LE ACROBAZIE DEI DIFENSORI DEL CARD. ANGELO BAGNASCO – di Piero Vassallo

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Il buonismo è alimentato dalla paura o dalla tartuferia?

 

di Piero Vassallo


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Prudentemente, padre Livio Fenzaga non si sbilancia. Sospende il giudizio sulla indegna gazzarra scatenata dai partigiani del defunto don Andrea Gallo nella Chiesa del Carmine e sul comportamento debole e remissivo del card. Angelo Bagnasco.

In compenso il direttore di Radio Maria cita la lettera di un sacerdote ossequioso,  che sfodera l’argomento della circospezione e della cautela per giustificare l’eccesso di indulgenza che ha ispirato il comportamento a dir poco timido e remissivo del presidente della Cei.

Cari amici, scrive il guardingo e compunto sacerdote, non negandosi – di passata – il sottile piacere della tautologia, “da qualche giorno gira sul web, su tutte le grandi riviste, sui giornali e i media l’immagine del cardinale arcivescovo di Genova, mentre distribuisce la comunione a Luxuria. Rimango davver allibito dai commenti poco rispettosi nei confronti del presidente della Cei”.

A questo punto l’ossequioso sacerdote sfodera l’argomento principe e cammin facendo sacrifica il congiuntivo sull’altare dell’italiano progressivo: “Se per caso non dava la comunione si sarebbe scatenato l’uragano delle critiche. I media avrebbero sottolineato la poca sensibilità della Chiesa nell’accogliere i diversi. … Il cardinale sarebbe diventato l’icona della chiusura”.

La ragione della curiosa liturgia officiata dal cardinale di Genova è ignota e non può essere giudicata. Sembra invece curiosa la giustificazione del difensore in clergiman: se il cardinale avesse negato la comunione al signor Luxuria, impenitente confesso, dai media si sarebbe levato il temibile urlo della protesta.

L’incombente minaccia di un’urlata riprovazione, il terrore di un “buuuh” mediatico accompagnato dal canto di “Bella ciao” giustificherebbe l’uso compromissorio del Santissimo Sacramento.

Si spera, si osa sperare che la paura non sia il motore delle azioni litugiche del card. Bagnasco. Ci si augura disperatamente che la stola fiorita, indossata dal cardinale, non sia un segnale di resa alla ideologia dei figli dei fiori, coltivati nella serra di don Gallo. Si desiderebbe credere che, distratto, il presidente della Cei non abbia riconosciuto in Wladimiro Guadagno in arte Luxuria l’uomo/donna che, salito sul pulpito pochi minuti prima, lodava l’accoglienza dei pederasti militanti nella comunità del Gallo.

E’ tuttavia lecita la domanda sulla natura della teologia che suggerisce l’obbedienza alla paura del mondo. Alla luce di un tale pensiero, San Paolo avrebbe dovuto sottoscrivere un compromesso con Tigellino? E i martiri di Otranto (beatificati in questi giorni da papa Francesco I) avrebbero dovuto rinnegare la fede? Accasciato sulla paura del mondo il pensiero teologico assomiglia a un vano scioglilingua.

Infine l’anonimo corrispondente di don Fenzaga dichiara che non bisogna giudicare. Probabilmente egli dimentica o ignora che ove il suo categorico imperativo fosse applicato sarebbe obbligatoria la chiusura dei tribunali civili e di quelli ecclesiastici, oltre i confessionali.

Forse il teologo buonista dimentica che l’imperativo evangelico – non giudicate se non volete essere giudicati – riguarda il giudizio ultimo, che il Signore avoca a Sè.  Come Dante rammenta a sora Berta e a ser Martino. Due personaggi la giudicante saccenteria dei quali rappresentano il negativo fotografico della non giudicante teologia buonista.

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