LE LODI EUROPEE, LE RIFORME, LE BANCHE IN ALLARME… NOTIZIE DA SOPPESARE – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

euro a pezzi

 

Recentissime, alcune notizie strabilianti e rivelatrici per chi vi si soffermi, confermative  per i più pensosi.

Il presidente dell’ABI (Associazione Banche Italiane) in audizione al Senato ha dichiarato che le banche italiane rischiano di essere fagocitate “dall’esterno”, a causa di un loro deficit di 26 miliardi di euro nel 2011. Simile eventualità provocherebbe un grave depauperamento del nostro Paese. La speculazione dei capitali internazionali ci priverebbe delle banche; poi, aggiungo, delle industrie grandi e piccole, poi…

Le nostre banche non erano le più mal messe circa i titoli-spazzatura americani o della Grecia. Stavano meglio degli istituti di credito tedeschi e francesi. Inoltre hanno incamerato dei bei miliardi dall’istituto europeo che le sovvenziona tutte quante. Il denaro, anziché andare agli imprenditori, come qualcuno timidamente auspicava, sarà andato all’acquisto del nostro debito pubblico, con notevole guadagno (prestito decennale di stato che rende un interesse di circa il 5%, contro un interesse zero pagato ai depositi di conto corrente, inclusi quelli imposti alle molte pensioni da fame). Con tutto questo, il passivo ci sarà, e le ragioni saranno oneste. Una cosa è evidente: la situazione bancaria nazionale accompagna il complessivo depauperamento.

Volendo sospettare che l’allarme diffuso sia stato eccessivo, rivolto a giustificare la stretta del credito concesso alla clientela, il risultato non cambia. Gli imprenditori, già in difficoltà, perdono l’adeguato sostegno finanziario. L’economia immiserisce.

A questo proposito, apprendiamo che il reddito delle famiglie italiane – pilastro dell’economia e della società, giacché esse mantengono buona parte dei disoccupati – è sceso del 4%, con conseguente discesa dei consumi, della produzione, del lavoro, del pil.

La UE ha parlato, e assai sollecita, confermando i progressi straordinari compiuti dal governo di Monti-Napolitano. “Ora è cruciale” ha detto, “l’adozione da parte del Parlamento della riforma sul lavoro”.

Non si sa mai che il bravo Mario possa essere uno sventato, che siano svaniti i politici, che i sindacati siano tonti. Ma che l’UE dia i numeri candidamente non ci credo. Spiego subito questo esordio. I più accorti hanno giudicato che la riforma sul lavoro in via di approvazione parlamentare sia acqua fresca, come sono inconcludenti, anzi sono di sicuro effetto recessivo, le precedenti norme salva-Italia e cresci-Italia.

Dunque l’anglosassofilo Professore ha incassato l’avallo di Bruxelles. Egli e i suoi malinconici tirapiedi hanno dovuto ammettere la recessione continuata, inevitabile, inneggiando ai provvedimenti che, se anche vi hanno contribuito, hanno impedito che l’Italia andasse a rotoli.

D’Oltreoceano, pur mettendo in guardia noi e l’Europa che la comune situazione economico-finanziaria resta critica, si complimentano per la politica intrapresa qui nello Stivale. E questo bel discorso si rinnova da alcuni mesi studiatamente, con scarsissima stima del nostro acume.

Se chi ha interesse che il concorrente se la passi male, ne loda le iniziative, significa che esse non valgono una cicca, perché il lodatore non è uno stinco di santo.

La crema degli opinionisti ed i partiti (tranne Di Pietro – che fa la figura della solita Cassandra e, anche per questo, conta poco più di un frillo – e tranne Bossi – caso strano, caduto or ora nelle sabbie mobili) danno una mano ai rassegnati salvatori-affondatori, che hanno stabilito non esserci scappatoia: o bere o affogare, o mangi questa minestra o salti dalla finestra.

I tanti malridotti cominciano a diffidare; i sondaggi dicono quanto sia scemato il consenso dato ad eletti e a candidati elettorali. Verrebbe da pensare che il peggio sia diventata la sola risorsa per liberarci, per convincersi e a persuadere la gente che la soluzione c’è: fuori dall’euro e dall’Europa. Il primo moto di liberazione potrebbe indurne altri, a catena, con orgoglio non del tutto spregevole, potrebbe spingere a scrollarsi di dosso un sacco di idee bislacche nonché disonorevoli. Disapprovo la politique du pire, ma le vie del Signore sono infinite.

L’Italia, nonostante tutto è ancora viva e, se non viva e vegeta, almeno in grado di lavorare, di produrre, di inventare, di esportare e magari di ragionare con cervello autonomo, in barba ad un mondo massificato obbrobriosamente. Ricordiamoci che il centro della civiltà conquistatrice della terra qui risedette; ne abbiamo l’eredità, il dovere di conservarla e di metterla a frutto.

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