L’assassino della proprietà privata è il liberismo mondialista (prima parte) – di Roberto Pecchioli

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Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini.

di Roberto Pecchioli

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zscqualoUno spettro si aggira per il mondo: non è più il comunismo, che così si presentava nel 1848, al tempo del manifesto di Marx ed Engels. E’ il liberismo, l’ideologia unica ed obbligata del nuovo millennio.  Per affrontarlo, ed intanto conoscerlo, c’è bisogno più di poeti che di economisti, ragionieri, sociologi o slavati intellettuali .

Ezra Pound ebbe una magnifica intuizione in una scintillante prosa intitolata “Raccolgo le membra di Osiride”, istituendo il metodo euristico del Dettaglio Luminoso, la percezione, il lampo da cui muovere per descrivere e valutare un fenomeno. In queste settimane è in corso una polemica nei confronti dei giganti dell’economia informatica, che non vendono i loro prodotti, materiali ed immateriali, ma li concedono in licenza, mantenendone quindi la proprietà. Un giovane studioso bielorusso , Evgeny Morozov , è arrivato a definire l’azione dei signori di Silicon Valley “feudalesimo digitale”.

Questo è il dettaglio, il filo che unisce i pezzi di una riflessione che non ha nulla di paradossale né di provocatorio: il nemico, anzi l’assassino della proprietà privata e della libera iniziativa nel Terzo Millennio è il liberismo globalista promotore del Nuovo Ordine Mondiale. Si tratta di una constatazione di cui cercheremo di lumeggiare l’evidenza, e che spiega, tra le altre apparenti incoerenze di cui siamo testimoni,  l’entusiastica adesione al liberismo del personale politico e dei funzionari intellettuali di concetto della vecchia sinistra orfana del marxismo . Universalismo, avversione per lo spirito , materialismo, fastidio per le differenze e per i popoli già accomunavano la chiesa vincente alla sua eresia collettivista. L’accanita lotta contro la proprietà e l’iniziativa privata fanno il resto. Amiconi quanto i ladri di Pisa. Contro i popoli, contro la gente comune, che vive e veste panni, “quod non fecerunt barbari, Barberini fecerunt ”, cioè gli strozzini.

La nota pasquinata romana del Seicento, frutto apocrifo dei nemici politici del papato, attribuiva ogni male possibile alla famiglia di Urbano VIII, Maffeo Barberini, al contrario accorto uomo di Stato, tenace avversario del giansenismo filo protestante e gran mecenate, protagonista di una straordinaria stagione dell’arte nella città eterna, scopritore e finanziatore del genio di Gian Lorenzo Bernini.

Ciò che presso i barbari non funzionò, riesce agli strozzini. Barbari comunisti e usurai liberalcapitalisti erano, sono, fratelli, fratelli coltelli, Caini entrambi, comunque fratelli. I primi avevano almeno la torva onestà di espropriare con le maniere forti e vietare la proprietà privata dei cosiddetti mezzi di produzione e di tutto il resto in ossequio al nucleo fondante dell’ideologia collettivista. I secondi ci strappano legalmente ciò che è nostro, con la trappola del debito e la religiosa credenza nel mercato, ipostasi santificata, luogo ove avviene, per definizione e postulato, la migliore allocazione delle risorse. Una folle variante dell’ottimo paretiano che si concretizza nell’espellere i concorrenti, secondo la legge dello squalo, che è più grande degli altri pesci, ha denti più acuminati ed appetito insaziabile. La mano invisibile che si chiude e diventa pugno visibile sferrato al fegato di ognuno.

Gli economisti viennesi teorizzarono il mercato libero aperto in entrata ed in uscita, prescrivendo  all’interno il libero sfogo degli “istinti animali”. I fatti ci dicono che il mercato è libero in entrata solo per i giganti, che incorporano, scacciano, o distruggono tutti gli altri. Solo l’uscita è libera, anzi spalancata, per eliminare qualunque competitore, in barba alle acrobazie teoriche che enfatizzano il ruolo della concorrenza, a conferma che le idee forza liberal-liberiste sono favole per ingenui, o, come si dice oggi, semplice “storytelling”, narrazione creduta per il dispiegamento dei mezzi di propaganda e l’espulsione da cattedre, editoria e dibattito pubblico delle tesi non conformi alla vulgata dominante.

La domanda preliminare è: la proprietà privata, la libera iniziativa sono un bene od un male? Meritano di essere tutelate e diffuse? La risposta è sì. Gli uomini hanno un bisogno profondo di possedere qualcosa di proprio, amarlo, difenderlo e tramandarlo ai figli, così come sentono affezione ed interesse per le iniziative che intraprendono personalmente, di cui possono essere responsabili e beneficiari. Per questo, le leggi devono mirare a diffondere presso ogni ceto sociale la proprietà della casa, dei fondi agricoli e facilitare l’esteso desiderio di lavorare in autonomia, creare qualcosa di proprio e goderne i benefici senza gli eccessi burocratici e fiscali di cui siamo testimoni quotidiani. Altra cosa è assolutizzare la proprietà, che è architrave della prosperità e del senso di responsabilità civica, ma non può essere sovraordinata a tutto, al bene comune, al potere pubblico, alla dignità umana, allo sfruttamento immorale di risorse naturali ed esseri umani.  Questa, purtroppo, è la realtà vigente.

La proprietà privata è un’istituzione economica positiva in quanto concorre al desiderio interiore dell’uomo per l’ordine. “Di conseguenza il possedere non è contrario alla legge di natura”, scrive Tommaso nella Summa, “ma un legato della ragione umana”. Allo Stato spetta l’autorità di regolare la vita economica nella prospettiva del bene comune. In tal modo, anche il diritto civile è un riflesso del diritto naturale. L’Aquinate era convinto che il diritto di proprietà privata fosse la migliore garanzia per una società ordinata, poiché assicura il massimo degli incentivi per la gestione responsabile dei beni.

I grandi gruppi, i giganti mondiali la pensano in maniera opposta. Sono poche migliaia, riconducibili, attraverso partecipazioni azionarie incrociate e varie scatole cinesi, ad un numero incredibilmente piccolo di soggetti e dinastie che controllano la stragrande maggioranza delle attività del pianeta. Più ricchi e potenti degli Stati, privi di radicamento territoriale poiché si spostano dove più conviene, vogliono possedere tutto e tutti. Se facciamo una passeggiata nelle strade commerciali delle nostre città, vedremo soprattutto insegne di gruppi multinazionali, da Mc Donald ai marchi dell’abbigliamento e delle telecomunicazioni. Sono pressoché spariti i piccoli e medi commerci, fagocitati dai grandi gruppi. Uguale sorte per gli esercizi  di prossimità, sostituiti da supermercati, generalmente controllati dai colossi del settore alimentare e della distribuzione organizzata. E’ quella che viene chiamata “walmartizzazione” del mondo, da Wal-Mart, gigantesca catena di supermercati americani .

La proprietà immobiliare è dominata dagli istituti di credito, che possiedono non solo i più prestigiosi palazzi delle città, ma uno sterminato numero di alloggi dei mutuatari sfortunati. Un esempio di desertificazione è quello del sistema Fiat, che espulse progressivamente da Torino e dal Piemonte tutte le imprese che infastidivano il dominio, le “mani sulla città” del gruppo di Corso Marconi,e non solo nel campo dell’industria meccanica. Il capitalismo è posseduto dagli spiriti animali di cui parlò John Keynes, dalla smania della distruzione che Schumpeter definì creatrice e, quanto alla concorrenza, la esige solo per sé, quando può imporla agli altri attori del mercato, per buttarli fuori, incorporarli quando è interessato a rilevare brevetti o competenze, o, se la lotta è tra titani, per creare cartelli o trusts a spese dei malcapitati consumatori e, in primis, delle imprese meno grandi .

Lo stesso mondo finanziario, che ha in mano le chiavi del mondo, si sta riorganizzando: le piccole e medie banche vengono espulse senza pietà dal mercato del credito, con la complicità di legislazioni sempre più favorevoli ai grandi gruppi. L’attualità italiana segnala l’attacco alle banche popolari e cooperative, alle quali viene tolto il voto capitario per inserirle nel campo delle società anonime; i voti si pesano, non si contano, sosteneva con cinismo Giovanni Agnelli, la cui accomandita familiare controllava il gruppo Fiat con una partecipazione inferiore ad un terzo delle azioni.

Il sistema creditizio per vari motivi non finanzia quasi più le imprese o chi le vuole avviare. Quello più immediato e contingente è che preferisce approfittare del “quantitative easing”, la creazione di finto denaro fiat da parte delle banche centrali, un altro è la rigida applicazione dei criteri di Basilea, ossia i protocolli interbancari che impongono le regole per concedere prestiti, rendendo sempre più vero l’aforisma secondo cui le banche offrono ombrelli quando c’è il sole, pretendendone la restituzione alla prima minaccia di pioggia. Altre volte, preferiscono sostenere aziende cui poi tolgono le linee di credito, costringendole a difficili “rientri” per sottrarre loro i beni o la stessa proprietà dell’impresa. Le leggi dei governi post 1989 glielo consentono, confermando una tesi del Manifesto di Marx: “Il governo moderno non è che un comitato amministrativo degli affari della classe borghese”. Dopo il 1968, il grande capitalismo si è fatto antiborghese per tornaconto, cavalcando e finanziando l’onda libertaria per sottrarre al senso morale ed al controllo pubblico quegli ambiti che voleva conquistare al mercato, ma il senso è sempre lo stesso.

Ezra Pound scrisse “il tempio è sacro perché non è in vendita” (Canti Pisani, canto LXXXIV). Al contrario, tutto deve essere profano per poter essere compravenduto, ad uomini e cose deve essere applicato un cartellino con il prezzo. Si deve procedere a tappe forzate a quella che Jean Ziegler descrisse, in un fortunato saggio, come “privatizzazione del mondo”, ma che è un esproprio universale mediante rapina, pirateria, spoliazione. La realizzazione del comunismo più retrivo con altri mezzi, quelli oligarchici.

Gesù Cristo firmò la propria condanna a morte quando, entrato a Gerusalemme, compì l’unico gesto violento della sua predicazione. “Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”. (Matteo 21, 12-13).

I più insidiosi, tra i pirati in giacca, cravatta e computer portatile sono le aziende di Silicon Valley. Promettono abbondanza, prosperità, riduzione delle disparità e una nuova società in cui tutto sarà condivisibile e accessibile, superando le vecchie logiche di mercato. E’ esattamente il contrario. Google, Amazon, Facebook, Twitter & Co. sono la più pervasiva incarnazione del capitalismo zelig, subdolo e trasformista più che mai. Dietro la maschera suadente della rivoluzione digitale e della connessione perpetua si nasconde un’ennesima versione dell’accentramento di potere economico, dunque politico, nelle mani di pochissimi. In tutto questo, mette in guardia Morozov, non c’è nulla di favorevole alle nostre vite: c’è invece una nuova merce venduta sull’altare del profitto, i nostri dati personali, la nostra privatezza, la nostra libertà.

Il nostro stesso denaro non è più nostro. Prelevarlo in banca è sempre più difficile: moduli, domande interminabili, procedure, richieste imperative di informazioni, perdite di tempo studiate a tavolino. I nostri quattrini non sono più nostri, e la legge è dalla parte del sistema; ovvio, ne sono i padroni. Alleati del fisco predatorio nel fornire ogni dato a disposizione, non solo nascondono il denaro e ci negano i contanti, ma lavorano attivamente per sottrarcelo in maniera definitiva, attraverso le tecnologie elettroniche e le “card”, emesse da loro, bloccabili a loro insindacabile giudizio. Peggio dei comunisti, ben più totalitari ed occhiuti, dietro la maschera benevola del consumo e del progresso.

Bill Gates, geniale monopolista di Microsoft, in un’intervista recentissima ha affermato che occorre combattere “i populisti” (etichetta infamante, stigma terrorizzante per nuovi malviventi che esclude dal dibattito pubblico, applicabile a chiunque non si pieghi al globalismo liberalcapitalista) , in quanto contrari al “progresso”. Nel progresso è compreso non avere neppure il diritto di avere in tasca il proprio denaro, frutto del lavoro.

Chi ha buone idee, racconta la virtuosa vulgata liberale, avrà credito. Tanti anni fa, un tormentone comico dei Gatti di Vicolo Miracoli terminava con “prova!”. Proviamo, adesso abbiamo gli incubatori di nuove imprese, dette start up (gli iperpadroni hanno sempre necessità di parole e significati nuovi con cui controllare il cervello degli schiavi …). Se riusciremo ad avere l’agognato prestito, vivremo indebitati e terrorizzati per anni o decenni. Se le cose andranno male, addio alla casa ed all’automobile, se saremo molto in gamba, ci strozzeranno lo stesso, per farci vendere al concorrente più grande, lo squalo che acquisirà quanto abbiamo costruito.

Neoliberismo figlio del libero scambio teorizzato tra il XVIII e XIX secolo. Il giudizio che ne dette Goethe, uno dei massimi geni europei, fu il seguente: “Libero scambio, pirateria e guerra: un trio inseparabile!”. Fusioni, incorporazioni, espulsioni violente dal mercato di milioni di imprese, ormai anche di notevoli dimensioni, sono il destino normale dell’ideologia dell’illimitato. Non solo la produzione di beni viene delocalizzata, ma anche i servizi, per cui i forzati dei “call center” non ci parlano più da Palermo o Gorizia, ma da Tirana o New Delhi. In Europa, la direttiva Bolkenstein sui servizi sta per scaraventare nella disoccupazione anche i bagnini, la cui unica ricchezza è la concessione di un’area demaniale. Fuori dai piedi, arrivano i giganti, e come Gargantua e Pantagruele hanno bisogno di divorare tutto. Non sfuggono neanche i tassisti, assaliti da giganti come Uber, che sfruttano dei poveracci offrendo il servizio a tariffe stracciate. Tanto i costi e la miseria sono di chi mette se stesso a disposizione, loro guadagnano sempre, da intermediari che possiedono e utilizzano, infine, solo una potente connessione informatica. Gli intermediari del lavoro altrui si chiamano caporali, e sono degli squallidi sfruttatori usi alla violenza ed al ricatto. Qual è la differenza con le grandi agenzie?

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2 commenti su “L’assassino della proprietà privata è il liberismo mondialista (prima parte) – di Roberto Pecchioli”

  1. Illuminante. Grazie Sig. Pecchioli. Siamo a mio parere solo a 1/3 dell’opera. Ci stanno stringendo il nodo scorsoio sempre più stretto attorno al collo senza che, pur accorgendosene -nel migliore dei casi, si riesca a fare qualcosa di veramente efficace per tentare di affrancarsi da questo giogo nefasto, senza cadere nella trappola edulcorata di una dietrologia facilona. Certo che è impresa piuttosto ardua….

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