“La scuola dei dittatori”. Ignazio Silone parlava dei giorni nostri

Occhei: l’insalata russa referendaria, la solita minestra teocratica iraniana, la zuppa tirannica nordcoreana… La pietanza che i grandi comunicatori però non ci servono (se non di nascosto, sotto il bancone) riguarda noi: il nostro livello di democrazia, il nostro grado di libertà. Nostro nel senso di Occidente, nostro di Europei, nostro di Italiani. Non quanto ai diritti, spesso sbandierati a vanvera e confusi con i desideri; non quanto ai doveri, spesso trascurati e ritenuti superflui.Occhei: l’insalata russa referendaria, la solita minestra teocratica iraniana, la zuppa tirannica nordcoreana… La pietanza che i grandi comunicatori però non ci servono (se non di nascosto, sotto il bancone) riguarda noi: il nostro livello di democrazia, il nostro grado di libertà. Nostro nel senso di Occidente, nostro di Europei, nostro di Italiani. Non quanto ai diritti, spesso sbandierati a vanvera e confusi con i desideri; non quanto ai doveri, spesso trascurati e ritenuti superflui.

No, proprio in merito al sistema generale. Le tremarelle epidemiche prima, il tafazzismo sanzionatorio conseguente alle operazioni militari poi, gli immarcescibili agitatori di spauracchi autoritari premono per l’amnesia di aspetti gravi. Vorrei stimolare la riflessione con il brano di un autore che risulta impossibile tacciare di reazionarismo (si legga “Uscita di sicurezza”), tanto più di tradizionalismo (si legga “L’avventura d’un povero cristiano”) o di organicità (si legga “Sulla dignità dell’intelligenza e l’indegnità degli intellettuali”). La sua firma, infatti, è quella di “cristiano senza chiesa e socialista senza partito”: Ignazio Silone. Nel testo di narrativa saggistica intitolato “La scuola dei dittatori” fa sceverare a Tommaso il Cinico “la tendenza generale allo statalismo, per cui la democrazia, volendo realizzare sé stessa, si autodivora. È una condanna, mi pare, alla quale difficilmente la democrazia può sottrarsi”.

Certo, la Scuola è libro del 1938 (la prima edizione in tedesco, a Zurigo, poi rimaneggiata per la versione italiana proposta soltanto nel 1962, sessant’anni fa) e il dialogo a tre fra Mr Doppio Vu, aspirante dittatore d’America, il consigliere ideologico e ideatore della pantautologia Professor Pickup, l’esule italiano Tommaso detto il Cinico si dipana per quattordici capitoli e 179 pagine in un ragionamento articolato e complesso che si è accostato al migliore Machiavelli. Ma a parlare per bocca di Tommaso è, dopotutto, Silone stesso e quanto dice nella terza sezione merita ancora tutto il nostro rispetto.

Dunque la democrazia “deve soccorrere le masse e gli stessi imprenditori in difficoltà e può farlo soltanto sovraccaricando le vecchie istituzioni liberali di un numero sempre più grande di funzioni sociali. Ne risulta ovunque un accrescimento di poteri, di una specie e in una quantità tali che la democrazia politica non può in alcun modo controllare. La cosiddetta sovranità popolare si riduce in tal guisa ancor più a una finzione. Il bilancio dello stato assume proporzioni mostruose, indecifrabili per gli stessi specialisti. La sovranità reale passa alla burocrazia, che per definizione è anonima e irresponsabile, mentre i corpi legislativi fanno la figura di assemblee di chiacchieroni che si accapigliano su questioni secondarie.

Alla decadenza della funzione legislativa corrisponde fatalmente la caduta del livello morale medio degli eletti. I deputati non si curano che della propria rielezione. Per poter servire i gruppi di pressione che la facilitano, essi stessi hanno bisogno della benevolenza dell’amministrazione. Le autonomie locali, i cosiddetti poteri intermedi, tutte le forme spontanee e tradizionali di vita sociale, deperiscono, oppure, se sopravvivono, sono svuotati di ogni contenuto. Ora l’egemonia di un’amministrazione centralizzata è la premessa di ogni dittatura; anzi, è essa stessa già dittatura. Nello stesso tempo (senza voler stabilire alcuna relazione di causa ed effetto col già detto) si assiste ovunque a una crescente disaffezione dalle credenze tradizionali. I grandi miti che alimentavano la fede degli avi sembrano largamente esauriti, almeno per ciò che riguarda i loro riflessi sulla vita pubblica. Sì, sopravvivono i templi le liturgie gli emblemi gli inni: ma dov’è l’entusiasmo? Chi s’illude ancora che la credenza nello stesso Dio possa migliorare le relazioni tra i popoli e che l’etica cristiana sia applicabile nella vita sociale?”. Sono parole pensate e pesate che hanno il gusto fresco dell’attualità e il sapore amaro della verità.

No, proprio in merito al sistema generale. Le tremarelle epidemiche prima, il tafazzismo sanzionatorio conseguente alle operazioni militari poi, gli immarcescibili agitatori di spauracchi autoritari premono per l’amnesia di aspetti gravi. Vorrei stimolare la riflessione con il brano di un autore che risulta impossibile tacciare di reazionarismo (si legga “Uscita di sicurezza”), tanto più di tradizionalismo (si legga “L’avventura d’un povero cristiano”) o di organicità (si legga “Sulla dignità dell’intelligenza e l’indegnità degli intellettuali”). La sua firma, infatti, è quella di “cristiano senza chiesa e socialista senza partito”: Ignazio Silone. Nel testo di narrativa saggistica intitolato “La scuola dei dittatori” fa sceverare a Tommaso il Cinico “la tendenza generale allo statalismo, per cui la democrazia, volendo realizzare sé stessa, si autodivora. È una condanna, mi pare, alla quale difficilmente la democrazia può sottrarsi”.

Certo, la Scuola è libro del 1938 (la prima edizione in tedesco, a Zurigo, poi rimaneggiata per la versione italiana proposta soltanto nel 1962, sessant’anni fa) e il dialogo a tre fra Mr Doppio Vu, aspirante dittatore d’America, il consigliere ideologico e ideatore della pantautologia Professor Pickup, l’esule italiano Tommaso detto il Cinico si dipana per quattordici capitoli e 179 pagine in un ragionamento articolato e complesso che si è accostato al migliore Machiavelli. Ma a parlare per bocca di Tommaso è, dopotutto, Silone stesso e quanto dice nella terza sezione merita ancora tutto il nostro rispetto. Dunque la democrazia “deve soccorrere le masse e gli stessi imprenditori in difficoltà e può farlo soltanto sovraccaricando le vecchie istituzioni liberali di un numero sempre più grande di funzioni sociali.

Ne risulta ovunque un accrescimento di poteri, di una specie e in una quantità tali che la democrazia politica non può in alcun modo controllare. La cosiddetta sovranità popolare si riduce in tal guisa ancor più a una finzione. Il bilancio dello stato assume proporzioni mostruose, indecifrabili per gli stessi specialisti. La sovranità reale passa alla burocrazia, che per definizione è anonima e irresponsabile, mentre i corpi legislativi fanno la figura di assemblee di chiacchieroni che si accapigliano su questioni secondarie. Alla decadenza della funzione legislativa corrisponde fatalmente la caduta del livello morale medio degli eletti. I deputati non si curano che della propria rielezione. Per poter servire i gruppi di pressione che la facilitano, essi stessi hanno bisogno della benevolenza dell’amministrazione. Le autonomie locali, i cosiddetti poteri intermedi, tutte le forme spontanee e tradizionali di vita sociale, deperiscono, oppure, se sopravvivono, sono svuotati di ogni contenuto.

Ora l’egemonia di un’amministrazione centralizzata è la premessa di ogni dittatura; anzi, è essa stessa già dittatura. Nello stesso tempo (senza voler stabilire alcuna relazione di causa ed effetto col già detto) si assiste ovunque a una crescente disaffezione dalle credenze tradizionali. I grandi miti che alimentavano la fede degli avi sembrano largamente esauriti, almeno per ciò che riguarda i loro riflessi sulla vita pubblica. Sì, sopravvivono i templi le liturgie gli emblemi gli inni: ma dov’è l’entusiasmo? Chi s’illude ancora che la credenza nello stesso Dio possa migliorare le relazioni tra i popoli e che l’etica cristiana sia applicabile nella vita sociale?”. Sono parole pensate e pesate che hanno il gusto fresco dell’attualità e il sapore amaro della verità.

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