L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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15 maggio 2017

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CONTRO LA SUPERBIA

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di Fabio Trevisan

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“L’orgoglio è un veleno così mortale, che non solo avvelena le virtù: avvelena anche gli altri vizi”

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Ne La nonna del drago e altre serissime storie(Editrice Guerrino Leardini), raccolta di racconti divertenti e acuti scaturiti dalla penna di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), l’autore inglese ci invita a diventare nani, proprio come quel celebre e saggio detto medievale: “Siamo nani sulle spalle dei giganti”.

In un inno cantato contro la superbia, Chesterton esorta all’umiltà, virtù umana e cristiana fonte di ogni altra virtù: “Ho i miei dubbi su tutto questo grande valore dell’andare in montagna, di arrivare alla cima di tutto e guardare tutto dall’alto. Satana divenne la guida alpina più illustre, quando portò Gesù sulla cima di un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni della terra. Ma la gioia di Satana nello stare su un picco non è gioia per la grandezza, ma una gioia nel vedere la piccolezza, per il fatto che tutti gli uomini sembrano insetti ai suoi piedi”. Il valore teologico e filosofico di questa frase di Chesterton ha come riferimento l’incapacità e l’impossibilità, dopo la scelta del non serviam luciferino, di redenzione di Satana, condannato eternamente all’inferno. Dal punto di vista etico ed esistenziale, come ben conosceva Chesterton, la caduta nel peccato istigata dal Principe del mondo aveva delle ripercussioni sull’uomo di ogni tempo, tanto che la dottrina cattolica non ha esitato a porre la superbia come il primo dei vizi capitali.

Anche il prete cattolico Padre Brown si è imbattuto nelle sue investigazioni nella desolazione del peccato di superbia, che aveva scompaginato la mente di un reverendo sacerdote, facendogli scagliare un oggetto contundente e mortale dall’alto della chiesa, proprio là dove era andato a pregare. L’esortazione di Padre Brown valeva come quell’indicazione all’andare in montagna: non si può pregare sulle guglie o sui campanili, si diventa altezzosi! Si prega umilmente prostrati a terra o inginocchiati, riconoscendo i propri peccati. L’orizzontalità umile e terrena permette di sollevare lo sguardo, al contrario l’altezza dell’osservazione dall’alto verso il basso conduce alla perdizione. Non si può indugiare come Satana o quel reverendo omicida (per chi volesse approfondire, il brano è “Il martello di Dio” nei Racconti di Padre Brown) nello scrutare dall’alto poiché è frequente cadere, in senso non solo fisico ma ontologico ed etico. Ecco perché il grande saggista londinese preferiva predicare contro la superbia e condannava questi atteggiamenti riprovevoli che contrastavano l’umiltà e la gratitudine: “L’orgoglio è un veleno così mortale, che non solo avvelena le virtù: avvelena anche gli altri vizi”. Egli spronava a vigilare sulle vertiginose visioni, sulle elucubrazioni intellettuali: era consapevole dei disastri provocati dall’orgoglio ed avvertiva che vi era qualcosa di diabolico nell’uomo che pretendeva di rassomigliare tanto da vicino al Padreterno.

Quale artista amante del colore era pure cosciente dei valori religiosi e morali contenuti nelle forme create: “Il primo asserto della morale religiosa è che il bianco è un colore. La virtù non è assenza di vizi o lontananza dai pericoli morali: la virtù è un’entità vivida e separata”. Proprio come il “bianco”, che è un colore e non un’assenza di colore, così la virtù non è assenza di vizi ma è qualcosa di vivo. Chesterton, oltre ad essere un sano tomista e realista, era anche un poeta mistico che ci implorava di difendere un vero realismo (“Il bianco è un colore”) da un falso realismo piatto e ottuso (“Il bianco non è un colore”).

Il saper apprezzare le meraviglie del creato conduceva alla gratitudine e all’umiltà, l’incapacità di apprezzare le virtù era il frutto della vituperata e dannata superbia.

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1 commento su “L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. C’è un’espressione che forse neanche s’usa più ed è “guardare dall’alto in basso. È l’atteggiamento del superbo che disdegna il suo prossimo e non si accorge delle meraviglie del creato, crede di vedere tutto, ma guarda solo se stesso senza neanche vedersi. Se invece solo volgesse lo sguardo a Colei che “umile e alta più che creatura” raccoglie in Sé ogni bellezza e ascoltasse le parole di Suo Figlio, così “mite e umile di cuore” da indicare la gloria dei gigli dei campi e il loro splendore, come cambierebbe la sua vita! E come riconoscerebbe la sua infinita piccolezza in questo mondo in cui il Buon Dio lo ha posto solo per conoscerlo, amarlo e servirlo e poi goderlo in paradiso. All’umile basta un filo d’erba per arrivare a Dio; al superbo non è sufficiente tutto il creato per pensare al suo Creatore.

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