I languidi furori dell’ateismo postmoderno – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

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I nipotastri di Voltaire Edmondo CocciaGli atei di tarda ed estenuata scuola illuministica sono alla proverbiale canna del gas. Il trascinante, equestre delirio dell’infelice Nietzsche a Torino ha costretto il Moderno a rovesciarsi nell’età postmoderna ovvero a rigettare il mito del paradiso in terra. La Rivoluzione si è tuffata  nell’ebbrezza coribantica, incuboso squilibrio, che mette in scena lo scorrere perpetuo di una dolente/estenuante folla di piaceri senza ragione e senza delizia.

L’incendiario delirio di Nietzsche ha seminato una invincibile angoscia nel cuore gongolante (gay) di Herbert Marcuse, ultimo profeta, trombettiere terminale dell’Utopia, che discendeva dalla solenne Germania di Lutero & Hegel e dalla fatua Francia di Voltaire & De Sade.

Plagiato dal nichilismo in veemente festa nelle pagine di Marcuse, il popolo sessantottino ha lanciato il grido finale di una ribellione indirizzata al cocente disinganno: frutto della rivoluzione è infine la festante malinconia dei dissoluti.

Il tramonto della sognata Utopia si celebra finalmente nelle parassitarie/sanguinarie/sadiche banche di New York, la città che un tempo fu Mela appetitosa, splendente sull’albero della rivoluzione benefica, divertente e felice.

D’ora in avanti l’ex modernità avanza in mezzo alle imperiose righe della bandiera obituaria, che garrisce sui dolorosi piaceri procurati alla folla solitaria dal quadrinomio francofortese & californiano: sodomia, droga, miseria e rock and roll.

Lo stordimento procurato dall’euforico e fosforescente secolo decimottavo scivola nelle rovinose, ultime farneticazioni dei postmoderni, gaudenti prigionieri dell’invincibile sconforto, che ha tormentato e continua a tormentare i secoli della delusione fatale & implacabile.

I raffinati piaceri procurati dalla scienza degli illuminati naufragano infine nel rozzo tripudio  degli atei, teologizzanti nel salotto crepuscolare: il raffinato, prezioso cinismo di Voltaire flette nella chiacchiera ruvida e cimiteriale dei filosofi di risulta e nel goffo/triste consenso della fazione clericale stordito e ubriacata dai doppi sensi del Vaticano II.

Un’umiliante metamorfosi riduce i sacri testi dell’illuminismo alle scolorita figure del coriandolo (a)teologico in triste/pia caduta nel cimitero delle illusioni intorno al progresso infinito.

Edmondo Coccia, erudito romano versato nella scrittura ironica e graffiante, ha pubblicato nella collana di Fede & Cultura, un arguto/impietoso saggio, che batte in breccia e ridicolizza I nipotastri di Voltaire narrando le teologiche capriole dell’estenuato pensiero post moderno.

Coccia svela, anzitutto, la opaca gratuità del soporifero romanzo pseudo teologico di Dan Brown, feticcio delle folle ubriacate/disarmate dal delirio teologico e/o dalla vacanza umanitaria dei nuovi preti.

Senza peli sulla lingua Coccia stronca e ridicolizza l’autore del Codice Vinci,opera narcotica di un volgare pataccaro, che spinge oltre il qualunque limite i suoi giochi interpretativi “che raggiungono il parossismo, con trasposizioni e arbitrari spostamenti di figure e soprattutto con la transessualizzazione della figura di Giovanni, presente in ogni Cenacolo della tradizione iconografico riscontrabile in qualsiasi manuale di storia dell’arte”.

L’enorme successo ottenuto dal labirintico feuilleton, che propone un’inverosimile, cervellotica interpretazione dell’ultima cena dipinta da Leonardo da Vinci e inventa una teologia a fumetti pederastici, rivela, purtroppo, la vulnerabilità dei lettori (e degli spettatori) cristiani.

Il successo della letteratura demenziale, a ben vedere, è frutto dell’abbandono in cui si trovano i laici, istruiti da catechisti chiacchieroni ecumenici, che oscillano rovinosamente tra l’abbaglio sincretista, la perfetta ignoranza della teologia tradizionale, gli strilli martiniani di Vito Mancuso, la sospensione modernistica del giudizio sulla pederastia e sull’eresia, le sentenze del Perdonista in sommo ed ecumenico volo.

Una strana luce sui cunicoli nei quali Brown fa correre le parole in uscita incontenibile dal suo stralunato vocabolario è la filastrocca che recita: “Sangreal … San Real … San Greal … Sangue reale … Santo Graal”. Commenta Coccia: “Evviva! Bingo! Il Santo Graal non è un calice, non è una coppa, ma è l’utero di Maria Maddalena in cui venne concepito il/un figlio di Cristo, che avrebbe dato origine alla dinastia medievale dei Merovingi!”

Chi tenta di sapere a quale tenebroso sortilegio  si deve attribuire lo strepitoso successo di un libro da cassonetto quale Codice Vinci, deve cercare nelle rubriche intelligenti e rapinose prodotte dalla cultura di massa, il cui vertice, in Italia, è occupato dal piramidale/pomposo salotto televisivo del vaselinoso ateo Corrado Augias.

Il noto presentatore televisivo, infatti, attribuisce il carattere di un segno mistico  (la firma santificante del consenso di massa) alle strepitose vendite del libro di Dan Brown: “Come spiegare decine di milioni di copie vendute per un thriller tutto sommato modesto?”

Il sospetto che il successo di un libro sciocco e volgare sia dovuto al deficit immunitario di una folla intossicata dai bagliori cadaverici della modernità non sfiora l’imperterrito Augias.

L’ateismo di Augias a ben vedere è parente prossimo delle tesi modernistiche intorno all’insanabile conflitto che opporrebbe la storia alla storia sacra: “Possiamo avvicinarci alla sua [di Gesù Cristo] immensa figura e tentare di conoscerlo com’era prima che scomparisse sotto la coltre fitta della teologia. … Sono convinto che la ricerca storica non compromette la fede, ma neppure obbliga a credere. Certo, a volte mette in crisi alcuni aspetti dell’immagine confessionale di Gesù, ma questo porta a una riformulazione della fede più che a una sua negazione”.

Dan Brown sta sulla nuova frontiera del modernismo. Opportunamente Coccia osserva che l’esegeta di Brown, Augias, si ritiene anche autorevole interprete della Bibbia. La sua sicumera avanza fino al punto in cui sembra lecito paragonare la divinità di Gesù a una leggenda insinuata in un testo che afferma il contrario: “La nascita in Betlemme diventa un dato teologico più che biografico. … Nato da una vergine? Come spiegare, al di fuori di un’obbedienza dogmatica, una tale assurdità? A dispetto del fatto che in più punti i vangeli parlano dei fratelli e delle sorelle di Gesù?”

Augias finge di ignorare che, per i contemporanei di Cristo, fratelli erano anche i cugini e volando sulle ali della filologia televisiva realizza l’appropriazione indebita dell’autorità religiosa e legittima il temerario disegno di capovolgere e affondare in uno scetticismo da telebar le storie narrate dai Vangeli e confermate dalla Tradizione.

Non si può tuttavia nascondere la derivazione dell’insolenza degli atei dalla colpevole debolezza con cui l’autorità cattolica, non più immune dalla suggestione modernista, difende le verità rivelate.

Nel 1971 Joseph Ratzinger sosteneva che le suggestioni del progressismo “facevano sembrare a dei vescovi imperativi dell’attualità e inesorabile linea di tendenza, deridere i dogmi e addirittura lasciare intendere che l’esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa”.

Il qualunquismo clericale ha preparato “tempi molto difficili per la Chiesa” e ha  incoraggiato le  acrobazie verbali degli atei, che si sentono protetti dallo scudo ecumenico. Di qui il miracoloso successo di romanzi, saggi e spettacoli culturali demenziali prima che blasfemi, che sono concepiti per avvelenare le pecore abbandonate e tradite dai pastori.

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fonte: blog dell’Autore

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2 commenti su “I languidi furori dell’ateismo postmoderno – di Piero Vassallo”

  1. Un personaggio per cui non stravedo, non molto umile ma intelligente, Philippe Daverio, ha detto del “Codice”: “Io non credo al ripristino dell’ Index librorum prohibitorum. Credo molto nel cestino:”
    Da sottoscrivere!
    Un caro saluto, Prof. Vassallo! E’ quasi Natale, nonostante!!!
    Bruno

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