La “strage cercata” di via Rasella – di Massimo Caprara

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Era difficile, anche per l’immaginazione più fertile, prevedere quello che sarebbe accaduto, e che tutti abbiamo visto in televisione, in occasione dei funerali di Erich Priebke. Prendiamo atto che la strada verso la barbarie, così scrupolosamente tracciata da quanti stanno lavorando per distruggere la civiltà, è stata percorsa quasi fino in fondo.

Abbiamo visto un Sindaco irresponsabile, che va in piazza e “legittima” con la sua presenza i disordini. Un sindaco che solo per questo atto meriterebbe di essere rimosso. Ma soprattutto, al di là di questo omarino ansioso di farsi una patente di alta democrazia, resistenza, antinazismo e altri bla bla, abbiamo visto uno degli spettacoli più osceni e bestiali che si possano immaginare: l’oltraggio a un morto.

Tra questi imbecilli epigoni di piazzale Loreto c’erano anche diversi giovani e in particolare a questi eroi dei calci tirati a un furgone che trasportava un cadavere consigliamo la lettura del pezzo che segue, scritto da un uomo che la sapeva lunga sul Partito Comunista, quel Massimo Caprara che fu per vent’anni segretario di Palmiro Togliatti.

Sul verminaio da cui nacque il criminoso attentato di via Rasella, che causò (con la vigliacca latitanza dei colpevoli) la rappresaglia alle Fosse Ardeatine, la cultura di regime ha sempre steso il compiacente velo della complicità. Ora, signori eroi che vi battete contro i cadaveri, giovani ingannati dai pessimi maestri, provate a leggere e a riflettere. Domattina, se avete un po’ di dignità, sputate sullo specchio in cui vi guarderete per lavarvi la faccia (ammesso che vi laviate) e poi provate a comportarvi da persone serie. Sarà un’emozione nuova, che di sicuro vi farà bene.

PD

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La “strage cercata” di via Rasella

di Massimo Caprara

(fonte: Storia Libera)

Fu uno degli episodi più “celebrati” della resistenza partigiana. Un “atto di guerra” che nasconde un oscuro “regolamento di conti” fra comunisti. Il ruolo di Giorgio Amendola.

via Rasella, Roma. Dopo l'attentato
via Rasella, Roma. Dopo l’attentato

A Roma, alle ore 15 e 52 del 23 marzo 1944 passarono cantando puntualmente come ogni giorno “Hupf meine Model, Salta ragazza mia” i riservisti altoatesini del Battaglione Bozen, aggregato al Polizei Regiment della Wehrmacht. Trentatre di essi vennero fatti letteralmente a pezzi da un’esplosione dinamitarda. Fra i morti, una salma a lungo nascosta, quella di un bambino di 13 anni, tagliato in due dalla deflagrazione. Inoltre, due altre persone furono estratte dal cumulo delle vittime, alle quali dopo molto tempo vennero dati un nome e una qualifica: si tratta di Antonio Chiaretti e Enrico Pascucci, entrambi appartenenti al gruppo clandestino politico militare anticomunista denominato Bandiera Rossa. Si accertò che erano state vittime di un tranello, attirate sul posto e a quell’ora da altri militanti antifascisti. L’orrendo massacro avvenne in via Rasella, che sbuca nella centralissima Piazza del Tritone. La reazione efferata, purtroppo prevedibile in una capitale dichiarata “città aperta”, inchioda barbaramente “l’atto di guerra” di via Rasella, come tale definito nell’anno 2001 dalla Suprema Corte di Cassazione della Repubblica, nell’oscuro ipogeo delle Fosse Ardeatine. Vi vennero fucilati 335 cittadini italiani da parte dei reparti agli ordini del colonnello nazionalsocialista Kappler, il 24 marzo.

Scorrere i loro nomi è utile: circa 30 appartengono al Centro militare clandestino di tendenze monarchiche guidato dal colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo del Comando supremo italiano; 52 appartengono al Partito d’Azione e alle formazioni di Giustizia e Libertà; 75 sono artigiani, commercianti e intellettuali di religione ebraica; 68 militavano in Bandiera Rossa. Nessuno apparteneva al Partito comunista italiano, che pure contava a Roma di un forte apparato militare e di consistenti complicità coperte. Molti militanti e confidenti erano stati già arrestati, indiziati e, alcuni, tristemente perseguitati. Nessun comunista si trovò in carcere a Regina Coeli o nel luogo di detenzione esattamente in quei giorni della strage e della rappresaglia. Vi si trovarono invece tutte persone che il Pci considerava nemici esecrandi, da mettere fuori combattimento: comunque. Soprattutto sono considerati nemici giurati gli appartenenti a Bandiera Rossa. Essi sono valutati, senza mezzi termini, puramente “trotzkisti”: i peggiori avversari di Stalin. Leone Trotzkji, ebreo, fondatore dell’Esercito rosso, era stato, infatti, prima condannato, poi esiliato, braccato in tutto il mondo dalla polizia sovietica, per essere assassinato a Città del Messico da un esecutore di origine italo-spagnola, nel 1940, dopo una spietata caccia durata vent’anni. Dopo la guerra civile spagnola del 1936-38, nella Roma di quegli anni feroci, continuava il massacro. L’apparato comunista organizzò e seppe cogliere l’occasione di via Rasella e le sue conseguenze.

L’attentato venne escogitato, pensato e previsto dai membri comunisti della rete romana: Giorgio Amendola, che ne è il più alto in grado, Mauro Scoccimarro, Antonio Cicalini, di sicura scuola moscovita, oltre a minori ma preziosi collaboratori, infiltrati, delatori, confidenti nelle organizzazioni fasciste, nelle istituzioni carcerarie, nei presidi sanitari e polizieschi del fascismo. Amendola propose il luogo, l’ora e le modalità dello scoppio di via Rasella. Gli altri uomini d’azione, responsabili di settore e soprattutto dei Gap, il sistema terroristico facente capo al Pci, cioè i Gruppi d’Azione Patriottica, perfezionarono e operarono il resto. Nel suo volume «Lettere a Milano», al quale andò come onorificenza il premio Viareggio per la saggistica del 1974, Amendola rivelò che era stata sua l’iniziativa della designazione del luogo e del reparto tedesco da attaccare. Egli ne parla espressamente nelle pagine 290 e 291. Una volta messo in pratica l’attentato in via Rasella, si tratta di compilare, mercanteggiare, correggere e definire le liste dei fucilandi per il comando della Wermacht che le aveva sollecitamente chieste. Furono allora mobilitati tutti gli addetti ai rapporti di intelligence mantenuti dalla Federazione del Pci con la Direzione di Regina Coeli, la Questura di Roma, la divisione della polizia politica del Ministero italiano degli Interni, l’Opera Volontaria di Repressione Antifascista (OVRA), tutto il sistema spionistico esistente a Roma. Il teste principale di questo turpe mercato venne opportunamente liquidato a tempo debito. Donato Carretta, direttore di regina Coeli, venne linciato tra l’aula del Palazzaccio, le scale di Ponte Umberto e le onde del Tevere alle 9 di mattina del 18 settembre 1944. Gli altri collaboratori furono l’ex comunista Guglielmo Blasi, divenuto informatore della polizia militare tedesca, il tipografo autodidatta Giulio Rivabene, di cui Amendola puntualmente scrive nel suo libro nello spazio dedicato ai militari corrotti. Nel numero 7 del gennaio 1944 de «l’Unità», la direttiva era stata tempestivamente data: “Si invitano i compagni a smascherare e colpire gli agenti trotzkisti, ossia di Bandiera Rossa, nel Partito, nel Sindacato, nelle formazioni armate, ovunque essi si annidano”. Nel giornale clandestino milanese del dicembre 1943, «La nostra lotta», Pietro Secchia aveva dato il via al circuito malsano di informatori, gestori, operatori dell’infame reperimento dei fucilandi della “strage cercata” di via Rasella.

“L’attentato che provocò quella carneficina fu voluto per un solo scopo. A Roma ormai le formazioni della Resistenza che non riconoscevano il Cln avevano la maggioranza. Ed erano a buon punto le trattative avviate dalla federazione Repubblicana Sociale con Kappler perché i tedeschi lasciassero Roma senza spargimenti di sangue. Ma nel voler far fallire questo accordo c’era un interesse del Pci, per fini di politica interna” (Roberto Guzzo, fondatore dei gruppi Bandiera Rossa, cit. in Pierangelo Maurizio, «Via Rasella, cinquant’anni di menzogne», Maurizio Edizioni, Roma 1996, pag. 69).

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12 commenti su “La “strage cercata” di via Rasella – di Massimo Caprara”

  1. Grazie a Deotto che , ritrovando un articolo di Massimo Caprara, bolla senza scampo il cosiddetto “atto di guerra” come infamia vergognosa a debito dell’Italia repubblicana fondata sull’odio e sul sangue di una guerra civile mai finita.

  2. L’ho sempre intuito che c’era lo zampino dei comunisti …come li vogliamo chiamare…questi maiali ? Nazisti rossi? Certo e difficile scegliere a questo mondo cosa possa assomigliare alla verità …

  3. Questo paese INFAME fonda la sua repubblica, la sua storia, la sua politica su episodi INFAMI….DOVE LA DOPPIEZZA PREMIA PIÙ CHE IO CORAGGIO DELLA VERITÀ E DELLA COERENZA e gli Italiani dimentichi della loro storia

    1. Arsenio, concordo pienamente !
      Ma è ben per questo che l’Italia, diversamente da Gaippone e germania non ha mai fatto quel balzo icredibile che fecero le altre nazioni sconfitte.
      Le bugie ed il ricatto perenne del partito comunista impedirono l’evolversi naturale verso governi seri.
      Ed ora ne vediamo le conseguenze a distanza di decenni di apparente, oscillante benessere: odio bestiale, ignoranza colossale delle nuove generazioni, incapacità di competizione e disperazione per la disoccupazione. Disperazione manovrata dai governi per accaparrarsi la simpatia dei disperati.

  4. Ringrazio per questo spaccato di storia, naturalmente tenuto nascosto agli italiani e dai libri di storia scolastici. A scuola i libri sono per più della metà incentrati sulla seconda guerra mondiale, come se la nostra Nazione cominciasse a partire da li, ovviamente pagine e pagine di storia accuratamente selezionate….

    L’Italia è stata ingannata e ricoperta da strati e strati di fango. Per farla morire soffocata, fra poco l’ infame legge bavaglio e del negazionismo e dell’omofobia. Tutto studiato a tavolino chissà da quanto tempo, forse dalla seconda guerra mondiale o ancor prima dalla cosidetta unità d’Italia? Cosa possiamo fare noi? Credo poco…. siamo forsi arrivati al punto di un non ritorno?

    Le immagini di Albano Laziale, l’odio, l’esecrabile gesto contro la salma di un defunto centenario, mi fanno pensare al peggio …

  5. Annarosa Berselli

    Tra l’attentato di via Rasella e la strage alle Fosse Ardeatine non c’è la possibilità di scegliere l’ideologia peggiore:
    sono tutte e due infami, una se non peggiore, almeno uguale all’altra:
    ve lo dice una storica della domenica, che ha visitato i lager di Terezin e Mauthausen.

  6. Gent. signora Annarosa, purtroppo anche là c’è stato un inganno colossale per tutti noi. Si ricordi che tutti i lager tedeschi ebbero, appena liberati, delle autorità, spesso sovietiche, che adattarono i campi per la loro propaganda antinazista ed antitedesca per giustificare l’occupazione della Germania che fu dichiarata a tavolino al congresso di Yalta.
    Aggiungasi che da fonti storiche di vario genere, sembra che le acuse di barbarie e genocidio fossero già preparate per la Germania per giustificare i crimini del bombardamento di Dresda (al fosforo,300.000 morti bruciati, spesso) e delle due atomiche su Hiroshima (alta percentuale di cattolici; perchè proprio Hiroshima?) e Nagasaki.
    Poi i vincitori fecero il processo a vinti…
    A chi possiamo credere, signora Annarosa ? Io dubito ormai di tante versioni ufficiali sulla guerra ultima !!

  7. Normanno Malaguti

    Sapevo qualcosa di orribile di questa esecranda vicenda, ma non immaginavo fino a qual puntoi di scellerato cinismo avesse improntato gli architetti infernali di Via Resella.
    Per quanto tempo anche anticomunisti convinti, avevano un occhio di riguardo per un personaggio come Giorgio Amendola, un tale in doppio petto con ascendenze liberaloidi sinistrorse, un uomo vicino alla Banca Commerciale Italiana…
    Qui non si salva veramente nessuno degli eroici resistenti che si fregiavano dell’ordine della Giarettiera con falce e martello.
    Non sono un ingenuo, ma non pensavo che l’atroce carneficina organizzata dai nostri combattenti per la libertà marxista fossero giunti a questo segno.
    Che dire poi del rifiuto della sepoltura di un soldato, sia pure un duro soldato centenario, che dopo il suo arrivo a Roma ha condotto una vita da devoto cattolico, fedele alla frequenza della Santa Messa, al Sacramento della Riconciliazione, ad alla S. Comunione?
    Abbiamo letto dello sdegno degli ebrei perché i funerali si sarebbero svolti alla vigilia di un anniversario della deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma, come se un uomo dicidesse il giorno in cui il Cretore lo chiama al Suo Cospetto! Ho sempre sostenuto che gli ebrei sono sagaci e dotati di particolare acume, ma qui ,,,, non trovo parole…
    Che dire degli imbecilli che si sono profusi in saluti hitleriani? Ma le parole ancor più mancano per qualificare i fanatici profanatori di cadaveri che hanno presso a calci e a pugni il furgone funbre che tasportava una salma.

    Preghiamo il singore che restituisca a tutti il senno e la civiltà e la fede da tempo perduta.

  8. Mi vergogno di non aver dato voce alla mia indignazione sulla mia pagina FB. Sono liberale, anti tutto e, riconosco, questa volta anche un poco vigliacco. Mi zia conobbe di persona Priebke quando si recava a Regina Celi per intercedere a favore di suo marito detenuto fra i politici antifascisti, e me ne aveva parlato dipingendolo come persona educata. Il marito si salvò dalle Fosse forse anche perché in quel momento era ricoverato in infermeria.

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