La vita felice secondo S. Agostino – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

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E’ sempre piacevole ed istruttivo immergersi nelle opere di S. Agostino – specialmente in quelle scritte in dialogo – sicché anche in tale occasione il Santo di Ippona non delude le attese dopo la riedizione in traduzione italiana di un’operetta che proprio per la sua mole teologico-speculativa offre, se ve ne fosse bisogno, la conferma della grandezza dell’uomo, del vescovo, del pensatore e – pregio non secondario – dello scrittore.

Redatto nel 386 d.C., il ‘De beata vita’ affronta, in forma dialogica, il problema della beatitudine del vivere; questione già in parte esaminata nel ‘Contra Academicos’ dello stesso anno, ma messa a fuoco con più precisione in quest’operetta disponibile in traduzione italiana a cura dell’Editrice ‘Il Leone Verde’ di Torino col titolo ‘La vita felice’.

E’ il medesimo Agostino ad informarci, nel prologo, del fine e del contenuto del dialogo – la felicità, cioè, concepita, egli scrive, come “dono di Dio” – dei giorni della discussione, il 13-14-15 novembre del 386, degli interlocutori Navigio, suo fratello, Trigezio e Licenzio, suoi concittadini e discepoli, Lartidiano e Rustico, suoi cugini, Adeodato, suo figlio,  e, infine, Monica, sua madre.

Alla quale, parole di Agostino, “sono convinto si deve tutto il merito per ciò  che oggi io sono” sicché ne viene fuori un piccolo capolavoro di lingua e di filosofia. Per quanto concerne i personaggi, due di essi, Trigezio e Licenzio, sono i protagonisti anche del ‘Contra Academicos’ sullo sfondo di un medesimo scenario: Cassicìaco, in Brianza.

Siamo, per quanto riguarda l’inizio del dibattito, alle Idi di novembre, giorno genetliaco del retore e pensatore di Tagaste, e il confronto andrà avanti per altri due giorni sotto la sapiente ed accorta regia di Agostino il quale si muove, ‘more platonico’, non solo nella conduzione colloquiale, sempre serrata e drammatica, ma pure nella sostanza data la cadenza dell’opera, speculativa e teologica.

Anche l’’incipit’ del dialogo risulta icastico ed incisivo, visto il modo in cui il filosofo africano entra, senza tanti preamboli – anche se il libro, dedicato al nobile e console Teodoro – ‘in medias res’: ”Vi sembra evidente che noi siamo  composti di anima e di corpo?”.

Ragion per cui, se nel ‘Contra Academicos’ si discute, in parte, dell’argomento della felicità e pure della sapienza – ciceronianamente definita “rerum divinarum et humanarum scientia” – nel ‘De beata vita’ la problematica è, appunto, quella felicità intesa come genuino nutrimento dell’anima; Monica, ad esempio, partecipa attivamente alla discussione con interventi puntuali e pieni di buon senso.

A questo punto, dopo il giudizio di Trigezio – secondo la quale “chi vive bene possiede Dio e lo ha favorevole, chi vive male ha Dio, ma contrario” – le opinioni sembrano collimare sull’osservazione di Monica secondo cui “l’infelicità non è altro che indigenza” considerato, altresì, riassume Agostino, che anche la stoltezza è indigenza e viceversa.

Ma, siccome il termine ‘indigenza’ è troppo simile a ‘povertà’, l’Ipponate propone di trovare una voce opposta a indigenza e, appellandosi a Sallustio, che egli definisce “attentissimo conoscitore della lingua”, lo rinviene nella parola ‘opulenza’ sebbene vada bene anche il vocabolo ‘pienezza’ proposto da Licenzio.

Dopo tali mirabili espressioni, la madre del filosofo pone il suggello definitivo alla discussione, confermando che la vita felice è perfetta allorquando è illuminata – così essa si esprime – da “una salda fede, una speranza alacre e una carità ardente”.

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