L’angolo di Gilbert K. Chesterton ––– Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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L’uccisione di Alfie giudicata da un inglese (veramente) cattolico

“Il male vince sempre grazie agli uomini dabbene che trae in inganno e in ogni età si è avuta un’alleanza disastrosa tra abnorme ingenuità e abnorme peccato”

 

 

Questa frase di Chesterton, contenuta all’inizio del saggio pubblicato nel 1922 “Eugenetica e altri mali”, credo possa sintetizzare bene quanto tristemente visto nella vicenda del povero Alfie Evans. Il grande scrittore inglese sapeva che il male traeva sempre vantaggio dall’ambiguità e per questo motivo aveva scritto nel 1905 Eretici, descrivendo nelle righe finali quanto ora stiamo vivendo: “Spade saranno sguainate per difendere che le foglie sono verdi d’estate e che due più due fa quattro”. Erano considerazioni sull’importanza dell’ortodossia e sulla difesa della verità oggettiva che lo fecero un paladino di Alfie ante litteram, come osservava già nel 1901: “Qualcuno può dare il sangue alla Patria, io ho cercato di darle la verità”.

Nel descrivere gli “eugenisti con i paraocchi”, così li apostrofava, assimilabili ora agli esecutori assassini di Alfie, credo possa farci pensare questa frase: “C’è senza dubbio una massa di persone sensate ma piuttosto irriflessive, fermamente convinte che ogni cambiamento profondo della nostra società debba essere infinitamente remoto. Non riescono a credere che uomini in cappello e cappotto come loro stiano preparando una rivoluzione”. Abnorme ingenuità, abnorme peccato: un’alleanza terribile come quella che illustrerà esserci stata tra Erode e Pilato, una strage degli innocenti di cui anche Alfie è stato vittima.

L’incapacità di riconoscere il male e quindi conseguentemente di pentirsi stava all’origine, come ammoniva Chesterton, di ogni sacrificio umano: “La società è carica di peccati inconfessati, ha l’animo piagato e ammutolito da cose penose…è l’impotenza dell’impenitenza”. Egli ribadiva, come qualcuno oggi ha fatto durante il triste epilogo della vita di Alfie, che: “La formula fondamentale di un’epoca è sempre una legge non scritta, come la legge che è la prima di tutte le leggi, quella che protegge la vita dall’omicida”. Eppure la mannaia si è abbattuta e ha troncato la vita di Alfie. Chesterton desiderava farci cogliere l’atmosfera spirituale in cui inscrivere l’ennesimo crimine, parlando di una società anarchica, rivelandone l’essenza e il fine maligno: “Un’anarchia silenziosa consuma la nostra società. Devo soffermarmi su questa espressione, perché la vera natura dell’anarchia è per lo più fraintesa”. Interessante notare le caratteristiche nascoste (diaboliche) dell’anarchia: silenziosa ma che penetra e addirittura consuma, scalfisce e disintegra l’essere; erode la profonda consistenza del reale, tronca la vita umana. Questa anarchia era condensata in una frase che dovrebbe stimolarci a fare una profonda riflessione: “L’anarchia è la condizione d’animo o di comportamento di chi non si può fermare, è la perdita di quell’autocontrollo che permette di tornare alla normalità…ciò che costituisce un disordine veramente pericoloso è l’incapacità di rientrare entro limiti razionali”.

Con un’immagine molto significativa descriveva l’essenza dell’anarchia del mondo moderno, esattamente quello in cui stiamo vivendo e di cui è stato vittima Alfie: “Il mondo moderno è come il Niagara. È magnifico, ma non è forte. È debole come l’acqua: come il Niagara. Il problema di una cascata non è che essa è assordante o pericolosa o magari distruttiva: è che non può arrestarsi”. Questa era ed è tuttora l’atmosfera falsamente progressista entro cui collocare la vita stroncata di Alfie: l’impotenza dell’impenitenza, l’incapacità di arrestarsi delle forze del male, l’anarchia silenziosa che consuma la nostra società, il non riconoscere che la Salute è Dio e che Gesù Cristo è il nostro Signore.

Ci si potrebbe chiedere, come si interrogava Chesterton, se si sarebbe potuto tornare indietro e magari cercare di comprendere le cause di tale cruenta anarchia. Non ci resta, ancora una volta, che far parlare il grande saggista londinese: “Siamo inconsciamente dominati, in tutti i campi, dall’idea che non si può tornare indietro, ed è un’idea radicata nel materialismo e nella negazione del libero arbitrio… Non è solo la nostra incapacità mentale di comprendere l’errore che abbiamo commesso; è anche il nostro rifiuto spirituale di ammettere che abbiamo commesso un errore. Nella superbia spirituale, infatti, c’è sempre un elemento di segretezza e di solitudine. I nostri errori sono diventati i nostri segreti… è la presenza del peccato suggellato con l’orgoglio e l’impenitenza”.

Com’era potuto accadere? Com’è stato possibile sacrificare Alfie sull’altare della cosiddetta “scienza medica” rivelatasi in modo così disumano ed efferato? Ecco infine come Chesterton descriveva l’eclissi della libertà, la condizione anarchica attraverso cui perpetrare ogni misfatto che gridava vendetta al cospetto di Dio: “La libertà ha prodotto scetticismo, e lo scetticismo ha distrutto la libertà. Gli amanti della libertà credevano di renderla illimitata, mentre la lasciavano soltanto indefinita. Credevano di lasciarla soltanto indefinita, mentre in realtà la lasciavano indifesa… in altre parole, l’atteggiamento della mentalità moderna è tale da permetterle di procedere non solo verso una legislazione eugenica, ma verso ogni immaginabile e inimmaginabile eccesso dell’eugenetica”.

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1 commento su “L’angolo di Gilbert K. Chesterton ––– Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. Se dovessi descrivere cosa provo in questi giorni dopo la morte di Alfie, userei la parola “spossatezza”, come a descrivere una condizione dopo un grande sforzo. Ora mi chiedo se lo sforzo che ho sostenuto solo con la preghiera (che altro avrei potuto fare?) ha comunque ottenuto un esito di bene e mi rifiuto di credere che questo non sia avvenuto, ma credo che è per la mia indegnità e inadeguatezza e forse, chissà, per una certa mia superbia, che il miracolo, come lo volevo io, non sia avvenuto. O che, come mi fanno riflettere le parole di Chesterton, sia dovuto al mio “rifiuto spirituale”di ammettere che ho commesso degli errori?

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