Le inchieste di un bibliotecario di campagna – Una notte nella piazza deserta

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Richiuse il portone di casa con un sordo clang proprio mentre si voltava. Tempo di alzare lo sguardo, venne assalito dalla serata splendida, dall’immensa volta celeste sopra le basse case, la quale anche in Istria abbracciava di buon cuore la notte e i notturni passeggeri che ne avessero voluto ascoltare il richiamo. Il campanile dell’antica chiesetta si ergeva candidamente illuminato per vegliare, silenzioso, almeno lui sulle vicende e le miserie dell’umanità paesana. La piazza era vuota, nemmeno una colonna con la Vergine. Avrebbe proposto la cosa all’avvocato Kovač, amico d’infanzia e prossimo candidato sindaco, come punto del programma elettorale alle successive elezioni.

Alla fine, il nazional comunismo era roba vecchia già da qualche anno e al nuovo millennio un simbolo tanto augusto per un piccolo paese di campagna non sarebbe pesato poi tanto: i giovani emigravano, o semplicemente trovavano lavoro a Pola, Fiume o a Zagabria, e i vecchi ex-titini si apprestavano a diventare anche ex-vivi, perciò un filo propensi a chiedersi cosa ne sarebbe stato di loro nell’aldilà. Prese una forte boccata d’aria fresca settembrina, abbottonandosi la giacca grigia estiva e si avviò. Non erano insolite queste passeggiate serali per Matej, trovarsi solo sul lastricato bianco illuminato dalla luna, per riflettere. Quella sera era sereno come il cielo, il rizoto della moglie era stato superbo e il prosecco italiano ghiacciato al punto giusto così che le bollicine accarezzassero la gola senza turbare il sapore del vino. 

Il cielo, il cielo stava lentamente cambiando oppure il mondo stesso invecchiava, o più semplicemente, il lavoro di bibliotecario lo stava ottundendo nell’eterna rivoluzione di giornate tutte uguali. Eppure, dopo la guerra le case erano state riparate dai danni dell’artiglieria serba, le la Croazia era stata messa a nuovo, ma le notti sembravano essersi fatte opache. Non la Vergine luminosa e sublime, che non c’era in piazza, non la luna lassù, muta e mezzo azzannata dal buio, il nuovo padrone del silenzio era il lampione. Tutto è silenzioso come allora, certo, ma ora le ombre ti seguono a due o tre per volta, gemelle capricciose d’intensità variabile, mentre un tizio in fondo alla via ne trascina altrettante delle sue e un tappo della birra, calciato per sbaglio in mezzo alla carreggiata sembra avere una tintinnante eco metallica, come fosse ripetutamente colpito per via di troppi piedi.

Ma è un’illusione, a volte per l’eccesso di luce si vedono troppe cose, che non si vorrebbero vedere, almeno quante questo stesso eccesso, nella voluttà prepotentemente luminosa del suo abbaglio, ne nasconde. Ricordava quanto nitidamente si potesse osservare la Via Lattea, Matej, prima della guerra civile che aveva dissolto la Jugoslavia, prima che gli investitori stranieri portassero il capitalismo liquido sufficiente all’istallazione di tutti quei lampioni e al conseguente inquinamento luminoso. Forse si sarebbe potuta vedere ancora bene dall’entroterra istriano o dal parco Kamenjak, dove aveva appena trascorso qualche giorno di vacanza. Fin tanto che c’era stata meno luce, lo spettacolo della luce aveva mantenuto intatto il suo ancestrale mistero cosmico. 

Ma ecco, Kovac sbucare dall’angolo della farmacia con la sua decappottabile crema.

  • «Ehilà Doncic, passeggiatina digestiva serale eh?»
  • «Approfitto del fresco per rinfrescarmi le idee.»
  • «E fai bene, a me non riesce nemmeno con l’aria condizionata. Da quando mia suocera si è installata in casa il clima è rovente. Si è separata da poco, sai, così in casa è un continuo sbraitare telefonico fra marito e moglie, figlia e padre, madre e figlia, tanto che perfino il cane se ne gira a largo. Io cerco di restare il più possibile in ufficio. Ma dico io, separarsi a sessantadue anni!»
  • «Capisco. Mi rincresce. Sai, pensavo, non ti pare troppo vuota la piazza?»
  • «Che intendi? A quest’ora, è normale.»
  • «Non ci starebbe bene qualcosa nel mezzo?»
  • «Un parcheggio? Non mi parlare anche tu di parcheggi.»
  • «Per l’amor del Cielo, no. Pensavo più a una fontana. Anzi, no. Ecco, una bella statua della Vergine Maria, magari su una colonna.»
  • «La Vergine Maria? Ma dico io, Doncic, sei ubriaco?»

Seguì una pausa, profondamente quieta, e un imbarazzo sostenuto, rotto da una donna al secondo piano, che chiuse le ante. Un motorino strillò in lontananza. 

  • «Va bene ci penseremo. Le uniche innovazioni in questo paese dimenticato dal mondo sono i parcheggi, sembra che la gente non ne abbia mai abbastanza. In municipio si parla solo di parcheggi e al lavoro solo di tempi di affidamento dei figli. Forse, qualcosa che riempia senza svuotare a sua volta non sarebbe un male.
  • «Dormici sopra. La Madonna non ha fretta.»
  • «Eh già. Ci si vede qualche volta.»
  • «Non in tribunale!»

Risero. Rollava piano la decappottabile dell’avvocato nella sera vuota di settembre, le gomme sorde alzavano un tanto di polvere bianca che rimaneva sospesa per un attimo, come una piccola nebulosa.

Tornò a guardare ancora in alto Matej, lo spettacolo della via lattea sarebbe rimasto dove era sempre stato lungo gli eoni dell’universo. Una sinuosità di stelle alla distanza infinita degli scienziati moderni, quei fisici e astrofisici della teoria del tutto, nuovi sacerdoti di Crono, che divorano la verità non provata né approvata nei loro sofisticati laboratori. Ma un bibliotecario di campagna che ne sa di buchi neri, nane bianche, anni luce e antimateria? Per lui l’antimateria o è materia e allora non è anti, o è anti e allora non è materia. Ma, se non è materia, non dovrebbe essere oggetto di studio della fisica e non argomento degli astrofisici. 

La piazza vuota sotto al campanile contemplava quest’uomo pieno di pensieri su un cielo che a lui sembrava ancora troppo vuoto. Insomma, se l’universo era infinito, come dicevano gli scienziati poteva essere paragonato a un piano infinito composto di infiniti punti. Ma se l’universo infinito avesse dovuto contenere infinite stelle, e non vi era ragione che non fossero infinite, avrebbe dovuto essere luminosissimo e solo qua e là scuro come la notte che vediamo noi. Al negativo di come in realtà è, in pratica. E invece non solo non vedeva un tappeto fitto fitto di stelle, ma a causa dei lampioni, non vedeva nemmeno quelle affastellate a definire la via Lattea. Certo la distanza, dicevano gli esperti, la luce non giunge per l’enorme distanza. Certo il piano non era piatto, ma curvo, come sa anche ogni cuoca a mezza paga. In ogni caso, non infinito.

Abbassato lo sguardo, si ritrovava di fronte al portone di casa. Più che il giro della volta celeste aveva fatto il giro della piazza, o poco più. Si voltò un’ultima volta verso lo zenit che non c’era. 

Salito espose fatti e riflessioni alla moglie, la quale, dopo aver spignattato, aveva riassettato la cucina e ora si godeva un benedetto momento di tranquillità. 

Lo guardò.

  • «Non mi ero resa conto di quanto prosecco avessi bevuto, Matej. Cosa vai farneticando di stelle. La prossima volta lavi i piatti, così fantastichi sulla curvatura delle padelle e su quanto possono eventualmente brillare.

Vistolo perplesso, sorrise.

  • «Buonanotte, Milka.»

Andò a coricarsi con gli occhi pieni di milioni di astri brillanti, più o meno vicini e, sprimacciato il cuscino, ebbe la certezza non provata dai vetrini della scienza: «Non bramare milioni di vite, quando tutto ciò che hai è la vita che hai ricevuto. E è sin troppo facile darla per scontata. Regina del Cielo, prega per noi».

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