Secondo Massimo D’Alema, intervistato da “la Repubblica”, il Pd non sa come si parla agli operai, nel senso che non ha né la volontà né gli argomenti per rivolgersi a coloro che erano tradizionalmente considerati la base sociale della sinistra.  

Qualcuno ha giustamente fatto notare: “Compagno D’Alema, guarda che non votano neanche te, per questo identico motivo. Linguaggio, immaginario, priorità. Da almeno 20 anni”. Resta il fatto, che, dati alla mano, nelle ultime elezioni, il 50% degli operai ha scelto Lega, ennesimo segno di quel  cambiamento epocale, non ancora analizzato a sufficienza, che ha fatto del partito di Matteo Salvini, dal nord al sud, il primo partito italiano.

Al di là delle polemiche interne al Pd, la questione ha evidentemente un valore che non va sottovalutato. Un’utile lettura, dai tratti autocritici, è il recente Il popolo perduto. Per una critica della sinistra, libro-intervista di Mario Tronti. 

Tronti ha alle spalle un articolato percorso intellettuale e politico, che lo ha portato dalle tesi operaiste del 1966 (raccolte nel volume Operai e capitale) all’impegno nel Pci, venendo poi eletto senatore, tra il 1992-1994, per il Pds, e tra il 2013-2014 per il Pd. Negli Anni Sessanta, Tronti teorizzava la lotta contro il padrone come un assoluto (è tutto) negando ogni valore alle domande sul “dopo” (“il problema di oggi non è che cosa bisogna sostituire al vecchio mondo. Il problema di oggi è ancora quello di come abbatterlo”).  Oggi lo stesso Tronti si interroga sulle ragioni che hanno portato la sinistra a perdere buona parte del suo popolo. E gli argomenti non mancano, a partire da una constatazione di fondo, sintesi esemplare dell’attuale realtà: “Il dramma almeno per me politicamente insopportabile – dichiara – è una sinistra di benestanti e una destra di nullatenenti”

In due queste righe c’è il senso di un fallimento e della difficoltà della nuova sinistra degli Anni Novanta, quella democratico-progressista, a farsi carico della condizione “reale” del ceto popolare  (della classe operaia). Di fronte alla crisi economica e al contemporaneo tramonto delle prospettive rivoluzionarie, le sinistre, con in testa il Pd, si sono mostrate insensibili alle vittime della crisi, privilegiando, come cifra essenziale della propria identità, i diritti delle persone, i diritti civili, dietro cui nascondere le proprie inadeguatezze. Il risultato? “Lo slittamento liberaldemocratico di quel che resta del socialismo odierno ha letteralmente abbattuto la volontà di lotta contro i nemici veri delle classi subalterne, la potenza di fuoco degli interessi economico-finanziari , tra l’altro responsabili della crisi che le aveva colpite”. Non da meno però è il venire meno dei vecchi referenti “di classe” che dovrebbe fare riflettere gli intellettuali cresciuti nel culto del marxismo. Sono insomma lontani gli anni dell’operaismo, a cui peraltro, nel corso dei decenni, lo stesso Tronti ha affiancato una riflessione sul “problema del “politico”, cioè della direzione e della mediazione politica, vista anche attraverso l’opera di Carl Schmitt.

Entrata in crisi l’espressione del popolo-società, nella pratica della lotta di classe, oggi possiamo dire che la declinazione di popolo-nazione, nella forma dello Stato politico, riconsegna una nuova legittimità al mondo operaio e – più in generale – al fronte del lavoro. Superata la stagione dell’antipolitica, risposta “reazionaria” alla crisi delle vecchie ideologie, è nell’idea populista-nazionale che viene a ricomporsi la nuova identità. 

Certi risultati elettorali passano da qui: da una nuova domanda politica all’altezza delle sfide contemporanee e ben oltre le derive liberistiche che la sinistra ha – negli ultimi vent’anni – condiviso. Su questi crinali sono emerse nuove ragioni di lotta politica e sociale, insieme a una nuova “presa di coscienza” rispetto ai processi in corso e nella prospettiva di nuovi modelli partecipativi, che dalle aziende allo Stato realizzino l’auspicata integrazione Popolo-Nazione. Il cammino è in corso e necessita di essere sostenuto, sulla base di organiche elaborazioni culturali e di conseguenti iniziative politiche. Un dato è comunque certo: nella misura in cui da qui passa il futuro, la sinistra, in tutte le sue sfumature, è il simbolo di un passato perdente. 

2 commenti su “La sinistra ha perduto il popolo”

  1. A mio avviso: ottima interpretazione. Anche se la consapevolezza nazionale del popolo che ha scelto Salvini è piuttosto immatura, Una mano a votarlo l’hanno data l’immigrazione priva di diritto d’asilo, i vari malesseri delle periferie, l’UE come responsabile della crisi economica e del disordine, la generale perdita di credito che va da Berlusconi a Renzi e Co,

  2. jb Mirabile-caruso

    M. Bozzi Sentieri: “La sinistra ha perduto il popolo”.

    Lo ha perduto, dr. Bozzi Sentieri, perché la sinistra ha trovato il Padrone più ricco del mondo!

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