L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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2 settembre 2017

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L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO

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di Fabio Trevisan

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“Ci siamo inginocchiati ai finanzieri stranieri così a lungo che ora sarà la guerra o la rovina”

Nel 1922 Gilbert Keith Chesterton pubblicava: L’uomo che sapeva troppo”, una raccolta di otto racconti sulla figura dell’investigatore Horne Fisher e del suo compagno di avventure, il giornalista Harold March.

Al contrario di Mr. Pond e del più celebre Padre Brown, Horne Fisher era una figura di detective proveniente dall’aristocrazia con parecchie conoscenze nel mondo dell’alta politica e della finanza. Era sostanzialmente un uomo che sapeva troppo, probabilmente a conoscenza di legami con la massoneria e di altri circoli esoterici. Era consapevole quindi che le mode, la mondanità, i capricci provenivano dalle classi agiate, così come le idee più bizzarre e tutto questo faceva conoscere all’amico Harold March, che al contrario non sapeva nulla di quel mondo: “Harold March era quel genere di persona che sa tutto di politica e niente dei politici. Sapeva molto anche di arte, letteratura, filosofia e cultura generale; sapeva molto quasi di tutto, tranne che del mondo in cui viveva”.

Horne Fisher, a dispetto della sua immane conoscenza, era descritto con un fare apparentemente annoiato, reso ancor più evidente dalle palpebre cascanti e da un pallore quasi cadaverico. Incarnava anch’egli il paradosso, così come Padre Brown e Mr. Pond: “Horne Fisher, a dispetto della sua ostentata indifferenza, era una persona molto curiosa e dalla sensibilità quasi sovrumana nel comprendere le circostanze”. Egli rilasciava, in forza della sua conoscenza, pillole di autentica saggezza: “L’intelligenza moderna non tollera niente di ciò che viene detto con autorità, ma tollera tutto ciò che viene detto senza autorità”. Nell’emblematico racconto “Il tempio del silenzio” (nel quale veniva sottinteso l’omertà del silenzio) veniva esplicata la parentela di Horne Fisher con la classe che conta: “Aveva cugini e parenti in ogni ramo del grande labirinto della classe governativa inglese”, anche se al coraggioso giornalista suo amico, Harold March, non sembrava che quel consorzio di potenti uomini fosse qualcosa di interessante dal punto di vista dell’intimità domestica, dell’amicizia vera e di ogni altra cosa sana e solida. La vita di questo illustre uomo che sapeva troppo era diventata quella di chi vive in una piccola stanza su un’isola deserta: piena di libri, sigari e agi, piena di conoscenza, di interessi e di informazioni, alcune di queste ancor oggi estremamente attuali: “I finanzieri hanno introdotto la manodopera cinese nel nostro paese con il deliberato intento di ridurre alla fame i nostri operai e contadini”.

Horne Fisher, l’uomo che sapeva troppo, pertanto confidava all’amico curioso Harold March qualche sottile segreto: “Pensi che io non abbia trovato altro che immondizia negli abissi in cui il destino mi ha precipitato? Credimi, nessuno conosce la parte migliore degli uomini finché non ha conosciuto la loro parte peggiore”. Egli metteva in risalto gli sforzi che talvolta questo mondo di aristocratici potenti faceva per salvare la propria anima: “Solo Dio sa quanto hanno provato a essere buoni. Dio solo sa a quanto male può sopravvivere una coscienza e sa anche come un uomo, che ha perso il suo onore, possa ancora sforzarsi di salvare la sua anima”.  Negli ultimi racconti, Chesterton delineava in Horne Fisher la figura di un aristocratico che, oltre  a svelare gli omicidi più inquietanti dell’alta società, si faceva promotore sincero di quel pensiero distributista che nei cattolici inglesi era sorto dall’interpretazione del pensiero di Leone XIII: “Perché qualcuno non s’azzarda a fondare un partito di piccoli proprietari terrieri, richiamandosi alle antiche tradizioni contadine?”.

Questo pensiero cattolico, scaturito dalla lettura responsabile e attenta del Magistero leonino, lasciava sconcertate molte persone, in quanto era la visione di qualcosa di antico e familiare che non avrebbero mai pensato di veder risorgere. In nome della piccola proprietà e dell’unità della famiglia tradizionale tra un uomo e una donna aveva combattuto Chesterton e aveva fatto combattere Horne Fisher fino alla morte.

Nella descrizione degli ultimi istanti vitali, Chesterton poteva condensare in Horne Fisher la tempra del vero combattente, giunto ora dinanzi al giudizio di Dio: “L’uomo che sapeva troppo conobbe ciò che vale davvero la pena sapere”.

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3 commenti su “L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. Mi pare di capire che in fondo Horne Fisher incarna l’uomo attento e saggio capace di guardare gli uomini senza superficialità mettendo in un certo senso a nudo la loro anima. Ma per far questo egli stesso deve certamente essere un grand’uomo, uno che sna capire il senso della vita e sa considerare ciò che davvero conta ed è essenziale per conquistare la vita vera che non finirà mai.
    Ho capito male?

  2. Rispondo a Tonietta: “Horne Fisher era sicuramente un uomo attento e saggio che apparteneva all’aristocrazia inglese. Egli sapeva troppo anche di cose riguardanti la politica, la finanza e probabilmente della massoneria. Cose pericolose che i più non sapevano. Egli provò, soprattutto nei due ultimi racconti del libro, a difendere quella dottrina, il distributismo, scaturito dalla lettura della Rerum novarum di Leone XIII, ma ebbe contro anche alcuni suoi parenti, fratello compreso, che militavano in un partito riformista. Il libro è ancora una volta un monito contro i mali del capitalismo. Il finale sottolineava l’importanza della salvezza della propria anima”. Grazie. Fabio Trevisan

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