La storia di suor Lucj tra giornalismo e “fake news” – di Léon Bertoletti

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Per un equivoco, una novella, scritta da un sacerdote, venne pubblicata come una notizia vera. Ma fu comunque un grande richiamo alla morale cattolica, che non ammette mai l’aborto e lo considera un peccato grave.

di Léon Bertoletti

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Suor Lucj Vetrusv è una religiosa bosniaca rimasta incinta dopo una violenza sessuale serba. Ma non esiste nella realtà, non è mai esistita: è un personaggio di fantasia. La sua “Lettera alla Reverenda Madre Generale” (che su internet, dopo tanti anni, si spaccia ancora per vera, soprattutto nella traduzione inglese) è soltanto un racconto scritto da un prete. Si parla tanto di “fake news”, in queste settimane: bufale, balle, notizie inventate ad arte. Non si tratta ovviamente di un fenomeno nuovo, com’è stato rilevato da più parti, se non per la facilità, la scioltezza del suo fecondarsi, svilupparsi, moltiplicarsi online. Però voglio ricordare questa vicenda, di cui sono testimone diretto, perché allora non avevamo computer, buttavamo giù articoli strapazzando macchine da scrivere e fax, eppure…

Don Alfredo Contran, anzi monsignor Contran (il 20 ottobre sarà il decennale della sua morte) dirigeva “La Difesa del popolo”, rivista della diocesi di Padova. Preparava con scrupolo, coscienza, puntualità e devozione il suo articolo di fondo settimanale. Poi si rilassava con la letteratura, con la narrativa. Scriveva storie brevi come “L’archibugio del cappellano”, che ottenne non ricordo quale premio letterario, “La guerra, un salame e la testata di un giornale”, “Vengo a Roma se mi nomina capo delle sacre cantine”. Aveva una penna briosa, sciolta, capace di farsi seguire nello svolgimento di eventi e trame. Nel 1993 s’inventa, appunto, la “Lettera alla Reverenda Madre Generale”. Sulla Jugoslavia soffiano venti di guerra. Nella missiva, completamente frutto di immaginazione, suor Lucj Vetrusv riferisce dalla Bosnia alla sua superiora di essere stata abusata dai Serbi, di essere incinta, di voler tenere il bimbo abbandonando l’ordine religioso. Sono, si legge nel testo, “una delle novizie che hanno subìto violenza dai miliziani serbi”. Lei ha intenzione “di non dirle nulla dei particolari”, dal momento che “esperienze così atroci possono essere comunicate solo a quel Dio cui mi sono consacrata”. Prosegue: “Il mio dramma non è l’umiliazione subìta come donna, né l’offesa insanabile fatta alla mia scelta esistenziale e vocazionale, quanto invece la difficoltà di inserire nella mia fede un avvenimento che certamente fa parte della misteriosa volontà di Colui che io continuerò a considerare il mio Sposo divino”. Ancora: “Mi trovo adesso in un angosciante buio interiore. Egli ha distrutto il mio progetto di vita che io consideravo definitivo ed esaltante e mi ha inserito in un nuovo disegno per me tutto da scoprire”. Nel finale della lettera, suor Lucj dichiara di rendere grazie a Dio per averla “associata alle migliaia di connazionali offese nell’onore e costrette a maternità indesiderate ”, spiega di accettare “il disonore subìto” e annuncia che terrà il figlio perché “ha diritto al mio amore di madre”.

L’opera vince la sezione “Epistolae” del concorso letterario “Arquà Petrarca”. Viene dapprima pubblicata, con gli opportuni riferimenti, sul periodico “La nuova tribuna letteraria”. A metà marzo 1994 approda sulle scrivanie del settimanale dell’Azione cattolica “Segno sette”, che il 27 la propone in prima pagina senza spiegazioni. Così parte un grande equivoco. Immediatamente tutta la stampa nazionale riprende la Lettera spacciandola per autentica. Un quotidiano milanese ricostruisce addirittura, con una corrispondenza da Zagabria, tutta la notizia annunciando, con un titolone, che suor Lucj adesso sta bene e ha appena “partorito un maschietto”.

“Avevo scritto l’epistola cercando di immaginare quali potevano essere i sentimenti e i pensieri di una suora in questa circostanza: quali, se non quelle del perdono e della difesa della vita che ha in grembo?” spiegherà don Alfredo. La sua voleva essere anche una riflessione sull’aborto, sulla violenza e sulla fede; una difesa di quella morale cattolica che non ammette mai l’interruzione terapeutica della gravidanza e la considera un peccato grave: sempre e comunque. Perfino, come annotava lo Scremin, quando “ha qualche apparenza di bene in quanto è inteso (in teoria) a proteggere la vita della madre”. Perfino nella situazione, certo limite e forte, di una suora sottoposta a un abuso sessuale. Doveva essere talmente ben scritta da sembrare vera. Per una serie di spiacevoli malintesi, è accaduto proprio così.

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4 commenti su “La storia di suor Lucj tra giornalismo e “fake news” – di Léon Bertoletti”

  1. Interessante notare che il direttore don Alfredo Contran, nonostante glielo avessero avanzato e proposto più volte, non volle mai diventare giornalista professionista. “Io la mia scelta l’ho già fatta – rispondeva – ed è quella di essere prete”.

  2. 1993… 24 anni fa! E sembra siano passati secoli, incominciando da quel «non avevamo computer, buttavamo giù articoli strapazzando macchine da scrivere e fax». A quanti, non dico bambini, ma circa trentenni, una società che usava questi strumenti appare oggi arretrata neanche si trovasse “ai tempi dei Romani”! Lo stesso Fax (il cui vero nome era “Facsimile”), allora strumento innovativo, oggi è ormai obsoleto soppiantato dalla posta elettronica e dall’uso dei cellulari nel 1993 ancora da diffondere e a mala pena conosciuti nei primi rozzi e mastodontici esemplari (sia i PC che i cellulari) nei loro ristrettissimi campi specialistici, non ancora utili per l’uso pratico che oggi se ne fa in tutti i campi del vivere umano. Sembra assurdo: ma a distanza di un paio di decenni se all’improvviso venissero meno questi strumenti si paralizzerebbe – o avverrebbe ben peggio – la vita quotidiana in tre quarti, e forse più, dell’intera Umanità.
    E’ forse negativo il progresso dei mezzi? Certamente no! Può essere negativo l’uso che ne deriva.
    [segue]

  3. Un autore cattolico ha affermato che senza l’invenzione della stampa la Rivoluzione protestante (la pseudo “Riforma”) non avrebbe avuto successo, restando nei ricordi come i numerosissimi movimenti eretici che la precedette e si estinsero dopo breve vita.
    Vediamo noi stessi da questo articolo. Nei due decenni che ci separano la vita è cambiata radicalmente non solo dal punto di vista pratico, ma soprattutto morale: l’articolo di don Alfredo concorse addirittura ad un premio letterario e fu riportato sul settimanale dell’Azione cattolica nonché dalla stampa laica. Oggi forse non verrebbe del tutto ignorato solo per fornire occasione per un’accusa di “sessismo” da parte della Presidenta Boldrina (chi sa perché ma dire che le donne dell’Est sono migliori casalinghe delle Italiane – opinione discutibile peraltro – debba essere denunciato come “sessismo”…), o per una condanna da parte della neo-chiesa misericordiosa.
    La spiegazione forse sta nel fatto che le “forze nemiche” s’impossessano prima e meglio di tali strumenti, e i buoni devono solo inseguirli, svantaggiati in partenza.

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