La teologia politica da Norimberga alle Torri Gemelle fino ai giorni nostri 

Noi viviamo oggi nella intersezione tra due fenomeni che si compenetrano e senza la cui visione disincantata non è possibile elaborare né una diagnosi sul presente né una qualche prognosi, sia pure infausta, sul futuro. Diagnosi e prognosi che in ogni caso sarebbero indispensabili per non dovere essere trasportati come corpi inerti nel caos dei tempi. 

I due fenomeni entro cui si definisce la nostra realtà sono, da un lato e all’esterno, la volontà di potenza dell’impero americano, dall’altro la dissoluzione di ogni struttura giuridica interna allo Stato. Entrambe queste chiavi di lettura le troviamo nelle profetiche analisi di Carl Schmitt, che vide per tempo con stupefacente lucidità quanto sarebbe fatalmente accaduto e dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. 

Occorre ritornare dunque alla nota proposizione che apre il secondo capitolo della “Teologia politica” scritta un secolo fa, e alla premessa alla raccolta dei suoi scritti politici pubblicata nel 1971 dal Mulino a cura di Gianfranco Miglio. 

La prima, come è noto, suona «Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». E si tratta di una affermazione che meglio di ogni altra spiega il modo in cui ha potuto costituirsi e stabilizzarsi de plano l’impero americano, nonché il conseguente stato di vassallaggio dei paesi europei in primo luogo e, in modo sorprendente, di altri come il Giappone. 

Schmitt fu il primo ad accorgersi della forma teologica che, già dall’intervento nella prima guerra mondiale, intendeva dare a se stesso il potere americano. Mirava infatti alla riformulazione della guerra “giusta”, del nemico come criminale la cui “colpa”, ovvero “peccato”, deve essere espiata dopo il “giudizio” emesso dal tribunale del vincitore, rappresentante della “giustizia divina”.

Per questo il presidente Wilson avrebbe voluto sottoporre a processo Guglielmo secondo, sentendosi da buon protestante in diretta comunicazione con Dio e quindi interprete diretto della Sua volontà. Col tempo la guerra giusta avrebbe potuto modularsi anche nella versione “umanitaria”.

Ma la codificazione ufficiale della teologia politica americana è avvenuta col processo di Norimberga, la grande messinscena teologico-politica della modernità. 

La giustizia di cui il vincitore si era elevato a monopolista assoluto, poteva abrogare ogni principio giuridico consolidato con un processo straordinario in cui esso figurava allo stesso tempo come accusatore, giudice e parte in causa. Zeus, con accanto Diche, è giudice onnipotente e detta le regole del gioco. 

Ma che si trattasse di un processo politico volto solo a stabilire nuovi assetti di potere e che gli ideali umanitari servivano solo a sanare la sua intrinseca illegittimità, fu subito evidente quando quelli condannati a morte e finiti sul patibolo non furono affatto, o furono in minima parte, i responsabili diretti dei crimini che costituivano il primo capo d’accusa. Non potendosi processare perché già quasi tutti morti o fuggiti altrove i diretti responsabili, si processarono e impiccarono i personaggi che rappresentavano simbolicamente il nemico, ovvero lo Stato nemico, e quindi la nazione nel suo insieme, sul presupposto che essa fosse il vero imputato.

Come è noto finirono impiccati Von Ribbentropp in quanto ministro degli esteri, generali come Keitel, che aveva chiesto inutilmente di essere fucilato come soldato, e Jodl, riabilitato pochi anni dopo l’esecuzione. Il loro capo d’accusa era quello di “crimini contro la pace”. E c’è da chiedersi quanti in Iraq, in Libia, In Siria, in Vietnam, nei Balcani, in Afganistan, ecc., potrebbero chiedere una nuova Norimberga….

Sicché doveva essere considerato responsabile chiunque appartenesse ad un popolo colpevole: in certo senso, come era accaduto con la condanna del popolo ebraico, colpevole nel suo complesso secondo una certa dottrina teologica. 

D’altra parte, di fronte allo scempio fatto delle città tedesche e dei suoi abitanti inermi persino a guerra finita, i vincitori avevano bisogno che anche il proprio eventuale senso di colpa fosse purificato. Che anche la catastrofe da essi programmata trovasse giustificazione ex ante dalla mostruosità del nemico nella sua interezza etnica e nazionale. Il popolo che aveva perpetrato i crimini contro l’umanità non avrebbe potuto recriminare per alcuna offesa, come il dannato non ha la possibilità di lamentarsi della giustizia divina che lo colpisce con la legge del contrappasso.

In tutto questo, e in una visione pragmatica come quella anglosassone, anche i demoni possono tornare utili. Così, mentre si impiccavano plenipotenziari e ammiragli, si apparecchiava l’asilo agli accorti organizzatori di campi e massacri, i quali, dopo avere trovato adeguato riparo in America, furono utilizzati nei centri di comando della Cia e perfino in altre posizioni strategiche che richiedessero efficienza pratica e assenza di scrupoli morali. Senza contare come un Kurt Waldheim abbia finito per ricoprire le più alte cariche alle Nazioni Unite prima e di governo poi.

Intanto la bilancia della giustizia democratica doveva vegliare su tutto. I “giusti” che per grazia divina avevano avuto la vittoria avrebbero potuto d’ora in poi stabilire la legittimità morale delle proprie guerre e la illegittimità di tutte le altre. 

Avrebbero potuto istituire in seguito anche nuovi canoni etici in contrasto con quelli dettati dalle leggi di natura e dalla storia della civiltà. Avrebbero potuto dettare i contenuti e i limiti del diritto interno dei sudditi vinti e segnato i limiti di libertà dei poteri locali.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, la nuova teologia politica ha continuato ad essere imposta a parte qualche variazione di intensità da una parte e dall’altra, contingente perché dovuta a particolari visioni politiche e sensibilità personali. Devianze dal dogma eventualmente riparate attraverso l’assassinio politico, al di là e al di qua dell’oceano. 

Col processo di Norimberga «si istituì il fondamento permanente per tenere a bada il competitore europeo, dopo avere annientato ogni capacità di reazione del competitore asiatico». Quest’ultimo anzi, avendo ripudiato definitivamente, dopo Mishima, ogni rivendicazione possibile di autonomia, in preda ad una stupefacente sindrome di Stoccolma tuttora funzionante, è diventato il servo più fedele di chi gli aveva dato il privilegio di essere la prima vittima planetaria di Little boy e Fat man. 

Col tempo l’apparato teologico politico si è andato consolidando grazie alla progressiva capacità di adattamento e obbedienza da parte di quasi tutti i sudditi diventati fedeli osservanti. 

Specie grazie alle nuove generazioni sensibili al catechismo mediatico e allo svuotamento di significato delle parole di cui sono stati nutriti in assenza di una formazione storica, letteraria, estetica e veramente religiosa, funzionale al nuovo stato duraturo di sudditanza feudale. 

Del resto, la secolarizzazione dei concetti teologici a fine di potere non poteva non diventare potente arma di dominio in un mondo già secolarizzato per la “morte di Dio”, e bisognoso di obbedire ad una entità superiore garante di benessere anche materiale. Tuttavia sarebbe fuorviante confondere la teologia politica elaborata a scopo di dominio, con il risorgere del fenomeno religioso quale fattore che da sempre evidentemente interferisce e condiziona la politica, a cominciare dal famigerato fondamentalismo islamico. Anche quando questo diventa il cavallo di battaglia per scatenare le nuove fasulle guerre di religione o scontri di civiltà, è sempre la bandiera teologico-politica della guerra “giusta” che serve a raccogliere il consenso, cioè l’arma predisposta per assicurarsi l’acquiescenza e addirittura il supporto materiale dei sudditi. O perlomeno a dare in pasto allo smarrito popolo televisivo una qualche giustificazione d’ordine morale. Pochi scesero in piazza contro lo scempio iracheno, come pochi erano scesi in piazza contro i nostri bombardamenti su Belgrado. 

Infatti il fantomatico attacco islamico alle torri gemelle, la messinscena di quello al Pentagono, con tutto il carico della tragedia palese e di quella nascosta, ha utilizzato il fattore religioso per applicare il concetto teologico-politico della guerra “giusta” contro gli infedeli, al pari delle antiche crociate. La crociata del resto mantiene una forza di suggestione capace di oscurarne gli aspetti più contingenti e banali, e lo spettatore planetario, più rassegnato che confuso, si è arreso voltandosi dall’altra parte di fronte allo spettacolo di mostruosità imperiali che si sono susseguite a ritmo sostenuto. Mentre i pochi increduli oppositori, o gli scettici spettatori dello scempio della ragione e di ogni etica internazionale, hanno potuto essere schedati come adepti della eresia antiamericana, e l’eresia è, come è noto, un concetto meramente teologico. 

Sicché nel paradigma della guerra di religione rientra anche quella martellante, ossessiva, scatenata contro quei governanti che restano recalcitranti di fronte alla sovversione etico culturale indotta attraverso la force de frappe neoliberista. Ovvero contro quelli che cercano di opporsi al Nuovo Ordine Morale. 

Gli eretici di questa nuova religione democratica di cui tutti devono mostrarsi cultori devoti, sacrificando all’imperatore, meritano la condanna all’inciviltà e se possibile, prima o poi, anche alla eliminazione fisica. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo nel Tempio del Nuovo Ordine Morale una vestale del calibro di Laura Boldrini.

È evidente che anche l’auspicato universalismo del nuovo ordine morale ricalca un aspetto fondamentale della religione cristiana nata per essere “katà òlon”, ovvero cattolica. 

Dunque il potere imperiale non soltanto fonda la propria presunta invincibilità sulle proprie incommensurabili legioni cariche di acciaio e di uranio, ma anche sulla forza della propria etica con aspirazioni universalistiche. E, come diceva Benedetto XVI, le religioni si distinguono fra loro dall’etica di cui si fanno portatrici.

Ora l’imposizione e il radicamento di questo stato di sudditanza e del suo apparato teologico, è stato possibile grazie al dileguarsi del diritto europeo, e del senso che di esso era radicato nella coscienza comune oltreché nella scienza giuridica e nella tradizione giurisprudenziale. 

Per creare una nuova sudditanza occorreva scardinare le colonne protettive di un sistema giuridico che rappresentava la sedimentazione della civiltà continentale. Occorreva la degenerazione di un sistema su cui poggiava la civiltà giuridica europea erede del diritto romano mitigato dal cristianesimo. La stessa storia della cultura giuridica italiana è la storia di un patrimonio accumulato nei secoli attraverso le sue antichissime università, arricchito tra otto e novecento dall’apporto della scienza giuridica tedesca. 

Ma dal dopoguerra il pensiero giuridico nostrano si è ripiegato fino ad accartocciarsi su se stesso, perdendo strutture e logica interna, principi portanti e orientamento teleologico. Di pari passo con una politica ormai teleguidata e quindi incapace di formulare leggi ragionevoli, coerenti con i principi fondativi, comprensibili, e soprattutto orientate al bene comune.

La distruzione della scuola, alla quale stanno per essere inferti i colpi definitivi attraverso la digitalizzazione e la prostituzione tecnologica, e quindi della università, impedisce il formarsi di ogni cultura giuridica e quindi anche di una adeguata classe dirigente. Mentre ha assicurato la devozione prona, simul ac cadaver, ai diktat politici, etici, economici diffusi dai poteri sovranazionali anzitutto attraverso il marchingegno dell’UE. Si invoca pateticamente, da parti contrapposte, una Costituzione diventata buona per ogni uso di cucina politica anche da parte della fu Corte Costituzionale diventata corte dei miracoli giuridici. Privato della autonomia delle proprie leggi anche nave della nazione va dove viene rimorchiata. Può indire guerre non dichiarate mentre i nostalgici costituzionali si stracciano inutilmente le vesti e danno legnate a vuoto come nei teatrini dei parchi pubblici. Pochi sprecano il tempo per capire. 

Il terreno è stato preparato per tempo distruggendo la capacità di pensiero e quindi di giudizio.

Perché si potesse avvistare per tempo l’esercito nemico, la Repubblica di Venezia ordinò che intorno alle mura di Padova fossero distrutti tutti gli edifici per un raggio di diversi chilometri. Sparirono ville, fattorie, villaggi e abbazie. Ed è una metafora appropriata per capire lo stato dell’arte.

La distruzione del pensiero e dei suoi sistemi, grazie alla quale ogni sovversione può essere obbedita senza resistenza è stata messa a punto, come si sa, cambiando anche il contenuto dei concetti per mezzo della loro degenerazione. Come cambia il vino quando diventa aceto. Solo che i prodotti degenerati hanno mantenuto il nome originario. Abbiamo più che mai “diritti” e anche i “diritti civili”, la “democrazia”, la “libertà”, l’“economia”, la “scienza”, la “cultura”, la “politica”, l’“informazione”, ecc . Però c’è da osservare come siano ormai non solo più ridicoli che blasfemi, ma anche più irridenti e sfrontati che truffaldini, perché la truffa non viene neppure più mascherata. 

Infatti il potere è tanto sicuro di sé da non nascondere neppure dietro la schiena la propria mano armata. Alla fine dice le cose come stanno, sicuro che il lavorio mediatico e l’annichilimento dei cervelli gli sembra già irreversibile, “senza alternativa”. Può avere programmato persino una distruzione planetaria, che non contempla però la propria distruzione, avendo cambiato per tempo le carte in tavola con il gioco sporco del baro di professione, e quasi lo dice. 

Forse non ha messo in conto lo spirito di sopravvivenza che alla fine anima tutti gli esseri umani, ma che potrebbe insorgere quando è troppo tardi. Dobbiamo solo augurarci che l’eresia prenda il sopravvento contro la falsa religione e la follia del potere. Ma occorre che sia capace di travolgere l’impostura degli dei falsi e bugiardi e la bulimica volontà di potenza dei suoi allucinati sacerdoti.

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