L’ACROBATICA TEOLOGIA DI EVOLA – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

La madre di tutte le confusioni a destra.

 

 

Gli effetti dei fraintendimenti enormi e degli invincibili abbagli lanciati dalle pagine evoliane, si sono manifestati, in modo esemplare e imprevedibile, nel saggio che Tomas Carini, studioso peraltro sagace, ha dedicato a “Niccolò Giani e alla scuola di mistica fascista 1930-1943” (Mursia, Milano 2009).

Carini ha avviato il discorso sulla nobile figura di Giani rammentando che i Patti Lateranensi mutarono radicalmente la filosofia del regime, “fondata sull’idea [di Giovanni Gentile] di una religione di stato posta accanto ma nettamente distinta (e secondo alcuni in contrasto) con quella della Chiesa“.

Dopo la firma del Patti la filosofia gentiliana fu accantonata, perché “vinsero il Neotomismo e lo spiritualismo cristiano di Augusto Guzzo con il recupero dei dogmi della religione in rapporto ai problemi della modernità“.

A conferma dell’adesione (dei vertici del partito fascista e principali protagonisti della Scuola di mistica fascista) alla dottrina cattolica è citata una memorabile sentenza antimoderna di Emilio Bodrero, condivisa dagli aderenti alla scuola di Giani: “Mai come oggi l’uomo è caduto nella terribile illusione che la terra possa fare a meno del cielo”.

Più chiaramente si esprimerà Gastone Spinetti (Ugo Sarti): “Mentre l’idealismo attualistico nega la  natura creata e ammette soltanto lo spirito creatore, l’idealismo fascista crede in Dio e nella natura da Lui creata”.

Pertanto Carini non esita a dichiarare che “la mistica fascista è testimonianza di un’Italia non più divisa ma rinnovata e pacificata sotto le insegne papali e littoriali”.

Non meno esplicito è il giudizio di Carini sui rapporti tra Evola e la scuola di mistica fascista: “il tradizionalismo della Scuola è ben diverso da quello evoliano, prima di tutto per la radice cattolica e per il nazionalismo, che Evola rigetta”. La conferma indiretta alla tesi di Carini si legge in una pagina del 1940, scritta da Evola per contestare  l’indirizzo cattolico della scuola di mistica fascista: “Noi siamo del parere che tale posizione sia estremamente pericolosa (dottrinalmente, beninteso, praticamente potrebbe anzi essere comoda) e perfino risenta di ciò che di dualismo semitico e antiario [anti-ariano] sussiste in alcuni aspetti delle credenze occidentali” (Julius Evola, “La scuola di mistica fascista Scritti su mistica, ascesi e libertà 1940 – 1941”, Edizioni Controcorrente, Napoli 2009, pag. 104).

Opposizione confermata e consolidata  negli anni Settanta, allorché Evola attribuì al fascismo la causa di una situazione per lui incresciosa: “Le uniche velleità di un pensiero tradizionale esistenti in quel periodo erano a fondo borghese cattolico, … erano caratterizzate da ristrettissimi orizzonti e da un antipatico settarismo” (op. cit.).

Stupisce pertanto la dichiarazione di Carini, secondo cui “la Tradizione di cui Evola si fa interprete … rimanda a un ordine trascendente, a principi eterni e sovratemporali”.

Lo stupore è accresciuto dall’avventurosa definizione delle cause del dissenso evoliano: “L’elemento discriminante è proprio il rapporto con la religione. In ultima analisi Evola e i mistici non s’incontrano perché per Evola un potere temporale autenticamente legittimo è sacro, proveniente da Dio, mentre per i mistici Dio è lasciato alla religione“.

Nessuno ha mai letto la pagina in cui Evola avrebbe affermato l’esistenza di un Dio propriamente detto. Ignoto è il libro in cui Evola avrebbe sostenuto che il potere discende da Dio (scritto con lettera maiuscola).

Assai nota, invece, è la chiara professione di ateismo resa da Evola: “La grande rivelazione, raggiunta attraverso una serie di crisi mentali e spirituali, consiste nel riconoscimento che non esiste nessun aldilà, nulla di straordinario, che esiste solo il reale. Il reale è però vissuto in uno stato in cui non c’è soggetto dell’esperienza né oggetto che venga sperimentato, che sta nel segno di assoluta presenza, l’immanente facendosi trascendente e il trascendente immanente”  (“Cavalcare la tigre”, Scheiwiller, Milano 1973, pag. 124).

Non è dunque illecita l’affermazione di coloro i quali, nella religiosità di Evola, iniziato raggiante e assiduo fumista, contemplano l’influsso dell’immanentismo radicale – Deus sive natura – di Benedetto Spinoza.

D’altra parte la modernità del (presunto) antimoderno Evola è sottolineata dallo stesso Carini, il quale cita l’intrepido Cacciari (in arte Kakkiari) secondo il quale “Evola va studiato a fondo a partire dagli anni dada“.

L’imbarazzante apparizione Cacciari all’orizzonte del dadaismo di destra, conferma l’opportunità di non affrontare i lampeggianti & fuorvianti testi evoliani senza conoscerne l’ispirazione ateista e l’indirizzo ultramoderno.

La pressione che il soggiacente modernismo evoliano esercita sui finiani, buffamente incamminati verso la porno-sinistra, consiglia di usare i prodotti evoliani con cautela inflessibile  e con rigorosa moderazione.

 

 

 

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