LA RIFORMULAZIONE DEL DOGMA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

Come è noto, il Concilio Vaticano II promosse la presentazione del dogma cattolico in un linguaggio nuovo, adatto e comprensibile per luomo doggi, assumendo non solo una terminologia moderna, ma anche modi espressivi o di pensare propri della cultura contemporanea, così che agli uomini doggi sia reso più facile laccesso allimmutabile deposito della verità rivelata. Questa operazione promossa dal Concilio è stata chiamatainculturazione”: lutilizzo, per la spiegazione del dogma, delle varie culture alle quali la predicazione del dogma viene indirizzata.

Ealtrettanto noto con quanto fervore di iniziative i teologi si sono messi al lavoro per ovviare a queste richieste del Concilio. Cè tuttavia da domandarsi se in questa enorme produzione teologica non ci siano stati dei malintesi o delle false interpretazioni di quanto il Concilio aveva voluto dire. E la risposta a questa grave domandaormai lo sappiamoè in gran parte purtroppo .

concilioInfatti diversi equivoci si sono verificati. Innanzitutto si è confuso il linguaggio o i modi espressivi con i quali la verità dogmatica ci viene proposta dalla Chiesa sulla base del Vangelo, con i concetti o le nozioni con i quali questa verità viene espressa e formulata, ossia gli enunciati dogmatici fissati lungo i secoli dalla Chiesa soprattutto mediante lopera dei Concili Ecumenici.

Per quanto riguarda questi enunciati, si potrebbe parlare qui diformula dogmatica”; ma questa è unespressione ambigua, perché con essa si può intendere la nozione dogmatica, di per universale ed immutabile, ma anche il linguaggio o la terminologia del dogma, che non sono necessariamente fissi ed universali, ed anzi in certi casi vanno cambiati proprio per rendere intellegibile il dogma in certi tempi e in certi luoghi.

Alcuni teologi hanno applicato le direttive conciliari partendo da una gnoseologia sbagliata, soprattutto per quanto riguarda la funzione del concetto nel sapere in genere e nel sapere di fede in particolare. Hanno scambiato il concetto per una specie di simbolo, un pocome avvenne per il modernismo, ossia il concetto non come segno mentale naturale del reale, così da poter essere aderente al reale, ma semplicemente come segno convenzionale del reale, appunto un simbolo, un pocome il tricolore non è il concetto dellItalia, ma è un oggetto convenzionale vedendo il quale sappiamo che esso rappresenta lItalia. Ma tale oggetto non ha niente a che vedere con la stessa realtà dellItalia, la quale potrebbe essere altrettanto ben simboleggiata, purchè si fosse daccordo, con una bandiera a due o a quattro colori.

Viceversa il concetto in generale e quindi anche il concetto dogmatico in particolare non è altro che la realtà intesa o rappresentata sotto forma di pensiero. Ela realtà in quanto pensata o conosciuta. Per questo non ha senso ipotizzare che il concetto sia un oggetto o un quid convenzionale o liberamente creato, distinto e indipendente dal reale che deve rappresentare, in modo tale che una cosa, nel caso del dogma una verità divina, possa restare la stessa pur essendo rappresentata da diversi concetti.

Evero che esistono concetti metaforici, che variano col variare delle culture, i quali possono mutare senza che muti il significato del dogma. Per esempio, nei primi secoli Cristo era rappresentato comeOrfeo”, il dio che seduce le anime col fascino della musica. Similmente Cristo tira a le anime col fascino della sua grazia. Ma nessuno oggi pensa ad usare questa metafora per rappresentare Cristo. Ora ciò è giusto, ma non bisogna confondere il concetto metaforico, che si potrebbe chiamare simbolico, con quello proprio, che è quello veramente dogmatico, che coglie la verità di fede in modo proprio e quindi immutabile. Il concetto metaforico può essere di aiuto, ma non può pretendere di sostituire quello proprio, sul quale invece si appoggia per avere un significato accettabile.

Il concetto proprio deve mutare solo se muta la realtà rappresentata, altrimenti per cogliere il vero, se questo non muta, deve restare immutato. E questo è appunto il caso del contenuto del dogma, il quale, essendo realtà divina immutabile, non può a sua volta mutare, pena la falsificazione di ciò che il concetto intende significare. Per questo S.Pio X nella Pascendi condannò giustamente la tesi modernistica della mutabilità dei concetti dogmatici, oggi purtroppo tornata con il pretesto dell’“inculturazione”.

Per non restare troppo sulle generali, facciamo un esempio di ciò che intendo dire. Prendiamo il dogma cristologico. Esso, come sappiamo, è stato formulato in modi diversi nel corso dei primi Concili. Per esempio il Concilio di Nicea del 325 ha presentato Cristo comeconsustanziale” (omoùsios) al Padre, per significare che Cristo è Dio come è Dio il Padre, è il medesimo ed unico Dio; lasostanza divinadi Cristo è la medesima sostanza divina del Padre, consubstantialem Patri.

Lo stesso concetto fu poi espresso in forma più chiara e precisa al Concilio di Calcedonia del 451, allorchè la Chiesa affermò che Cristo è una persona (hypòstasis o pròsopon) divina con due nature (fysis): una natura divina (o sostanza divina) e una natura umana (o sostanza umana). Non si trattava di mutare il concetto di Cristo, ma di renderlo più chiaro e comprensibile, così da far capire che Cristo certamente è Dio, ma è anche uomo, senza che per questo ciò spezzi lunità della sua persona.

Ora, alcuni teologi novatori del postconcilio, col pretesto che oggi occorre presentare il dogma cristologico con un linguaggio nuovo facendo uso di categorie del pensiero moderno, hanno pretesomagari in nome di una migliore comprensione della Bibbiainvalidare i concetti dinaturaepersonausati da Calcedonia, affermando che essi non hanno più il senso che essi hanno nel pensiero moderno, per cui, se vogliamo salvare la verità del dogma cristologico, dobbiamoriformularlosecondo il senso moderno di quelle categorie, oppure abbandonarle sic et simpliciter e sostituirle con altre adatte al pensiero moderno. Occorre, essi hanno affermato, un altromodello interpretativo”.

Questi teologi hanno notato che Calcedonia usava il concetto di persona nel senso di un ente sussistente; invece, a dir loro, il concettomodernodi persona, di origine cartesiana, direbbeautocoscienza”. Per quanto riguarda invece il concetto di natura (o essenza), divina od umana, ne hanno negato limmutabilità, poggiando sul fatto che il pensieromodernosostiene lastoricitàdi ogni essenza, quindi anche di quella delluomo e di Dio. Da qui la sostituzione dei concetti calcedonesi con altri, cosiddettimoderni”, però estranei alle vere intenzioni di Calcedonia, ma sempre con la pretesa di interpretare oggi ciò che allora Calcedonia intendeva dire. Quindi unafedeltàa Calcedonia che in realtà è tradimento. La vera comprensione di ciò che Calcedonia ha inteso dire si ha solo usando nel loro retto significato i concetti che Calcedonia ha usato.

Che ne è venuto fuori? Si sono attuate le direttive del Concilio? Per nulla. Infatti il Concilio non intendeva assolutamente mutare il patrimonio dogmatico tradizionale, ma semplicemente, come ho detto e come dovrebbe esser noto a tutti, favorire una sua nuova formulazione adatta al linguaggio ed alla cultura del nostro tempo, certo in quanto essa ha di valido e non nei suoi aspetti deficitari.

Ora dobbiamo dire a chiare lettere che il concetto di persona come autocoscienza e di natura come storia saranno concetti moderni, ma non per questo sono veri, anzi sono falsi e quindi inadatti ad interpretare il dogma. Per questo fine pertanto restano i concetti tradizionaliimmutabilmente veridi persona come ente sussistente e di natura come essenza immutabile, senza dei quali il significato del dogma non è meglio interpretato, ma falsificato. E del resto la Chiesa già nel passato ha condannato come eretiche le interpretazioni che hanno preteso utilizzare quei concetti falsi di persona e di natura, che in realtà non sono affattomoderni”, ma sono già presenti nel pensiero pagano antico.

Questo non vuol dire che il dogma disprezzi lidea dellautocoscienza o della storia, ma queste idee hanno il loro posto non contro il significato tradizionale di persona e natura, o per sostituirlo ma semplicemente accanto ed in armonia con esso, relativamente a quellaspetto del dogma che può essere convenientemente rappresentato da quelle nozioni.

Infine bisogna distinguere la riformulazione di una dottrina dalla sua reinterpretazione. Un dogma può essere riformulato, ma non ha bisogno di essere reinterpretato. La formulazione riguarda il linguaggio; linterpretazione, la comprensione di quella dottrina. Occorre una reinterpretazione quando un pensiero o una dottrina non sono chiari o non si sa con certezza qual è la giusta interpretazione, tanto che nel tentativo di capire si sostituisce un significato ad un altro nella speranza di cogliere quello giusto.

Non così però si deve procedere nei confronti del dogma. Evero che esso presenta sempre degli aspetti oscuri bisognosi di essere chiariti, e questo è logico, dato che esprime il mistero di Dio. Ma nel contempo per il credente il dogma, per quel tanto che lo comprende, è luce fulgidissima e guida certissima del suo agire morale. Il dogma è interpretazione certa della Parola di Dio fatta dalla Chiesa una volta per sempre. Per questo il dogma va interpretato, certamente, ma non va reinterpretato; cioè non si tratta di escogitare un nuovo significato, ma di comprendere sempre meglio il medesimo significato. Il dogma quindi non va reinterpretato, ma va spiegato.

E questa spiegazione è un continuo approfondimento della medesima verità che si conosce sin dallinizio nella formazione catechetica. In ciò sta il progresso dogmatico promosso dalla Chiesa e da essa stessa attuato soprattutto nella storia dei concili ecumenici. Per questo ciò che di un dogma viene chiarito non può più poi essere rimesso in discussione, ma resta un patrimonio perenne della sapienza cristiana. Ed è sulla base di ciò che si è chiarito che si parte per operare sempre ulteriori chiarimenti e si avanza nella conoscenza della Parola di Dio.

Alcuni teologi evoluzionisti non credono nella possibilità di raggiungere uninterpretazione oggettiva e definitiva, per cui sono sempre indaffarati a inventare nuove interpretazioni senza mai giungere ad una certezza che dia pace allanimo e chiare direttive per lazione. Indubbiamente la ricerca teologica esige la formulazione di nuove ipotesi interpretative, ma solo in quel campo nel quale la Chiesa non è si è già pronunciata con la sua infallibile autorità. Rimettere in discussione questi pronunciamenti della Chiesa non è ricerca della verità o audacia innovativa ma presunzione gnostica o stoltezza degna del non credente.

Concludiamo quindi parafrasando il celebre avvertimento di S.Vincenzo di Lerino, oggi spesso citato: la conoscenza del mistero di Cristo deve crescere e progredire (ecco un sano progressismo, ecco i voti del Concilio!), ma senza innovazioni dirompenti che significherebbero falsificazione, bensì in continuità col significato tradizionale stabilito dalla Chiesa una volta per tutte, eodem sensu eademque sententia.


Bologna, 5 settembre 2011

 

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