L’amore e il matrimonio nel testo biblico – di Carla D’Agostino Ungaretti

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 … se in questa nostra perversa epoca riuscirà a prevalere il disegno diabolico di snaturare e, direi quasi, di adulterare (quest’ultimo verbo mi sembra particolarmente adatto a descrivere il pericolo che corre il matrimonio) questo antichissimo istituto del diritto naturale, al disastro farà seguito il crollo della famiglia, della società umana, dello Stato così come crolla un castello di carte colpito dal flebile respiro di un bambino.

di Carla D’Agostino Ungaretti

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 Michelangelo – Creazione di Eva (Cappella Sistina)

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Tutti quelli che mi conoscono sanno che io sono una strenua paladina dell’istituto del  Matrimonio e, in particolare, di quello sacramentale. Infatti sono profondamente convinta che, se in questa nostra perversa epoca riuscirà a prevalere il disegno diabolico di snaturare e, direi quasi, di adulterare (quest’ultimo verbo mi sembra particolarmente adatto a descrivere il pericolo che corre il matrimonio) questo antichissimo istituto del diritto naturale, al disastro farà seguito il crollo della famiglia, della società umana, dello Stato così come crolla un castello di carte colpito dal flebile respiro di un bambino. E a che cosa assisteremo, dopo? Non abbiamo parametri di confronto: forse alla stessa fine dell’umanità. E’ questo che vogliamo?

       A questo pensavo tempo fa ascoltando a Radio Maria un interessante intervento di Antonio Socci che rievocava il famoso accenno di Paolo VI al “fumo di Satana” che si sarebbe infiltrato negli interstizi del Concilio Vaticano II e ho pensato che non solo nel Concilio è avvenuta questa venefica contaminazione ma, negli ultimi 40 anni, anche nella nostra vita personale, privata, familiare, relazionale, matrimoniale, sociale, politica e gli esempi li abbiamo sott’occhio ogni giorno. Che cosa possiamo fare, allora, per aiutare a respirare nuovamente a pieni polmoni quei coniugi e, di conseguenza, quei genitori, quei figli, quelle famiglie che hanno avuto la disgrazia di inalare quel mortifero fumo?

        Purtroppo ormai il danno prodotto dalla mentalità di questo secolo perverso si è quasi completamente consumato ma, mentre riflettevo su questo e quasi a cercare di spalancare metaforicamente le finestre, ho ripreso istintivamente in mano la Bibbia, lettura sempre affascinante che, se fatta con gli occhi della fede, non delude mai. E infatti non sono rimasta delusa perché mi sono stati offerti innumerevoli spunti di riflessione che ora vorrei suggerire a quei tanti miei fratelli delusi e amareggiati nella loro vita coniugale, invitandoli a rifletterci sopra anche loro, perché forse con quella lettura “aiuteranno” lo Spirito Santo a “visitare le loro menti”, facendo trovare loro la forza necessaria per andare avanti e tenere fede alla promessa fatta, a suo tempo, a Dio prima ancora che al coniuge.

        Anzitutto vorrei ricordare che la Bibbia non è un testo di morale, quindi non vuole impartire lezioni a nessuno, ma è l’annuncio dell’azione salvifica di Dio in tutte le sfaccettature della storia umana, quindi è un messaggio di speranza. Ovviamente l’Autore biblico assolve il suo compito con i mezzi che ha a disposizione, ben diversi da quelli di cui dispongono i mass-media dei nostri giorni, e con il linguaggio che conosce. Ma una di quelle sfaccettature è la realtà coniugale nel suo aspetto luminoso come in quello oscuro, e allora egli (ispirato da Dio) ci aiuta a capire il valore di una coppia fondata sulla Parola, aperta alla vita e capace di fedeltà come il Dio fedele che l’ha creata. Inoltre, il racconto dell’Autore biblico è modernissimo e al  contempo umanissimo perché ci parla di coppie che si amano e di coppie che si dividono; non ci risparmia adultèri e stupri, gelosie e violenze, mettendo a nudo la realtà del cuore umano, perché l’uomo e la donna della Bibbia, anche se creati a immagine e somiglianza di Dio, sono pur sempre fragili e vulnerabili, gioiscono e soffrono come noi, per i nostri stessi motivi di gioia e di dolore.

        Il primo elemento costitutivo della coppia è la parola: la parola scambiata nella promessa è la stessa che alimenta la comunione. Con la Parola Dio ha creato l’universo e con la parola  (il primo SI’) gli esseri umani si impegnano reciprocamente a conservare la fedeltà. Il profeta Geremia canta la bellezza del fidanzamento: “Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto in una terra non seminata” (Ger 2, 2). Di fronte a un amore che si è un po’ affievolito (anche allora accadeva … ) il Signore si paragona a un marito fedele che progetta una nuova luna di miele con la sua sposa: ” Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza (Os 2, 16 – 17). Infatti il dialogo è essenziale alla vita della coppia come l’unione dei corpi, che non teme le lunghe attese. Vicino al pozzo “Giacobbe si innamorò di Rachele” (Gn 29, 18) e per poterla sposare egli “servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni, tanto era il suo amore per lei” (Gn 29, 20).

           C’è poi un famoso passo nella Genesi, fondamentale per comprendere la modernissima visione biblica della coppia: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”  (2, 24). L’Autore scrive in una società patriarcale, in cui il matrimonio doveva sancire l’alleanza di due famiglie o di due diversi gruppi sociali, eppure, grazie a quella “unione”, la prima lealtà del marito è dovuta, come il suo affetto, alla moglie. Ma anche se nell’unione ciascuno conserva la sua storia e la sua fragilità, la nuova realtà darà vita ai figli; per questo motivo l’uomo deve veramente separarsi dai suoi genitori e la donna deve veramente riconoscere il ruolo del marito nel miracolo della procreazione. Entrambi, poi, mettendo al mondo un essere umano, sono collaboratori del Dio Creatore, come riconosce Eva nel partorire Caino: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Gen 4, 1).

         Abramo è il primo dei credenti e la sua storia è esemplare. Dio vuole che egli viva un’unione radicale con la sua unica e vera sposa Sarai e, per rassicurare la coppia sulla dignità di lei perché donna e non solo perché moglie di Abramo, le cambierà il nome – togliendo il suffisso possessivo “i”  dal nome Sarai, che significava “mia Principessa” – in Sara, semplicemente “Principessa“, la benedirà e “nazioni e re di popoli discenderanno da lei” (Gn 17, 15).

         Però, in un mondo in cui la poligamia era usuale e la prima aspirazione di ogni uomo era di avere molti figli, Sara si rivelò sterile e Abramo, come molti uomini in ogni tempo e in ogni paese, provò la tentazione di averne con altre donne. Allora Sara, per mantenere ad ogni costo la sua posizione di privilegio, lo assecondò e buttò il marito tra le braccia della schiava Agar l’Egiziana (che gli partorì Ismaele) salvo poi pentirsene quando, dopo aver partorito anche lei – all’età di novant’anni, secondo la promessa nel frattempo ricevuta da Dio – e poi svezzato suo figlio Isacco, vide che i due bambini “scherzavano” insieme (dopotutto, erano fratelli …). Allora Sara reagì in modo forse crudele, ma molto umano: “Scaccia questa schiava e suo figlio” disse ad Abramo “perché il figlio di questa schiava non può essere erede con mio figlio Isacco” (Gen 21, 10). Infatti il disegno di Dio era diverso e Sara lo aveva capito: pur non abbandonando l’innocente Ismaele, ma facendo diventare anche lui capostipite di una grande nazione, Dio rivelò ad Abramo che solo Isacco, il figlio della pur novantenne Sara (e non il figlio di una schiava) doveva essere il figlio legittimo da cui sarebbe scaturita la discendenza.

             Più tardi i sapienti di Israele compresero su che cosa si basa l’armonia di una coppia. Dice il Siracide: “Di tre cose si compiace l’anima mia di fronte al Signore e agli uomini: concordia di fratelli, amicizia tra vicini, moglie e marito che vivono in piena armonia” (Sir 25, 11).  La sapienza insegna a non dare troppa importanza alla bellezza, ma a valorizzare il buon senso e l’intelligenza. E allora il saggio esalta la donna piena di intelligenza e di inventiva, la perfetta padrona di casa: “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto” (Prv 31, 10 – 11).

          Il saggio invita gli esseri umani a non crogiolarsi nella fantasia, ma ad essere realistici invitando l’uomo sposato a riscoprire sua moglie e “bere l’acqua della sua cisterna … perché le tue sorgenti siano per te solo … Perché, figlio mio, invaghirti d’una straniera e stringerti al petto di un’estranea? … L’empio …morirà per mancanza di disciplina, si perderà per la sua grande stoltezza”  (Prv 5, 15 ss). La donna, a sua volta, è invitata a stimare il marito in funzione della sua fede e della sua rettitudine, perché la stima reciproca e i valori comuni sono un cemento importante per ogni coppia.

        Tutti sanno che la vita coniugale è irta di prove ed anche di tentazioni. Spesso l’uomo ricco e potente, arrivato alla piena maturità, prova la tentazione di abbandonare la compagna di una vita per prendere una donna più bella e più giovane  che lo illuda di essere giovane anche lui e forse immortale. Questo fu il grande peccato del Re David (regolarmente ammogliato) aggravato anche dall’inganno e dall’aver provocato indirettamente la morte di un uomo onesto e fedele. Innamoratosi di Betsabea – il cui nome, guarda caso, significa “la Formosa” e  che egli aveva visto fare il bagno dall’alto di una terrazza (era anche un po’ guardone, il buon David? … ) –  fece in modo che il marito di lei, Uria l’Hittita, che stava combattendo nella guerra contro gli Ammoniti, fosse inviato “in prima linea dove più ferveva la mischia“, e così rimanesse ucciso, come infatti avvenne. “La moglie di Uria, saputo che Uria suo marito era morto, fece il lamento per il suo signore. Passati i giorni del lutto, David la mandò a prendere e l’accolse nella sua casa. Essa diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che David aveva fatto era male agli occhi del Signore” (2 Sam 11). Il commento dell’Autore biblico è lapidario e inesorabile nel condannare un comportamento maschile riprovevole  allora come lo è oggi.

        Ma David, illuminato dal profeta Natan, riconobbe : “Ho peccato contro il Signore!” invocandone il perdono attraverso quel meraviglioso Salmo che è il Miserere (n. 51) e ottenne il perdono di Dio.  E’ una storia celeberrima che denota come le debolezze e le tentazioni umane siano sempre le stesse anche dopo millenni.

         Nel frattempo, però, assieme alla condanna dell’adulterio, si andava diffondendo nel mondo biblico la condanna del divorzio e l’ultimo dei profeti, Malachia, esclama: “Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentr’essa è la tua consorte, la donna legata a te da un patto … Perché io detesto il ripudio, dice il Signore …” (Ml 2, 14 – 15). Quale migliore affermazione della naturale indissolubilità del matrimonio?

          Il Cantico dei Cantici è, nell’ambito dell’Antico Testamento, un testo sorprendente perché non parla di Dio, ma di un amore passionale, direi addirittura carnale, tra un uomo chiamato il “Re”, e una donna, la “Sulamita”, il che già sarebbe una valida confutazione del vecchio luogo comune secondo il quale la tradizione ebraico – cristiana sarebbe sessuofobica. Essa non è affatto sessuofobica: vuole solo canalizzare le pulsioni umane nei giusti binari ideati da Dio.

           Già l’ “incipit” del Cantico è tenero e appassionato. La sposa canta alternandosi con le sue compagne: “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino … Attirami dietro a te, corriamo! M’introduca il Re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo per te …” (Ct 1, 1 ss). Il desiderio amoroso è espresso con una formula che più concisa non si può: “Il mio diletto è per me e io per lui” (Ct 2, 16), ma sempre espressa in maniera simmetrica, per sottolineare la costante reciprocità dell’amore tra l’uomo e la donna. Il gioco del dominio generato dal peccato di cui parlava la Genesi  (“Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà,”  Gen 3, 16) è ora sublimato da un amore che si offre interamente e non tiene nulla per sé: “Io sono per il mio diletto e la sua brama è verso di me” (Ct 7, 11), a significare che la reciproca appartenenza e il desiderio si possono vivere senza dominare e senza strumentalizzare il coniuge, nella gioia del dono.

           Nel Nuovo Testamento la migliore immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa sarà la coppia unita nella fede. S. Paolo esalta questo grande mistero “con riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5, 31) e insiste sulla reciprocità del dono scambievole: “La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non astenetevi tra voi se non di comune accordo, e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme perché satana non vi tenti nei momenti di passione” (1 Cor 7, 4 ss).

         Tuttavia, mi ha stupito leggere sul sito femminista www.donnealtri.it, il  21 marzo scorso che Antonio De Rinaldis si sente offeso, anche come uomo, dal termine usato da S. Paolo in Ef 5, 22 a proposito della morale domestica (“Le mogli siano sottomesse ai mariti …”) perché ritiene sia impossibile amare una persona “sottomessa”; allora  quel termine secondo lui deve avere (nell’ottica paolina) un altro significato e cioè “la donna deve essere umile e fare del proprio marito un genio anche se è un idiota … perché l’uomo non si aspetta altro che trovare un’altra mamma che lo accudisca”. Al di là di tutte le elucubrazioni femministe, più o meno fondate, sul significato della “sottomissione” della donna al proprio marito (dopotutto Paolo era pur sempre un uomo del suo tempo) io non trovo niente di scandaloso nel significato letterale di quel termine, perché penso che qualunque donna che ami il proprio sposo e si senta amata da lui sarà felice di essergli “sottomessa” e altrettanto vale per l’uomo, in quella condizione di reciprocità e di simmetria affettiva che è messa in risalto in tutto l’Antico Testamento.

           S. Giovanni, nell’Apocalisse, sottolinea la reciprocità dell’amore offerto da Cristo: “Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3, 20). Anche l’amata del Cantico dei Cantici si esprime così, fremendo d’amore: “Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! E’ il mio diletto che bussa: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia … Mi sono alzata per aprire al mio diletto e le mie mani stillavano mirra … Sono malata d’amore!” (Ct 5, 2 ss).

          Che cosa si potrebbe dire di più commovente, sublime e poetico, su quel meraviglioso “mistero” che è l’amore tra l’uomo e la donna, di quanto dice al suo “Re” la bella Sulamita, “malata d’amore“, ansiosa di spargere con le sue mani un balsamo meraviglioso sul corpo dell’uomo amato? Il Cantico dei Cantici incarna l’archetipo di tutta la poesia d’amore scaturita nei secoli successivi in ogni paese e in ogni civiltà. Non è avvilente, riduttivo, oserei dire quasi blasfemo, permettere che questo sublime archetipo possa essere distrutto, avvilito, profanato dalla meschinità e dall’egoismo umani?  Eppure, la nostra epoca perversa sta tentando di fare anche questo, per indurre l’uomo e la donna ad assecondare le loro pulsioni più meschine ed egoistiche.

         L’impegno cristiano nel matrimonio non è un’assicurazione contro le fatiche, le difficoltà, le incomprensioni quotidiane. Il SI’ sacramentale è lo stesso SI’ rivolto al Padre da Gesù che “non fu sì e no, ma in lui c’è stato il sì” (2 Cor 1, 19). E’ la volontà di vivere la fatica dell’amore e della fede nel corso dei giorni che inserisce anche noi nella fedeltà di Cristo. La logica stessa dell’amore umano e della felicità che lo accompagna spinge a dire SI’, cioè al dono radicale di sé e del proprio avvenire, ma il dono di sé non può evitare il buio, la prova, l’affievolirsi del sentimento e allora ci si prospetta la Croce che nessuno può evitare. Dice Gesù: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24). S. Paolo incalza: “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3, 12 – 13).

       Io penso che  questo insegnamento sia valido in una prospettiva universale e non solo in quella della fede, anche se le persone di fede hanno una marcia in più per affrontare le difficoltà della vita a due. Perciò, ho fatto questa lunga chiacchierata – Bibbia alla mano e  con le mie umili forze di cattolica “bambina e parruccona” – per cercare di dimostrare a tanti miei fratelli che hanno la disgrazia di vivere un matrimonio infelice che nella Parola di Dio si possono trovare autentici tesori di sapienza e di conforto. L’istituto del Matrimonio, elevato da Cristo alla dignità di Sacramento,  effonde sugli sposi suoi ministri la Grazia Santificante  e non è stato inventato dagli uomini, sia pure in epoca remota, ma da Dio stesso che ha inteso farne la cellula primordiale e fondamentale di qualunque consorzio e aggregazione umana. E allora vale veramente la pena di rifletterci sopra, senza lasciarsi scoraggiare dalle avversità e dagli incidenti di percorso che fanno parte di ogni progetto umano, compreso quello della vita in comune nello stato matrimoniale.

         L’essere umano è stato creato libero a immagine e somiglianza di un Dio libero, capace di “amare fino alla fine” (Gv 13, 1), che ha conferito anche a noi quella sublime capacità che oserei definire “divina”, perché messa in pratica per la prima volta da Gesù in persona per darcene l’esempio. Ma noi non dobbiamo mai stancarci di chiedergliela, perché senza il suo aiuto non potremmo mai raggiungerla. Lo Spirito ci insegna che le prove non mancheranno, ma non dobbiamo dimenticare che Cristo ci ha insegnato che “tutto è possibile per chi crede” (Mc 9, 23) e allora a noi, che siamo peccatori e limitati, non resta che gridare a Dio: “Credo, aiutami nella mia incredulità!” (Mc 9, 24).

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4 commenti su “L’amore e il matrimonio nel testo biblico – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Un excursus biblico eccezionale. Vi si sente la passione di chi scrive, la sincera partecipazione del suo cuore, l’accorato intento educativo. Altro che bambina e parruccona! Ancora una volta grazie, Signora Carla, per la limpidezza dei suoi raginamenti.

  2. Gentilissima, splendido articolo. Lo leggerò con piacere alle mie consorelle della Fraternità Laicale Maria Regina della Famiglia, insieme al suo altro bellissimo articolo sul ruolo della donna.
    Nella FLMRF, minuscola fraternità appena nata, studiamo appunto il ruolo della donna in relazione con la figura e la missione di Maria SS. attraverso i testi magisteriali (“Mulieris Dignitatem” “Lettera alle donne” di s.Giovanni Paolo II e “Lettera ai Vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede sono tre dei testi che abbiamo già affrontato) e la dottrina della Chiesa. Preghiamo anche il Santo Rosario (in latino) per i bisogni della Chiesa. Siamo convinte che una rinascita della Fede Cattolica può passare in modo privilegiato dall’animo femminile, che è stato predisposto dal Signore tramite la maternità ad essere adatto a tramandare la Fede con l’esempio e l’insegnamento partendo proprio dalla propria famiglia, piccola Chiesa domestica. Il nostro intento è dunque coltivare la spiritualità della donna, seguendo l’esempio della Santa Madre di Dio, perchè si riappropri del ruolo sacro che il Signore ha previsto per lei fin dalla creazione del mondo. La ns mini fraternità è consacrata a Maria SS. Regina della Famiglia apparsa (in alcuni casi anche con S.Giuseppe e Gesù Bambino) nel 1944 a Ghiaie di Bonate (BG) dove la santa Madre diede ad una bimba 13 messaggi assolutamente attuali (www.madonnadelleghiaie.it, http://www.ghiaie44.it). Pregheremo anche per lei, perchè il suo lavoro di esegesi, commento e divulgazione al servizio della Santa Chiesa sia sempre così fecondo. GRAZIE. Sr. Monica

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