L’Arte occupata

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Nel 1965 (notate la data: 1965), tale Lawrence Lipton scriveva che era necessario “rendere opzionale il matrimonio, abolire le leggi che rendono illegale l’omosessualità o i cosiddetti atti innaturali dell’atto sessuale, rendere ovunque legali i contraccettivi e fare in modo che siano dati gratis ai meno abbienti, rendere legali gli aborti e fare in modo che siano resi gratuiti.” Chi era questo Lipton? Era un mediocre scrittore di gialli, disadattato, che si sentiva fallito e che si unì al movimento dei beatnik, quel frullato di New Left, di esaltazione delle droghe di origine indigena, come il peyote, o create in laboratorio, come l’LSD, di tribalismo, di ecologismo, di pacifismo, di naturismo. Apprezzavano l’arte moderna più provocatoria e oscena, i dadaisti e i surrealisti. Ma quando Allen Ginsberg, uno dei più noti esponenti del movimento beat, per “provocazione artistica”, tagliò la cravatta a Marcel Duchamp, quello dell’orinatoio spacciato come opera d’arte, questi si offese terribilmente, come un borghesuccio qualsiasi.

Noto come, da decenni, la letteratura sia dominata, in USA come in tutta Europa, da autori di sinistra, case editrici che pubblicano solo opere di sinistra, critici letterari di sinistra, pagine letterarie della stampa mainstream in mano a redattori di sinistra, premi letterali vinti solo da autori di sinistra. Fate un banale esperimento: prendete gli ultimi vincitori dei principali premi letterari italiani. Ce n’è qualcuno, non dico di destra, ma almeno non si di sinistra? No, non ce n’è. Questa situazione è il frutto di una lenta, continua, pianificata opera di infiltrazione e occupazione del mondo delle lettere da parte delle lobby rosse, di varie scuole e tendenze. Analoga la situazione nelle università, in particolare nelle facoltà umanistiche. L’ignavia del ceto politico “di destra”, il suo disinteresse per la cultura, salvo poche eccezioni, ha fatto il resto.

Negli ultimi anni poi, la presa degli occupanti liberal si è fatta ancora più feroce, più “militante” con l’antirazzismo, l’anticolonialismo, l’antifascismo, il femminismo, il genderismo, l’omosessualismo. É la stessa sinistra antifa’ a rivendicare la terribile espressione “cancel culture”. Non solo le statue, ma è tutta la cultura, greca, romana, cristiana, medioevale e rinascimentale, classica e romantica che deve essere cancellata: è la cultura del Maschio Europeo Bianco, emblema e simbolo di ogni male, dei famigerati DWEM, Dead White European Males. Così nelle università anglo-americane la cultura classica viene bandita, Ovidio e Le Metamorfosi proibite perché contengono scene di violenza sessuale, Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald perché “antifemminista”, lo stesso dicasi di Shakespeare, Milton, Chaucer, resi non più oggetto obbligatorio di studio alla facoltà di Letteratura Inglese all’Università di Yale. In un’università di Londra, collettivi studenteschi hanno chiesto che lo studio di filosofi come Platone, Cartesio e Kant venga sostituito con quello di “filosofi” africani o asiatici.

All’Università di Manchester, un murale con la poesia If di Rudyard Kipling, che cantò “il fardello dell’uomo bianco” è stato cancellato da attivisti radical e coperto da una poesia di una sconosciutissima “poetessa” militante in gruppo antirazzista afro-americano.  Una delle solite ONG “per i diritti umani”, Gherush92, ha chiesto, assieme ad alcuni membri del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, di bandire la Divina Commedia dai programmi scolastici perché “offensiva” nei confronti dell’islam.

Questo attacco dei Signori della Dissoluzione non è meno virulento nei confronti di quelle che un tempo venivano chiamate Belle Arti. E non è soltanto, nella cosiddetta arte contemporanea, il trionfo del brutto, dell’informe, dell’osceno, del blasfemo, del disgustoso. Non si tratta solo del fatto che ci vengono imposti come arte Merde d’artista in scatola o crocifissi immersi nell’urina o manichini di bambini impiccati o water d’oro. Nelle terre del Leviatano, ci ricorda Ernst Jünger, regna il cattivo gusto. Il fatto è che molta parte del mondo dell’arte contemporanea è tiranneggiato da loschi adepti dell’ideologia liberal, non si sa se fanaticamente convinti o semplicemente interessati per pecunia a servire la corrente vincente.

Spesso pensiamo che la preferenza dell’arte contemporanea per l’in-significante o l’incomprensibile o ancor peggio, per il brutto, l’orrido, l’informe, il deforme, l’asimmetrico, lo sproporzionato sia una sorta di “provocazione” dell’artista o presunto tale. Non per nulla il termine “provocazione” è uno dei più abusati dal mondo dell’arte di oggi. Se un’opera non provoca, urta, indigna, sconvolge, disgusta non è arte. Scrive Stenio Solinas: “Elevato il brutto al rango di estetica, ci siamo ridotti a frequentare il trash perché incapaci di cogliere l’armonia delle forme.” Ma questa identificazione dell’arte contemporanea con l’orrido è molto di più. É un atto teologico o, meglio, anti-teologico. Il Bello non tale semplicemente perché “ci piace” (in realtà il Bello è oggettivo, conforme a regole ben individuabili, e non soggettivo: per cui ci piace perché, appunto, è bello e non è bello perché ci piace). Nella teologia scolastica, il Bello è consustanziale al Vero e al Buono. É un “trascendentale”. É un riflesso dello splendore di Dio. Nel suo ultimo libro Nostalgia della bellezza così scrive Angelo Crespi: “La bellezza che promana dalla vera forma è la possibilità di sperimentare l’eternità in un frammento”. Il Creato è bello perché opera di Dio (“Ed Egli vide che ciò era buono” leggiamo nella Genesi). Se fedele, nelle sue invenzioni, alle leggi del Creato, l’uomo può diventare a sua volta “sub-creatore”, come ci ha insegnato J.R.R. Tolkien. L’Arte è “sub-creazione”. Per questo la Bellezza deve fondarsi sull’adesione al vero, sull’armonia, l’ordine, la simmetria. L’esaltazione del brutto, dell’osceno, del sacrilego che spesso vediamo nell’arte contemporanea ha un che di infero: di più, in qualche caso occorre avere il coraggio di definirla un’evocazione demoniaca (come, in passato, certi quadri di Goya o di Füssli) e trattarla come tale.

Coerentemente, possiamo anche dire che l’arte contemporanea è un atto politico, nel senso di un attacco e una volontà di distruzione di tutto ciò che è Realtà, Ordine, Forma, Armonia, Sacro. É una violenta esaltazione dell’anarchismo, della perversione, dell’inversione, del disordine, della dissoluzione, della decostruzione, della dissacrazione. L’avevano ben capito i dadaisti e i surrealisti. Il “poeta” surrealista, e comunista, Louis Aragon lo aveva chiarito molto bene: “L’atto surrealistico più semplice consiste nello scendere in strada con la rivoltella in pugno e sparare alla cieca sulla folla.

Molta parte della produzione artistica si basa sul rifiuto della rappresentazione, che è sostanzialmente un rifiuto del reale (anche solo pensato o sognato) ed è anche un rifiuto della ragione. É un arte dis-ordinata, e spesso l’architettura la segue in questo: edifici stortignaccoli, finestre disposte asimmetricamente, vertiginoso e sproporzionato gigantismo, case che sembrano promettere un abitare malsano e sgradevole, rifiuto del rispetto delle tipologie locali, degli stilemi tradizionali, insano piacere nel distruggere il paesaggio, il suo ordine, la sua bellezza. Eppure, questo nesso tra arte contemporanea e sovversione “profonda”, infera, antiumana, gnostica perché odiatrice del Creato non viene capito e compreso fino in fondo: spesso ci si limita a considerare l’arte degli autori contemporanei una bizzarria da ignorare o, al massimo, da prendere bonariamente in giro come nell’episodio “Le vacanze intelligenti” con Alberto Sordi nel film “Dove vai in vacanza”.  

Questa forma mentis barbarica, distruttiva e dissolutiva, prevale, consapevolmente o inconsapevolmente, nell’arte contemporanea, nei suoi artisti, nei suoi critici, nei suoi galleristi, nei suoi collezionisti, nei suoi curatori di musei, accompagnandosi a un gigantesco gioco finanziario, dove una cricca, soprattutto nuovayorkese, decide quali artisti vanno “scoperti”, quali devono salire nelle quotazioni, i prezzi delle aste, le esposizioni nelle mostre, generando enormi profitti senza rischi, perché sono “loro” a fare il mercato.

Se l’avidità e la speculazione finanziaria d’impronta turbo-capitalistica rappresentano una faccia dell’arte contemporanea, l’altra è rappresentata, come si accennava, dall’adesione (ideale o interessata, ma sempre esibita, fanatica e intollerante) all’ideologia della politically correctness in tutte le sue derivazioni: antirazzismo, femminismo, omosessualismo, identificazione e supporto milionario agli incendiari del movimento semi-terroristico Black lives matter. E, immancabilmente, alla cancel culture. É la “cultura” della upper class urbana statunitense liberal che odia i deplorables che hanno votato per Trump, che si compiace delle sue collezioni d’arte contemporanea di artisti “di sinistra” (se non sei “di sinistra”, non entri nel giro giusto, i galleristi, i critici d’arte, i collezionisti non ti considerano). Quel ceto di ultraricchi, ben dileggiato dal conservatore Tom Wolf inventore dell’espressione “radical-chic”, che ospitava scodinzolante alle sue feste i miliziani delle Black Panters che promettevano di massacrarli tutti.

Già nel 1993 la Biennale d’arte contemporanea al Whitney Museum di New York proclamava come suo intento non fosse quello di mostrare le principali tendenze “artistiche”, ma di esporre opere che fossero espressioni dell’odio degli “artisti” militanti contro i Bianchi, la polizia, l’imperialismo, il sessismo. Più vicino a noi, la Biennale di Venezia del 2017 si dichiarò apertamente ambientalista, antirazzista, femminista. Ed è curioso rilevare come più questi artisti sono incistati nel sistema e nel mercato dell’arte contemporanea e più ne guadagnano, più si dichiarano “contro il capitalismo”.

Per inciso, è significativa del clima di occupazione, in senso letterale, dell’arte espressione del bello da parte dell’antiestetica contemporanea, la mania, dilagante tra molti direttori di musei d’arte antica, quasi a riscattarsi dal loro “reazionario” mestiere, di organizzare mostre di opere di artisti contemporanei nelle sale dei loro musei, affinché questi manufatti contemporanei possano “dialogare” con i capolavori dell’arte antica. Da notare come il verbo “dialogare” sia assai abusato tra gli addetti ai lavori, quasi una cifra di riconoscimento degli adepti di una setta. In realtà, abbiamo forti dubbi che il “Disco Grande” di Arnaldo Pomodoro abbia argomenti di conversazione in comune con “Amore e Psiche” di Antonio Canova. E, ovviamente, per qualsiasi visitatore dotato di un pur residuale senso del bello, il confronto è impietoso. 

Dietro lo scudo dell’ideologia della politically correctness, del femminismo, dell’antirazzismo, è in corso un continuo attacco all’Arte, alla Bellezza, alla Classicità.

La direzione del Manchester Art Gallery ha deciso di ritirare un quadro di scuola preraffaellita, di John W. Waterhouse, che rappresenta un episodio mitologico, Ila e le Ninfe, queste ultime ritratte a seno scoperto. Persino le relative cartoline sono state ritirate dal bookshop. Ecco motivo ufficiale, in nome del femminismo: il ritratto “rappresenta giovani donne nude, presumibilmente minorenni, che attirano un ragazzo”. L’ipocrisia della curatrice del museo, Clare Ganneway, è giunta al punto di negare che si sia trattato di una censura. Il museo, ha dichiarato con sprezzo del ridicolo, voleva “suscitare un dibattito”. In effetti lo spazio del quadro è stato sostituito da un pannello sul quale i visitatori possono lasciare i loro commenti sulla decisione del museo, spazio che è stato prontamente riempito con proteste e contumelie per i responsabili. La stessa curatrice ha poi definito “infelice” la sala (titolata In Pursuit of Beauty, in cerca della Bellezza) dove era esposto il quadro: “perché rappresenta solo opere di artisti maschi che usano il corpo femminile come elemento decorativo passivo”.

La Municipalità di Parigi, in mano ai socialisti e all’ultra-sinistra dei Verdi, ha deciso che solo i teatri che metteranno in scena opere di neri e di donne riceveranno finanziamenti pubblici. D’altronde il consigliere comunale dei Verdi Alice Coffin, femminista, ecologista e lesbica che ha proposto questo boicottaggio degli autori maschi e bianchi, nel suo libro “Le Génie Lesbien”, così ha scritto: “Non leggo più i libri degli uomini, non guardo più i loro film, non ascolto più la loro musica. […] L’arte è un’estensione dell’immaginario maschile. Hanno già infestato il mio spirito.” La bigotta iconoclastia liberal contro l’arte che non piace agli intellettuali e militanti tardo-gauchisti non ha nulla da invidiare alla barbarie islamica che distrugge i Buddha di Bamyan e le rovine di Palmira o saccheggia i musei di Bagdad.

Così, è in corso un’occupazione sempre più invasiva dell’arte contemporanea da parte dei Signori del Caos, degli apologeti della cancel culture, della Grande Sostituzione. Sempre di più l’arte contemporanea, oltre a ergersi come antimetafisica del brutto, diventa strumento della propaganda liberal. La Pace Gallery di Londra ospita mostre ispirate all’ideologia anticolonialista e antirazzista. Il Turner Prize (un premio inglese dedicato ad artisti contemporanei) è stato recentemente vinto da tale Lubaina Himid la cui opera (un centinaio di sagome colorate ad altezza naturale), afferma il sito della (un tempo) prestigiosa Tate Gallery: “esalta la creatività nera e il popolo della diaspora africana”.

Il solito Maurizio Cattelan, quello dei manichini dei bambini impiccati, che ha reso impraticabile Piazza Affari a Milano con la sua inguardabile, orrida statua del dito medio, aveva esposto, ancora nel 2007, alla Fondazione Pinault di Venezia, nove sculture “che rappresentano altrettante salme ricoperte di lenzuola bianche, allo scopo di attirare l’attenzione su tutti coloro che sono annegati nel tentativo di attraversare il Mediterraneo”.

Nulla ci viene risparmiato: nel video dell’artista Zheng Bo, Pteridophilia, si vedono dei giovani che si accoppiano con piante, in una “esperienza” che l’autore definisce eco-queer (“Pteridophilia explores the eco-queer potential”).

Il dramma è che “esperienze artistiche” di questo genere si stanno diffondendo e tarda a consolidarsi una fondata consapevolezza che molta parte dell’arte contemporanea non è solo una delle cause dell’involgarimento, dell’imbarbarimento, della “perdita della forma” del tempo presente, ma anche, e conseguentemente, uno strumento di dissoluzione, di sovversione, di orwelliano “ridisegno” del reale, di cancellazione del Bello, del Buono è del Vero. Nel 1895, uno dei pionieri dell’idea socialista, Saint-Simon così si rivolgeva ai suoi compagni: “Siamo noi, gli artisti, che vi serviremo d’avanguardia”.

Roberto Pecchioli, nel suo ultimo libro Volontà d’impotenza, edito da Passaggio al Bosco, cita una appropriatissima profezia di Gabriele D’Annunzio tratta da Le Vergini delle Rocce: “Verrà un giorno in cui tenteranno di ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete l’antica opera dei vostri maestri e quella dei vostri futuri discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi”.

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5 commenti su “L’Arte occupata”

  1. Grazie Sig. Antonio per questo Suo articolo incontrovertibile su questo cancro dissolutivo che da anni in modo lento ma inesorabile, sta massacrando anche il mondo dell’arte.
    D’altronde questi distruttori barbari sono presenti in ogni dove: nella politica, nelle istituzioni e nella scuola; parrebbe strano se l’arte ne risultasse immune!
    Lo scrivente, è da anni appassionato di fotografia, e la stessa cosa accade anche in questo ramo dell’arte figurativa, considerato a torto o a ragione, forse “minore” rispetto a pittura e scultura.
    La provocazione, parrebbe sia l’unico soggetto appetibile e degno di riscontro: nelle mostre come nei vari concorsi in giro per il Bel Paese e all’estero.
    La federazione, organo che per anni ha gestito e proposto la fotografia amatoriale Italiana, nel cambio generazionale, è stata occupata anch’essa dai “dissacratori liberal”, e i tempi della “merda d’artista” sono giunti a grandi passi anche per noi.
    L’arte contemporanea è come la televisione, basta non guardarla.
    L’apatia è un gran brutto sentimento, ma necessario in questi casi.

    claudio servalli

  2. Articolo interessante che contiene molto più di quanto lascia intendere il titolo. Leggendolo mi sono tornati alla mente alcuni aforismi dell’intellettuale colombiano Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) riportati in un articolo a lui dedicato da Ricognizioni proprio in questi giorni: “I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono: il futuro del mondo appartiene alla Coca Cola e alla pornografia.” e “I nostri contemporanei denigrano il passato per non suicidarsi di vergogna o di nostalgia” ma dall’articolo che qui commentiamo apprendiamo che ormai siamo ben oltre quelle fosche previsioni. Pericoli gravissimi annuncia L’Arte occupata e purtroppo non c’è esagerazione: si può forse negare che sia in atto un attacco violento alla Bellezza, all’Intelligenza, alla Verità? Certo, nulla hanno da temere quei Principi come il Sole nulla ha da temere da una spessa coltre di nubi che si profila all’orizzonte: possono temporaneamente offuscare il Sole ma non intaccarlo perché è la coltre di nubi che non può fare a meno del sostegno del Sole, non viceversa! Tuttavia, quando fosche nubi si addensano e nascondono il Sole diciamo che è una brutta giornata e allora forse dobbiamo prepararci a tempi incerti e tristi.

  3. Salvatore Rubino

    Sembra ragionevole ricordare le profezie e sospettare che l’Anticristo si approssimi!Spaventoso il silenzio assoluto del nocchiero sulla navicella di Pietro ,che,anzi,non sembra assolutamente volere scoraggiare questa deriva infernale!

  4. Una delle forme nelle quali si manifesta il delirio tanto bene espresso nell’articolo è di porre bizzarre sculture lì dove sarebbe meno opportuno. Per esempio nella città dove vivo, lo scorso anno è stato posto in piazza , prospiciente al duomo, un gigantesco toro sdraiato zampe all’aria, un invito a “toccare la fortuna” come ho letto da qualche parte. Non credo sia l’unico caso del genere.
    L’orrendo dito medio di Piazza Affari peraltro non manca di una certa ironia e di una sua coerenza simbolica : quale migliore saluto della finanza alla popolazione?
    A suggello di quanto vediamo e sentiamo mi vengono in mente queste parole di Vintila Horia :
    “l’anormale è diventato normale. Un intero paese è dominato da alcuni stregoni e si comporta come se fosse stregato. Tutto un sistema rovina davanti ai nostri occhi e nessuno sa ormai più distinguere il bene dal male, il folle dal savio, perché tutti vivono dentro la follia. Il manicomio si è generalizzato: ha conquistato la strada, i focolari, la mentalità generale, l’opinione pubblica.”

    L

  5. Una delle forme nelle quali si manifesta il delirio tanto bene espresso nell’articolo è di porre bizzarre sculture lì dove sarebbe meno opportuno. Per esempio nella città dove vivo, lo scorso anno è stato posto in piazza , prospiciente al duomo, un gigantesco toro sdraiato zampe all’aria, un invito a “toccare la fortuna” come ho letto da qualche parte. Non credo sia l’unico caso del genere.
    L’orrendo dito medio di Piazza Affari peraltro non manca di una certa ironia e di una sua coerenza simbolica : quale migliore saluto della finanza alla popolazione?
    A suggello di quanto vediamo e sentiamo mi vengono in mente queste parole di Vintila Horia :
    “l’anormale è diventato normale. Un intero paese è dominato da alcuni stregoni e si comporta come se fosse stregato. Tutto un sistema rovina davanti ai nostri occhi e nessuno sa ormai più distinguere il bene dal male, il folle dal savio, perché tutti vivono dentro la follia. Il manicomio si è generalizzato: ha conquistato la strada, i focolari, la mentalità generale, l’opinione pubblica.”

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