L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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16 gennaio 2017

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IL VERO SOLDATO

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di Fabio Trevisan

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“Un vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcosa che odia. Combatte perché ha dietro di sé qualcosa che ama”

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Il 14 gennaio 1911 Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) pubblicava sull’Illustrated London News un articolo molto interessante ed incredibilmente attuale, dal quale è stata tratta la famosa citazione richiamata in corsivo. A chi volesse leggere integralmente l’articolo, assieme ad altri pezzi inediti in italiano, rimando alla fresca uscita del volume: “La Divina poltrona ed altre comodità” (Casa Editrice Guerrino Leardini), a cui la Società Chestertoniana Italiana e il Centro Missionario Francescano hanno dato considerevoli apporti nella cura del libro.

Sovente, come più volte ho cercato di documentare in questa rubrica, Chesterton viene citato in modo improprio e quindi stiracchiato a giustificazione anche di strampalate ed improvvisate teorie che nulla hanno a che fare con quanto il grande scrittore inglese intendesse realmente. Ribadisco quindi che il mio personale sforzo è quello di cercare di restituire a Chesterton quello che è di Chesterton, non isolando citazioni, aforismi o paradossi ma riportandoli oggettivamente nel contesto delle argomentazioni trattate.

Parlando quindi del vero titolo dell’articolo: “Natale e disarmo” (Christmas and Disarmament), Chesterton fece un’acuta riflessione sulla pace, riallacciandosi al canto degli angeli in cielo a celebrazione del Santo Natale. Ma che cos’era la “pace sulla terra”? Ecco cosa scriveva il grande saggista londinese: “La pace sulla terra potrebbe anche indicare un panico immoto, il giacere prostrati dinanzi a un tiranno universale…ma se noi facessimo un silenzio di vivi, un silenzio di milioni di schiavi muti e lo chiamassimo pace?”. Rammento che eravamo nel 1911 e quindi, antecedentemente allo scoppio della prima guerra mondiale, Chesterton inveiva contro la plutocrazia, collegandola alla guerra e all’imposizione di una desolata e squallida pace: “Mi sono abituato ai milionari che impongono la guerra. Ma se cominciano a imporre la pace mi ribello senz’altro”.

Qual era lo sbaglio essenziale dei milionari alla Carnegie posti sul banco degli imputati da Chesterton? La domanda era e resta importante, poiché in essa sta tutta la forza della validità della famosa frase iniziale riportata in corsivo. Nella risposta Chesterton avrebbe espresso, con un esempio, l’autentico sentimento di ogni vero soldato: “Un uomo ama un certo albero e venti uomini propongono di abbattere proprio quell’albero. Egli può uccidere i venti uomini, cosa che può essere davvero tragica; ma non odia i venti uomini; ama l’albero”. L’errore sostanziale che imputava ai plutocrati mondialisti era chiaramente questo: “Le guerre non cominciano mai per l’odio… (gli uomini)combattono perché amano, non perché odiano e finché i sostenitori della pace non avranno compreso e accettato questa radice affettiva dell’energia militare, tutte le loro parole saranno polvere nel vento”. Al posto del citato esempio dell’albero potremmo metterci tutto quello che piaceva a Chesterton, dagli attaccamenti cavallereschi alle cure domestiche, dall’amore per la patria a quello per i figli (anche se egli, pur desiderandoli, non poté averne alcuno), dall’amore per i colori della propria bandiera alle fattorie contadine. Egli desiderava che si coltivasse un intenso affetto, un sentimento dinamico e propulsivo per la difesa del bello e del buono.

Era conscio che non si poteva entusiasmare il popolo con un’idea puramente negativa di pace ed incitava, contro lo spirito dei milionari, a muovere la ragione e gli affetti: “Potresti rendere entusiasti gli uomini per qualche legame o qualità concreta che li lega gli uni agli altri e rende loro amici i loro nemici”. Invitava inoltre a “guardare indietro” per poter procedere avanti nella buona battaglia a salvaguardia di quanto di più prezioso ci era stato trasmesso, ad iniziare da quel Santo Natale nel quale Gesù Bambino si era rivelato e che stava come riferimento essenziale all’inizio dell’articolo. Il vero soldato poteva e doveva combattere contro tutti gli Erode di ogni epoca, a difesa di quell’Amore che per i nostri peccati era e rimane crocifisso.

Non solo, il soldato, come ogni uomo, combatteva giustamente per tutto ciò che anche umanamente ed orizzontalmente amava e che costituiva la sua storia, il suo passato, le sue radici.

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1 commento su “L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. Insomma, per tutto ciò che costituisce la vita vera, quella per cui siamo stati fatti e che informa e dà luce a tutta la nostra umanità. Una umanità dove la pace non è quella imposta per interesse combattendo le guerre, né tanto meno quella fasulla partorita da consessi che assegnano premi anticipati in suo nome solo perché il predestinato al premio ha la pelle un po’ più scura di altri. La pace ha una sorgente ben più profonda, anzi sublime: sta in quel Bambino divino che si è fatto carne e che crescendo ha ammonito: “Vi lascio la pace, vi do la MIA pace, non come quella che vi dà il mondo”. E’ per l’adesione a questa pace, a questa Bontà e a questo Bene che il vero soldato combatte. Ricevendo la Cresima un tempo si diventava “Soldati di Cristo” (una cosettina che oggi fa sorridere); soldati di Cristo (ci mettevano pure una fascia bianca intorno alla fronte, a custodire il crisma), e ci si sentiva importanti, un gradino più in su rispetto a prima. Era perché non solo si doveva difendere Cristo, ma perché le insegne e gli abiti che fieramente si sarebbero dovuti indossare e mostrare in battaglia erano il baluardo contro ogni male e la base per costruire la famiglia, l’amicizia, le leggi, il bene delle nazioni. Un tempo bastavano due parole: “Soldati di Cristo” per spiegare l’adesione all’amore di Dio. Oggi per applicarlo non ne bastano miliardi.

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