La tolleranza secondo i liberali

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Le istituzioni liberali cessano di essere liberali non appena si riesce ad ottenerle: non v’è nulla, in seguito, che in maniera più terribile e radicale delle istituzioni liberali danneggi la libertà.

Friedrich Nietzsche
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Il liberalismo è un mostro che ben non si sa se sia uomo o bestia. Ma certamente dacché è mostro, è fiera spaventosa. […] La voce del liberalismo è parola di infingimento.

San Luigi Guanella
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C’era una volta un piccolo partito: il Partito Liberale Italiano. Discendeva dalla Destra Storica post-risorgimentale, condivideva con il nascente socialismo un feroce anticlericalismo ma poi finì per accettare, con Giolitti, i voti dei cattolici in seguito al patto Gentiloni. Sostenne inizialmente il Fascismo poi ne divenne nemico. Ne secondo dopoguerra, si ricostituì sotto gli auspici dei due padri nobili del liberalismo italiano, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, diversissimi tra loro, anche umanamente, e tra di loro in disaccordo su tutto. Se mai ci fu un partito borghese, questo fu il Partito Liberale Italiano, che raccoglieva i voti della media borghesia (imprenditori, professionisti, grandi commercianti) del nord e degli agrari e dei loro clientes al sud.

Era la quintessenza del moderatismo: nel 1946 fu moderatamente monarchico, poi moderatamente conservatore, moderatamente nazionalista (ma fanaticamente filo-americano), in economia moderatamente liberista (ma il termine non andava ancora di moda), nel rapporto con la Chiesa moderatamente laico, ma quando il PLI si schierò per il divorzio alcuni quadri intermedi, di sensibilità cattolica-conservatrice, uscirono dal partito. Dal 1954 al 1972 il partito fu governato da Giovanni Malagodi, gran borghese uscito dalla buona borghesia padana, già alto dirigente della Banca Commerciale Italiana e diretto collaboratore di Raffaele Mattioli, quindi politicamente espressione dei poteri dell’alta finanza. Qualche ironia generò lo slogan, piuttosto naïf, del PLI in occasione di alcune tornate elettorali: “La libertà è difficile, ma-la-godi”. Ma non è che gli slogan degli altri partiti dell’epoca fossero meglio. Ostile al centro-sinistra, il PLI di Malagodi rifiutò sempre con toni sprezzanti ogni alleanza con monarchici e missini, salvo poi accordarsi con questi in liste civiche al sud. Dal 1977, con le segreterie di Zanone, Biondi e Altissimo, ci fu una svolta a sinistra e i liberali parteciparono a governi anche con i socialisti.

Anche in Canada c’è un partito liberale, il Liberal Party of Canada, che ha recentemente vinto di nuovo le elezioni ed è quindi al governo con Justin Trudeau, figlio di Pierre Trudeau, capo della dinastia che da decenni governa il Liberal Party. Sotto il governo liberale, il Canada ha sopravanzato persino gli USA in provvedimenti ispirati alla più becera e feroce politically correctness: genderismo applicato per via giudiziaria, incitamento all’odio per la razza bianca, riscrittura della storia e negazione dei meriti civilizzatrici della colonizzazione europea, écolo-gauchisme più fanatico, multiculturalismo e immigrazionismo estremo: Trudeau vuole un Canada di 100 milioni d’abitanti (oggi sono 38 milioni) aprendo le porte all’invasione dall’Africa e dal mondo arabo. Poi strettissimo controllo sulla vendita delle armi, legalizzazione delle droghe. Come sempre nei regimi “liberali” trionfa l’odio anticattolico e il tentativo di distruggere il diritto naturale e la morale tradizionale, censurando e vietando, anche con un duro dispositivo penale stile ddl Zan, ogni forma di difesa dall’aggressione omosessualista e genderista. Ovviamente è stato legalizzato il “matrimonio” tra sodomiti, completamente liberalizzato l’aborto, senza troppe restrizioni il “diritto” all’eutanasia. É recente la notizia che nelle biblioteche pubbliche e scolastiche dell’Ontario stanno togliendo dagli scafali tutti i libri, diciamo così, “classici”, per l’infanzia e no, accusati di razzismo, difesa del colonialismo e “diffusione di stereotipi” contro i “nativi”, cioè gli indiani. Da Tintin ad Asterix, dalle storie degli esploratori francesi e della colonizzazione a testi come Il signore delle mosche di William Golding, premio Nobel per la letteratura. Persino un testo idolatrato dalla sinistra antirazzista come Il buio oltre la siepe di Harper Lee è stato bandito. E non è tutto. Questi libri vengono pubblicamente bruciati durante cerimonie antirazziste e nativiste nell’ambito di un “programma educativo” ufficiale titolato Giving Back to Mother Earth. Di fronte alle blande proteste di alcuni conservatori, sempre timorosi di essere accusati di razzismo, la signora Suzy Kies, oscura burocrate del Dipartimento scolastico a capo di questa operazione degna di Fahrenheit 451, ha sdegnosamente replicato: “La gente va in panico quando si parla di bruciare libri, ma si tratta di milioni di libri che contengono immagini negative di persone autoctone e perpetuano stereotipi”. Milioni di libri. La cultura di una civiltà. Sempre nell’Ontario, è stata proibita la conferenza di Nadia Murad, studentessa irachena della minoranza yazida rapita dai terroristi musulmani assieme ad altre 7.000 donne yazide, tenute prigioniere, violentate, torturate, schiavizzate. Riuscì a fuggire e da allora gira il mondo per raccontare la sua storia a nome di migliaia di altre donne yazide e cristiane e per questo ha vinto, nel 2018, il premio Nobel per la Pace. L’organizzatrice della conferenza è stata ammonita dalla direzione del distretto scolastico e gli studenti diffidati da ascoltare un personaggio che contribuisce “all’odio verso i musulmani”.

Ovviamente anche in Canada la Chiesa Cattolica è sotto attacco. Qualche tempo fa, la facoltà di legge di una Università cattolica venne minacciata dal governo: se non avesse modificato i suoi programmi in senso genderista e anticattolico, sarebbe stato tolto il valore legale alla sua laurea. Anche a causa di una complice chiesa cattolica locale sempre più modernista e progressista, in Canada avanza una devastante scristianizzazione: sempre più persone abbandonano la pratica della messa e le chiese vengono chiuse dai vescovi progressisti nonostante le proteste dei fedeli rimasti. Nel già cattolicissimo Québec, che porta una croce e i gigli dei Borbone nella sua bandiera, terra di “cappe nere” di gesuiti, di conversioni di indiani, di chiese gotiche a somiglianza della madre patria Francia, dei 2.751 luoghi di culto censiti nel 2003 ne sono stati chiusi, al 2018, ben 400. Nell’intero Canada chiude una chiesa alla settimana.

A quanto sembra, ci sono diversi modi di essere liberale: lo diceva testualmente l’onorevole Valerio Zanone, uno degli ultimi segretari del partito liberale: “esistono molti e diversi modi di essere liberale” e non si sa se questo è causato dai tempi, dalle circostanze politiche o dall’assenza di un corpus dottrinario coerente e riconosciuto come, al contrario, nel marxismo. Certo, il termine “liberalismo” sembra una conferma dei frequenti fenomeni di inversione di significato succedutisi nella storia. La parola latina Liberalitas ha il significato di “sentimenti degni di un uomo libero, nobiltà d’animo, gentilezza, benevolenza, bontà, liberalità, generosità”. É difficile attribuire questi sentimenti ai liberal americani che vogliono distruggere le statue di Cristoforo Colombo, di Thomas Jefferson o degli eroi Confederati, applicare la più feroce cancel culture, incitare all’odio per l’Uomo Bianco, eliminare gli studi classici dalle università e cacciare tutti quelli, studenti e professori, che non la pensano come loro.

C’è una leggenda intellettuale, una idée reçue vincente nell’Accademia, un filone di analisi storico-politica che parte dal massone Whig Edmund Burke e arriva al contemporaneo teo-con Russel Kirk, secondo cui, con un po’ di semplicismo, occorre distinguere tra un liberalismo “buono” derivante dall’empirismo e dall’illuminismo anglosassone e un liberalismo “cattivo” generato dai philosophes illuministi francesi. Dal primo ebbe origine la Rivoluzione Americana, ispirata alla libertà, dal secondo la Rivoluzione Francese intrisa di sangue. Nell’albo liberale delle “rivoluzioni buone” va iscritta anche la “Gloriosa Rivoluzione” (“Gloriosa” secondo loro, ovviamente) del 1689, quella che cacciò dal trono inglese il legittimo sovrano, Giacomo II Stuart, cattolico che si proponeva di ristabilire la fede cattolica in Inghilterra e di far cessare le persecuzioni iniziate con lo scisma anglicano, per sostituirlo con l’usurpatore straniero, e protestante, Guglielmo III. Inaugurando una serie storica di falsificazioni liberali del termine “tolleranza”, la nuova “monarchia liberale e parlamentare” come la definiscono alcuni storici, emise un Toleration Act che diede libertà di culto a tutte le sette protestanti, ma non ai cattolici contro i quali continuarono le persecuzioni e le discriminazioni (furono migliaia i martiri che non vollero rinnegare la fedeltà alla Chiesa di Roma uccisi in odio alla fede dagli scismatici anglicani), iniziate con Enrico VIII e terminate, almeno in parte, solo nel 1830.

L’ispiratore dell’ideologia della “Glorious Revolution” fu il filosofo empirista e pre-illuminista John Locke, che nella vulgata democratica viene enfaticamente esaltato come “il padre del liberalismo” e “l’alfiere della tolleranza” contro l’assolutismo. In effetti costui pubblicò diversi scritti e lettere, come A Letter Concerning Toleration scritta nel 1685 nei Paesi Bassi, in cui esaltava la tolleranza, ma da questa escludeva esplicitamente i cattolici, da lui definiti dispregiativamente “papisti”. Scrive infatti: “i papisti non devono godere i benefici della tolleranza. […] E’ impossibile, vuoi con l’indulgenza, vuoi con la severità, rendere i papisti amici del governo.”

Quella di una “tolleranza intollerante” sembra essere quindi essere la cifra degli illuministi, siano essi quelli anglosassoni che quelli “continentali”. A Voltaire si attribuisce la famigerata frase “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”. É un falso, perché questo mieloso concentrato di bolsaggine è opera di una oscura scrittrice britannica, ma ormai la frase riempie bene la bocca dei semi-colti luogocomunisti e colora gradevolmente la figura del signor François-Marie Arouet, detto Voltaire, il quale, more solito, scrisse anche lui un Trattato sulla tolleranza, ma per attaccare con violenza il cattolicesimo: la religione “senza dubbio la più ridicola, la più assurda e la più assetata di sangue mai venuta a infettare il mondo”. É ben noto il suo “tollerante” appello: écrasez l’infâme”, riferendosi alla Chiesa Cattolica; e il suo sanguinario invito venne entusiasticamente accolto dai suoi seguaci rivoluzionari. Eppure Voltaire è ancora insegnato, e percepito, come un “campione della libertà”

É al “proto-liberale” Saint-Just che viene attribuita una delle frasi simbolo della “liberale” (perché così rivendicata) Rivoluzione Francese: “Pas de liberté pour les ennemis de la liberté”. Ovviamente, allora come oggi, sono sempre “loro” a decidere chi sia l’intollerante e il nemico della libertà.

D’altronde, è proprio dal giacobinismo rivoluzionario che nasce il liberalismo moderno. Lo avevano capito benissimo i sostenitori del Trono e dell’Altare durante la Restaurazione, quando, passato il disorientamento della sconfitta, il liberalismo rialzò la testa con i complotti, le insurrezioni, le rivolte fomentate dalle sette massoniche e carbonare finanziate dalla liberale Inghilterra. In un pamphlet controrivoluzionario stampato a Genova nel 1823 si legge: “Il giacobinismo della rivoluzione che ricompare tutto intiero sotto il nome di liberalismo”. Lo spagnolo Juan Donoso Cortés, diplomatico e pensatore cattolico, aveva ben capito il legame tra repubblicanesimo rivoluzionario e la dittatura: “La Repubblica aveva detto di sé che veniva a portare nel mondo il dominio della libertà, dell’uguaglianza della fraternità. Ebbene, signori, cosa ha fatto dopo? In nome della libertà ha reso necessaria, ha proclamato, ha accettato la dittatura.”

É nell’Italietta liberale dell’ottocento, ma ancora prima nel Piemonte delle leggi Siccardi e Rattazzi, che si manifesta tutto l’odio anticlericale del liberalismo: centinaia di conventi espropriati, beni religiosi incamerati dallo Stato, congregazioni religiose soppresse, vescovi e sacerdoti incarcerati, giornali cattolici censurati, vietata la distribuzione o la lettura delle encicliche e dei documenti pontifici, persino nelle chiese. Con gli espropri, moltissimi poveri, nelle campagne ma anche nelle città, si videro privati di ogni sostegno, prima fornito dalle opere di carità della Chiesa. L’onda lunga di questo aggravamento delle condizioni di vita dei poveri dopo l’unità d’Italia, causato anche dall’aumento delle tasse e il venir meno, per leggi “liberali” a presunta difesa della proprietà privata, di diritti secolari come la spigolatura e il legnatico, produsse la grande emigrazione. La rivolta del pane di Milano del 1898, repressa dal generale Bava Beccaris che ordinò all’artiglieria di fare fuoco sulla folla, con 83 morti, centinaia di feriti, migliaia di arresti, viene spesso raccontata come una sollevazione socialista contro il caro prezzi e la fame incombente per le famiglie più povere. Lo fu, ma solo in parte: non mancò un importante contributo dei “cattolici intransigenti”, antiliberali e anti-risorgimentalisti, contro cui si scatenò la vendetta liberale: don Davide Albertario, direttore de l’Osservatore Cattolico, venne arrestato e condannato a tre anni di detenzione, chiuso il suo giornale, arrestati anche i padri cappuccini che avevano soccorso dei feriti, sciolti il comitato diocesano e i comitati parrocchiali, emanati decreti contro i cattolici intransigenti. Citiamo questo episodio perché, curiosamente ma non troppo, Giuliano Cazzola, membro dell’intellighènzia liberal, ex sindacalista, giornalista ed esponente dei radicali di +Europa, in una trasmissione televisiva ha recentemente insultato irosamente e coperto d’improperi i cosiddetti “no-vax”, invitato la Celere a massacrarli di botte, cosa che sta già avvenendo, e ha categoricamente invitato il ministro Lamorgese “a richiamare in servizio” Bava Beccaris, per “dare piombo a questi terroristi”. Il tono alterato e furioso di costui ci confermava che non era un bizzarro, paradossale esempio storico, ma un vero, sanguinario auspicio. Già, sono passati più di centotrenta anni ma il glorioso generale ammazzacristiani rimane un’immarcescibile icona liberale.

A proposito di icone, se ve n’è una che più liberale non si può, è quella di Karl Popper, filosofo viennese, da molti citato e da pochi letto, anche perché la sua opera principale, La società aperta e i suoi nemici è un tomo indigeribile di 500 pagine che si apre, nel suo primo libro, con un astioso attacco a Platone, che considera “totalitario”. É di Popper la codifica contemporanea del contraddittorio principio di intolleranza degli intolleranti da parte dei tolleranti: “Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti […] allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. Dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle [le filosofie intolleranti] se necessario anche con la forza. Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”. Da notare il liberalissimo: “anche con la forza”. Ancora una volta rimane aperto il tema di chi sono gli intolleranti, su quali basi possono essere così definiti chi ha il diritto di proclamarli tali. La definizione di “Società aperta” ha avuto a tal punto successo che è diventata il nome della più potente associazione sovversiva dell’ora presente, quell’Open Society dell’ebreo ungherese George Soros, speculatore miliardario, finanziatore dell’invasione e della grande sostituzione dei popoli, delle rivoluzioni “colorate” e liberali nell’est Europa come il colpo di stato di Maidan in Ucraina, dell’aborto, dell’eutanasia, dell’ideologia omosessualista e genderista. La sua presunta “università”, in realtà un centro di indottrinamento per la sovversione politica e morale, è stata bandita in Ungheria, suscitando le ire dell’Unione Europea, che ha minacciato le solite sanzioni.

Tra l’altro vale la pena ricordare che, opportunamente rielaborate, le idee “anti-intolleranza” di Popper sono diventate la base teorica della feroce politically correctness che ormai domina nelle università e nelle istituzioni anglosassoni, e non solo, della cancel culture, della distruzione della memoria, della demonizzazione, come hate speech, di qualsiasi discorso di difesa della civiltà occidentale, della morale tradizionale e del diritto naturale. Le femministe infoiate che, in USA interrompono le conferenze contro l’aborto gridando “abbasso la libertà di parola” sono le nipotine di Popper e delle sue teorie.

Se guardiamo ai giorni presenti e alla crisi del covid e i relativi tragici effetti sociali di effettiva dittatura, sanitaria e no, è facile constatare come non si sia mai visto, negli ultimi decenni, lo scatenarsi di un odio censorio così intenso, intollerante, senza freni, becero e volgare contro i non vaccinati e gli eretici che non amano il green pass da parte di scienziati, medici, giornalisti e politici, tutti ovviamente sinceri democratici e liberali, come abbiamo visto nel caso di Cazzola. Fra qualche anno, certe espressioni ci sembreranno inventate, impossibili, eppure sono vere: “Verranno messi agli arresti domiciliari chiusi come sorci” (Burioni); “Mi divertirei a vederli morire come mosche” (Scanzi); “I rider devono sputare nel loro cibo” (Parenzo); “Sono dei criminali, vanno perseguiti come si fa con i mafiosi” (Bassetti). Paradigmatico l’onorevole Andrea Romano del Partito Democratico, erede per linea diretta del Partito Comunista Italiano, ma autoproclamatosi liberale: “C’è chi lavora contro i vaccini, quelli dovranno essere zittiti, non bisognerà nemmeno dargli il diritto di parola, da nessuna parte, lo dico a tutti: giornalisti, politici, tecnici, perché stavolta non scherziamo più”. Ovviamente non poteva mancare il gioco dialettico sulla tolleranza: “…fin quando tollereremo questi pericolosi intolleranti?” scrive il giornalista Gianni Riotta, penna di prestigiose testate (sono sempre “prestigiosi”, i loro giornali). E ancora: “squilibrati” e “idioti” (Specchia); “rimbambiti” (Sallusti riferito a Cacciari e altri). Ha sollevato un certo ipocrita dibattito l’ingiunzione del liberal Monti a “trovare delle modalità meno democratiche dell’informazione che dovrebbe essere dosata dall’alto”.

La nuova oppressione è di marca liberale”, dichiara lo storico Franco Cardini in una recente intervista. Lo sapevamo. Ancora una volta, ricompare l’ineludibile e irrisolto tema del chi o cosa decidono chi sono gli intolleranti. Leggi liberticide come quelle Scelba e Mancino?

Nel suo saggio Il liberalismo illiberale così scrive Giuseppe Reguzzoni: “Ci vantiamo del nostro pluralismo. Ne abbiamo fatto un dogma, quello della tolleranza a tutti i costi, per tutti, ovviamente, ma non per i nemici della tolleranza. Poi, però, è il Potere a stabilire che cosa sia tolleranza e chi e che cosa debbano essere tollerati”.

Forse era meglio Malagodi.

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2 commenti su “La tolleranza secondo i liberali”

  1. Bello l’articolo scritto per confutare come i pensieri possono venire strumentalizzati quando vengono decontestualizzati dall’argomento in questione. Proprio Popper ci avvertiva di questo pericolo nel breve saggio relativo alla cattiva maestra televisiva. Uno strumento che avrebbe potuto innalzare il pensiero umano usato per altri fini lo degrada fino a diventare strumento di strumentalizzazione divisione e di odio. Ed è ciò che sta accadendo. È vero che Popper proclamava la “intolleranza degli intolleranti” ma in un ambito ben definito che riguardava l’ingresso nella stanza dei bottoni o cabina di regia. Non viene spiegato alle masse ovviamente da chi è in cattiva fede il vero significato del suo pensiero che distorto viene frainteso dalle masse ed utilizzato proprio dagli intolleranti per distruggere le democrazie liberali. Questo accade perché i nemici del pensiero liberale lo temono, è devastante in sé e per se. Proprio il grande pensatore Popper ci spiega come il metodo scientifico procede ma oggi viene ben poco utilizzato e la dimostrazione della Covid ne dà un chiaro esempio. Si evidenzia in pratica come la nostra società liberale e democratica occidentale sia ben lontana dall’aver assimilato questi concetti figurarsi dall’avere nei propri organi di potere quegli anticorpi volti a difendere le odierne democrazie che infatti mostrano tutti i loro limiti istituzionali. Non a caso l’Italia è uno dei laboratori e centro sperimentale dei nuovi visionari strateghi alla Soros volti a muovere le masse nella direzione da loro auspicata con il “reset” ma sono loro i veri nemici della libertà.

  2. Nel vasto e variegato mondo Liberale la Destra Nazionale e Liberale di matrice Risorgimentale a livello di base fu composta anche da cattolici; che poi a livello di vertice vi fu un certo anticlericalismo è innegabile, ma non vi fu anticristianesimo.
    E, comunque, a differenza di Giolitti che aprì al Socialismo, proprio la componente di Destra Nazionale Liberale di matrice Risorgimentale facente capo ad Antonio Salandra fu contro le sinistre. Non a caso, i fascisti di Mussolini, i nazional liberali di Salandra ed i nazionalisti di Federzoni, nella Camera eletta nel 1921 diedero vita alla Destra Nazionale. Proprio nel maggio 1921, parlando al Teatro Piccinni di Bari, il nazional-liberale Antonio Salandra si scagliò contro il capitalismo sfruttatore.
    Quanto al PLI del secondo dopoguerra fu antinazionale, anti risorgimentale, anti cattolico. Nel 1963 ebbe l’ultima occasione da parte dell’elettorato- che lo premiò – per virare a Destra, ma le scelte sinistre dal 1943 in poi che lo portarono in braccio alla filo-comunista DC degasperiana, fecero permanere nell’area di centrosinistra un Pli che si avviò ad una morte elettoralmente lenta (basti vedere i dati catastrofici elle elezioni politiche del 1968, 1972, 1976 ecc). La “radice” di tale morte sta nel periodo che va da Croce a Malagodi. Che poi i successori di Malagodi abbiano completato la distruzione ciò è nei fatti. E, comunque, Lberalismo e Comunismo sempre a braccetto sono andati (tranne i Nazional Lberali di matrice Risorgimentale)

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