. Ci viene proposto un campionario delle nature umane in tutta la loro effettiva disparità. La natura solida e morigerata, ma soggetta a subire la passione amorosa. La temperata aderente alla fede, sempre in grado di afferrare il controllo. L’irrequieta incapace di sacrificio, nonostante la sua intelligenza. L’intelligente e intellettuale, che vive la sublimazione di un amore impossibile, subendone la prigionia. L’eletta, che emana spiritualità irresistibile, luminosa con una vena di mestizia, per essere partecipe dei dolori altrui. Le creature felicemente dotate non sono un’invenzione ottocentesca, vivono nascoste o addormentate in mezzo a noi. E sono una gran pietra di paragone.la velia

La varietà dei tipi non si esaurisce qui. Nel contorno, stanno gli edonisti, sensuali e vanitosi. Alcuni di essi, respinti dai migliori, devono riconoscere la propria inferiorità, da cui pure sono sedotti. Altri, nuotando nella ricchezza, dando sfogo al loro vigore negli svaghi sportivi, non si accorgono della loro felice insensibilità. Razza vigorosa, dominatrice, soddisfatta di sé, ma di uomini dall’anima dimezzata. Essi rispecchiano i campioni dell’ultimo mezzo secolo, il traguardo posto di là dal conveniente, di là dalle regole auree del vivere, oltre i comportamenti sostenibili, in accordo con l’inarrestabile libertà vagheggiata e rivendicata, sorda alle bellezze virtuose, e negata financo per i pagani voli pindarici. Non più verginità, non più purezza, non più l’intera sfera che le avvolge: privazione irrisa e inaridente.

Incontriamo le apparenze da salvare, ma, guada caso, in armonia con le buone norme stupidamente e ignobilmente cestinate. Torna l’incontro con l’onore della nobiltà decaduta, soccombente, eppure non mai sconfitta nel suo codice di cavalleria.

Al centro, l’autore mise a fuoco il dramma della donna affascinante, colta, sensibile e acuta, fatta per vivere al massimo le sue capacità e possibilità. Ella crede nella vita pienamente vissuta e nel grande innamoramento corrisposto, disposta per questo a staccarsi dalla sua condizione di moglie d’un uomo probo.

“Hai un marito virile che ti ama più di sé stesso, una suocera forte che ti considera come una figliola” suo fratello l’istruisce, prima che ella compia il passo avventato, “E non trovi invece in essi verun appoggio, nulla che ti congiunga alla vita come ragione di vivere, e questa ragione sogni di là dalla cerchia in cui ti sei inserita. E tu invochi la maternità. Ma come l’ultimo appello all’istinto. Ha qualche cosa di disperato: la disperazione dello spirito. E invece è nell’accettazione gioiosa delle conseguenze tutte del tuo stato che puoi trovare la pace, l’accordo con te stessa. E più questa accettazione ti costerà sacrificio, più sentirai d’aver acquistato ragione di essere e disposizione ad amare. Più l’accordo con te stessa ti sarà difficile e doloroso, più il sentimento della conquistata interezza ti darà la coscienza di ‘essere’”.

Naturalmente la predica non convince, e la nostra eroina dovrà bere il calice amaro prima di tornare all’ovile. E già la zia quieta, innanzi al suo matrimonio, l’ammoniva nei confronti del fascino d’un pittore conosciuto in Versilia: “A tempo mio o s’era innamorati o non s’era: e essere innamorati voleva dire una cosa molto precisa. Oggi, dire a una ragazza: ‘Dunque vorresti che ti sposasse’, c’è il caso che quella ti rida sulla faccia (…). Per cui rinunzio a capire e ti dico soltanto: ‘Abbi giudizio’. Perché in certe faccende, voglio dire nelle conseguenze, la natura è rimasta e rimarrà sempre la stessa”.

Da un pezzo invece si procede storditamente per un verso di grossa e sconsiderata ingordigia, che ottunde la fine sensibilità, che rende i sensi vedovi del meglio dell’anima, e infecondi.

Una pecca nell’opera? Sicuro. Talvolta i personaggi si esprimono un po’ troppo bene, letterariamente. Quel che poteva restare implicito e reso altrimenti, essi lo dicono. La sostanza non muta. In compenso abbondano i brani da antologia, di alta poesia.

Dove abbiamo sterile dibattito sui diritti, sulle quote rosa (una stupida ansia di giustizia vorrebbe annullare l’evidenza delle differenti peculiarità maschili e femminili, sino all’ingiustizia che privilegia il sesso debole a scapito del criterio del merito e delle attitudini), dove oggi si brancola nel buio, nondimeno cristiano, s’illumina lo sbocco elevato della rinuncia, dell’ideale da appropriarsi, quand’anche si scosti dalla nostra indole, degli affetti sicuri, basati sulla stima, dei sensi domati, della fede intemerata, del timore di Dio.

Conoscendo le persone un tempo ancora osservate in quest’ottica, si ha l’occasione di penetrare sino alla sostanza, di scoprire la verità abbandonata e sciaguratamente postergata. Ecco acquistato il senso della buona esistenza da conquistare, come insegna San Paolo, cingendo l’armatura del guerriero, o con la castità che s’impone all’atleta che gareggia.

Bruno Cicognani non nascose il suo distacco dalle mode, dalle ideologie e, pur criticando alcuni costumi della modernità, non ne sopravvalutò il potere, quel potere diventato in seguito invasivo. Più tardi, la critica non gli perdonò il disimpegno;i seppellitori suoi e di diversi suoi simili, non gli perdonarono l’indipendenza ideale per la debita oggettività, che prende a termine di riferimento le anime nobili, le vite maggiormente sante.

Chi senta il bisogno di procurarsi l’oggettività rasserenante, di dissotterrare cose preziose, deve rassegnarsi ad andare in biblioteca, oppure a girovagare e a rovistare negli scaffali dei venditori di libri usati. Eh già, soltanto i guadagni sudati sono guadagni autentici.

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