L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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1° ottobre 2016

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Il rapporto tra democrazia e tradizione      = = = = = = = = =     

di Fabio Trevisan

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Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E’ la democrazia dei morti

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z-ortodosNel saggio: Ortodossiadel 1908, Gilbert Keith Chesterton confrontava, tra altri importanti temi, la relazione tra democrazia e tradizione. Per il grande scrittore londinese, maestro del paradosso come pensiero illuminante, non si potevano disgiungere democrazia e tradizione: “Io non posso separare le due idee di tradizione e democrazia: mi sembra evidente che sono una medesima idea”. Vi prego di non sobbalzare repentinamente irritati sulla sedia ma di cercare di capire cosa intendesse dire e soprattutto quale significato egli dava ai due concetti. L’argomentazione è sviluppata nel IV capitolo del saggio, che ha un titolo significativo: “La morale delle favole”.

Solo non soffermandosi ai pregiudizi ed agli slogan si può intuire la profondità del suo pensiero: “La mia prima ed ultima filosofia, quella alla quale ho creduto con ininterrotta certezza, l’ho imparata da bambino. L’ho imparata generalmente da una nutrice…”. Il che significa che le cose più importanti ed essenziali, cioè quelle che egli qualificava come “democratiche” erano apprese da ciascuna persona sulle ginocchia della madre (o della balia, come a quei tempi era frequente). Quali erano le cose più importanti ed essenziali per Chesterton ? Erano: la vita, la famiglia, l’educazione dei figli, il diritto conforme alla legge naturale: “Le cose più terribilmente importanti debbono essere lasciate agli uomini comuni: l’accoppiamento dei sessi, l’allevamento dei giovani, le leggi dello Stato. Questa è la democrazia e in questo ho sempre creduto”.

Definito il concetto di “democrazia” appariva ovvio e consequenziale anche ciò che intendeva come “tradizione”: “La tradizione non è che la democrazia estesa nel tempo”. Erano i nostri “democratici” avi che bussavano alle nostre porte, era il passato che chiedeva di entrare nella nostra vita; questa era la “democrazia dei morti”ed a questa era impossibile sfuggire: “La tradizione rifiuta l’idea della squalifica per il fatto accidentale della morte”. I morti erano vivi (il fatto accidentale della morte) e bussavano ai nostri usci, non solo chiedendoci di entrare nel nostro presente, ma insistendo per progettare insieme il futuro: “L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti”. E’ incredibile quanto questo concetto della continuità tra democrazia e tradizione, tra morti e viventi sia stato fatto proprio da altri grandi scrittori cattolici, basti pensare a Giovannino Guareschi (di cui a lungo ed approfonditamente si è occupato Alessandro Gnocchi) o John Ronald Reuel Tolkien. Nello scrittore umorista italiano c’è un racconto, dal titolo emblematico: “Venivano da lontano”, in cui lo “spirito dei morti” entra nelle case dei viventi ed una struggente “Favola di Natale” (scritta nel 1944 in un campo di concentramento nazista) in cui lo stesso Giovannino, il drammatico presente, incontra la nonnina, il passato che ritorna ed il figlio Albertino, il futuro.

In Tolkien due libri attestano la relazione tra “democrazia e tradizione”: “La realtà in trasparenza” e “Sulle fiabe”, dove viene ribadita l’importanza della madre e della tradizione orale per trasmettere la fede cattolica, l’amore delle lingue, delle fiabe e delle leggende popolari. A questo punto non ci dovrebbe più scandalizzare la frase di Chesterton: “Non ho mai capito perché la gente si sia formata la convinzione che la democrazia contrasti, in qualche modo, alla tradizione”. Tutto dipende ovviamente dal concetto di “democrazia” e di “tradizione” e dal significato di “tradizione orale”, come spiegava il grande pensatore di Beaconsfield: “Le cose in cui ho sempre creduto di più, ora ed allora, sono le cosiddette novelle delle fate…il paese delle fate non è altro che il soleggiato paese del senso comune. Non è la terra che giudica il cielo, ma il cielo che giudica la terra”.

Acquisite le nozioni chestertoniane di “democrazia” e “tradizione” procederemo successivamente, nella nostra rubrica, a spiegare altri essenziali ed importanti concetti: il “senso comune” e la “morale delle favole”.

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1 commento su “L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. Se “democrazia” vuol dire governo del popolo e se per popolo intendiamo l’insieme di coloro che appartengono alla stessa nazione, parlano la stessa lingua, professano (ancora oggi?) la stessa religione e si tramandano le stesse tradizioni, credo di capire che le due idee di tradizione e democrazia non possano essere distaccate: però in un mondo per così dire normale e non in un mondo che ha perso la ragione, come quello attuale. Eppure è tanto bello e ci si commuove quasi a leggere espressioni come “le cose più importanti ed essenziali, cioè quelle che egli qualificava come “democratiche” erano apprese da ciascuna persona sulle ginocchia della madre”. E ci si immagina la famiglia tradizionale, come quella di una volta, con la mamma tutta intenta al suo lavoro domestico e insieme al papà protesa a costruire il bene nella loro missione di educare i figli facendoli crescere buoni e nel santo timore di Dio. Niente che potesse prevedere lo sfacelo dei nostri giorni. Sì, ha ragione ancora una volta Chesterton: Democrazia e tradizione che vanno a braccetto e una visione della vita che rispetti la legge naturale.
    Grazie, Fabio, anche per questa commozione

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