LA TRAPPOLA, OVVERO RIFLESSIONI SULLA “PULIZIA” IN CASA LEGHISTA, E SU ALTRO… – di Piero Nicola

di Piero Nicola

 

mauro

Giustizia è fatta?

 

Rosi Mauro è stata espulsa dalla Lega insieme al tesoriere Francesco Belsito. Quant’è garbata, gioconda e scherzevole la sorte nel nominare le persone. Un omone, un Maciste di pelle scura e coriacea, di aspetto imperioso: aggraziato così, quasi per contrappeso, da un cognome ameno, da un nome francescano.

Bando alle facezie. Soffermiamoci sulla vigorosa signora – seppur colta dal pianto (sembra che il contagio delle lacrimazioni sia ormai inarrestabile) – badiamo alla principale del sindacato padano. Alla tribuna televisiva sono accorse alcune donne di pubbliche investiture, le quali, per meritoria difesa della inesauribile causa femminile, del loro sesso disconosciuto e bistrattato, hanno brandito l’arma dialettica contro il maschilismo dei capi leghisti.

Come essi hanno ardito scatenare una caccia alle streghe, facendo della poverina il capro espiatorio delle loro comuni colpevolezze! Essi hanno celebrato un processo sommario, senza addurre prove concrete, sostituendosi ad un legittimo giudizio, prendendosela con una donna sola. Eppure quella vittima era già stata mortificata nella sacra aula del Senato, con inviti indignati e perentori a farsi da parte, di fronte alla sua resistenza a dare le dimissioni da vice-presidente dell’Assemblea. Il corso delle arringhe dialettiche, si sa, prende brutte pieghe. E la loro squalifica non cale al giornalismo della pubblica TV. Infatti, ogni perorazione a favore dell’altra metà del cielo comporta un assenso implicito e globale.

Anche alcuni giornalisti di grido, con diverse osservazioni, hanno preso posizione avversa al drastico provvedimento di sfratto dalla casa di via Bellerio.

Io sarei d’accordo. A prescindere da indizi, notizie, documentazioni, suscettibili di accertamento e indebitamente filtrate attraverso le pareti degli uffici d’indagine, finché un processo formale non abbia stabilito le responsabilità, qualsiasi taccia o verdetto sono almeno prematuri. Tutti si dicono garantisti, ma il vile andazzo che giunge allo sciacallaggio, impera come non mai.

Allontanare i sospetti facendo pulizia dei sospettabili nel proprio ceto non è certo un’opera equanime e reverenda; è contribuire al cosiddetto processo mediatico che si riversa sulla pubblica opinione influenzandola stortamente; è influenzare l’eventuale giuria che dovrà sedere accanto al magistrato: un’influenza che si somma agli inevitabili preconcetti e propensioni politiche di cui sono affetti gli uomini e i giudici nondimeno.

Ora però, scatta la trappola. Qualora i dirigenti della Lega non avessero impugnato la scopa e dato l’energica spazzata, scommetto, sicuro di vincere la posta, che molti dei difensori d’ufficio, femmine e maschi, che hanno preso le parti della Mauro, si sarebbero stracciate le vesti perché, essendosi lei attaccata all’augusto seggio che profanava, la Lega non l’aveva dimessa dalle proprie fila. O tenerla o cacciarla: tertium non datur. Per rigettarla occorreva il giudizio di merito, non bastava la disobbedienza, che sembra Bossi abbia invocato. Il motivo dell’insubordinazione è scaduto da un pezzo, vale a mala pena nell’esercito. Hanno convertito il principio di autorità in un principio di dispotismo.

Messa alle strette, la retorica democratica trasfigurerebbe il bivio presentatosi davanti al consesso leghista in una tragedia greca. No, è soltanto una vile trappola usata da chi ne approfitta, da chi non s’immagina nemmeno di rinunciare al suo tornaconto politico.

Scrutando la faccenda, ci accorgiamo che gli stessi figli di Alberto da Giussano hanno tratto un dado affrettato e poco onorevole nell’ansia di presentarsi candidi, probabilmente temendo di perdere alle prossime elezioni. Ne sortisce un certo disonore che, per quanto mala tempora currunt, resterà impresso nel Sole delle alpi e sedimentato negli animi, si ripercuoterà nel futuro padano ed oltre. Al tempo dell’immersione nel presente, il vantaggio del momento sarebbe in ogni caso proficuo, invece non paga, non ci si risolleva. A questo proposito, parlare di trappola, costituita da un aut aut tra ramazzare a fondo o soprassedere, diventa eccessivo per le ragioni degli intrappolati.

Allora, lo scandalo immediato gira in sciagura. È un innesco per uno scoppio grande, prolungato, distruttivo, che rovina l’argine contrapposto al peggio, al governo attuale. I botti degli altri scandali, che sono ben più grossi e marci, si perdono nel badiale frastuono. Gli agenti del potere insediato e i suoi alleati hanno buon gioco, dispongono dell’apparato governativo e filogovernativo, dei maggiori mezzi d’informazione, nonché dei soggetti implicati collaboranti con dichiarazioni e documenti (da verificare, circa possibili falsità e sofisticate falsificazioni), e traggono vantaggio dalla libidine di accanimento indispettito del popolo avversario, e dalla sfiducia del popolo a favore.

Menzogna, adulterazione, raggiri, tradimenti, dabbenaggine, negligenza più o meno grave, colpe: un possibile bel groviglio, da districare con regolari procedimenti. Intanto che cosa ne viene fuori? Voilà: preminenza dell’abilità senza scrupoli e della forza.

Facciamoci forti con scrupolo, e senza illusioni. La vita pubblica non cessa d’essere inquinata. Ma ci sono le regole che, conservano un certo pubblico vigore: appelandovisi coram populo, il violatore può cadere in soggezione. Purtroppo il mito libertario ha distrutto i buoni duri confini. Ripeto che ciascuno è, a parole, garantista: nessun condannato, e quindi nessun sospettato, sino alla condanna definitiva. Nemmeno chi viene imputato preliminarmente merita la gogna. Di fatto, chiunque non goda di particolari protezioni è suscettibile d’essere infamato. I precedenti non si contano.

La moralizzazione dovrebbe cominciare limitando alcune libertà esagerate: il diritto di informazione; certe immunità della magistratura e della polizia, donde trapelano a man salva notizie riservate; la diffamazione politica perseguibile soltanto con querela di parte, e l’eccesso dei poteri antagonisti e dei controlli paralizzanti. Ma quest’ultimo è un altro paio di maniche.

 

13 aprile 2012

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