La Via della legge naturale nella lezione di C.S. Lewis

Clive Staples Lewis tentò, nelle sue opere, di trovare la strada verso la verità delle cose, cercando di rinvenire nelle sapienze e religioni antiche (compreso il cristianesimo) una medesima Via della legge naturale, che accomunava tutti gli uomini di tutte le latitudini ed epoche. Questo suo grande interesse alle fonti originarie e costitutive dell’essere non nascondeva una specie di ecumenismo equivoco né un riduzionismo o compromesso che salvaguardasse un cammino superficiale di condivisione. Era piuttosto volto a individuare un nucleo forte di verità a cui ogni persona potesse aderire con tutte le sue facoltà.

Cos’è la Via della legge naturale?

Da grande e profondo studioso qual era, Lewis rinvenne nell’Induismo delle origini, come scrisse nel volume L’abolizione dell’uomo del 1943, la capacità dell’uomo di conformarsi alla legge naturale: “La condotta degli uomini che possiamo chiamare buoni consiste nel conformarsi al grande rituale o schema del naturale e del sovrannaturale che si rivela tanto nell’ordine cosmico quanto nelle virtù morali… Questa rettitudine, correttezza, ordine si identifica con la satya o verità, con la corrispondenza alla realtà”.

Allo stesso modo, aggiungeva Lewis, era per i Cinesi il Tao, ossia la realtà vera al di là di tutti i predicati; così ancora era per gli antichi Ebrei, che lodavano la Legge in quanto era costitutivamente vera, tanto che la parola emeth (verità) significava ciò che non inganna, che non muta, ponendo quindi l’accento sulla saldezza della verità. Per Lewis ciò che accomunava profondamente tutte queste concezioni (potremmo aggiungere, sulla scorta degli studi documentati del grande scrittore nord irlandese, dalle forme platoniche, aristoteliche a quelle cristiane e orientali) era il riconoscimento del valore oggettivo e della legge naturale.

L’atteggiamento corretto che proponeva Lewis era dunque quello di riconoscere un nucleo forte oggettivo entro cui collocarsi in modo da misurare la giustezza e verità dei singoli comportamenti. La prospettiva era quindi quella di procedere dal piano ontologico dell’essere a quello etico del dover essere. Chi si fosse posto fuori dal riconoscimento della Via della legge naturale si sarebbe collocato al di fuori della comprensione della realtà.

La fonte di tutti i giudizi di valori

La fonte di tutti i giudizi di valore era quindi la Via della legge naturale, il riconoscimento di un ordine oggettivo che Lewis individuava nelle sapienze e religioni antiche. Le ideologie moderne che prescindevano da questo non erano che, secondo le testuali parole di Lewis: “Frammenti della Via, arbitrariamente strappati al loro contesto globale e quindi isolatamente esasperati”.

La rivolta delle nuove ideologie contro la Via della legge naturale era, secondo una metafora calzante dello scrittore, la rivolta dei rami contro l’albero: distruggendolo, i ribelli avrebbero scoperto di avere distrutto se stessi. Porsi all’interno della Legge naturale significava accettare uno sviluppo dal di dentro, una possibilità di vero dialogo nella profondità dello spirito umano, così come Lewis rinveniva in Confucio “Con coloro che seguono una Via diversa è inutile consultarsi” e anche in Aristotele “Aristotele diceva che soltanto coloro che sono stati bene allevati possono utilmente studiare l’etica”.

Coloro che non condividevano la Via, ossia lo stesso punto di partenza fondamentale, non conoscevano quanto poteva essere discusso e in questo senso Lewis interpretava il Vangelo di Giovanni (Gv, 13,51): “Ma questa gente che non conosce la Legge, è maledetta!”. Quella persona “ben allevata”, a cui faceva riferimento Aristotele nell’Etica Nicomachea, era quella che, secondo l’espressione di Platone nella Repubblica, poteva riconoscere la Ragione quando essa giunge. Il prescindere dagli insegnamenti del riconoscimento della Via della legge naturale conduceva, in senso utilitaristico, a fare ciò che a ciascuno piaceva, a decidere da soli cosa l’uomo doveva essere e a far sì che lo sarebbe diventato.

Il potere dell’uomo sulla Natura

In questo riduzionismo ideologico causato dalla non accettazione dell’ordine oggettivo e della Via della legge naturale si collocava quindi il rapporto uomo-Natura, ossia la pretesa dell’uomo di esercitare il potere su altri uomini, con la Natura a fungere da strumento. Lewis si chiedeva quindi, ponendosi nella prospettiva utilitaristica e ideologica dell’uomo moderno, cosa potesse significare questa presunta conquista della Natura da parte dell’Uomo (le maiuscole erano ben evidenziate dallo scrittore).

Lo stadio finale di questa “conquista” avrebbe decretato la sconfitta della natura umana, ossia l’ultima parte della Natura ad arrendersi all’Uomo. Tolto il ricorso alla Via della legge naturale, l’Uomo moderno avrebbe scelto quale altra via artificiale produrre, quale tipo di coscienza produrre, quale concetto di “bene” instillare, quale tipo di umanità creare: “Questi Condizionatori non sto supponendo che siano cattivi. Piuttosto, non sono affatto uomini (nel vecchio senso). Sono, se volete, uomini che hanno sacrificato la loro parte di umanità tradizionale per dedicarsi al compito di decidere quale senso attribuire per il futuro alla parola “Umanità”, “Buono” e “cattivo”…”.

Una volta allontanatisi dalla Via della legge naturale, rimarcava Lewis, sarebbero caduti nel vuoto: “La conquista finale dell’Uomo si è rivelata come l’abolizione dell’Uomo”. Con altre straordinarie e accorate parole, Clive Staples Lewis sottolineava l’illusione dell’Uomo che aveva ripudiato la legge naturale: “Tutte le apparenti disfatte della Natura non sono state altro che ritirate strategiche. Pensavamo di averla messa in fuga, e invece era essa a trascinarci con sé. Ciò che ci sembravano mani alzate in segno di resa erano in realtà braccia spalancate in attesa di rinchiudersi per sempre su di noi”.

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