LE MISSIONI ITALIANE ALL’ESTERO. RIFLESSIONI SULLA BASE DELLA DOTTRINA CATTOLICA DELLA GUERRA GIUSTA – di Stefano Nitoglia

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp

di Stefano Nitoglia

 


ggDal secondo dopoguerra l’Italia ha partecipato a 114 missioni militari all’estero. A partire dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso vi è stata, però, una vera e propria escalation. Se negli anni Ottanta le missioni oscillavano tra le 9 e le 10 all’anno, dopo il 2000 sono schizzate intorno alle 30 all’anno[1].

La prima vera missione dell’Esercito Italiano all’estero dopo la seconda Guerra Mondiale si è avuta nell’agosto-settembre 1982, con il governo Spadolini, il primo presidente del consiglio della storia repubblicana appartenente all’area laica, che inviò, nel Libano, da poco invaso degli israeliani, un contingente di bersaglieri al comando dell’allora colonnello Franco Angioni.

Al mese di ottobre 2010 le forze armate italiane partecipano a 33 missioni internazionali in 21 paesi, con una presenza media semestrale di 8.300 uomini[2].

Le principali missioni sono: la missione a guida NATO in Afghanistan, l’International Security Assistance Force (ISAF), la partecipazione alla forza NATO KFOR in Kosovo, la missione Leonte in Libano nell’ambito della forza multinazionale ONU UNIFIL II, e la missione di stabilizzazione UE ALTHEA in Bosnia Erzegovina.

La cornice normativa dell’impegno militare italiano all’estero è costituita dal Codice dell’ordinamento militare, approvato con decreto legislativo n. 66/2010, che ha delineato una nuova architettura militare, con il passaggio delle forze armate italiane dal modello della Guerra fredda, centrato sulla leva e concepito principalmente per la difesa territoriale, ad uno funzionale al nuovo scenario strategico, basato sul professionismo delle truppe e con una forte vocazione alla proiezione all’estero.

Gli effettivi militari sono stati fissati dalla legge in 190.000 unità. Negli ultimi 15 anni l’Italia ha operato contemporaneamente su almeno tre teatri di intervento di risposta alle crisi (sotto egida ONU, NATO, o UE). L’Italia si è poi impegnata in sede NATO a garantire le forze fino ad un massimo di 52.000 unità per operazione one shot, cioè di durata limitata.

La fine della Guerra fredda e la progressiva erosione della sovranità nazionale degli Stati, conseguenza della crisi dello stesso concetto di sovranità, hanno provocato un ampliamento degli interventi delle organizzazioni internazionali, dapprima limitati a mere attività di interposizione e di pacificazione, verso settori che prima le erano estranei: consolidamento delle istituzioni, tutela dei diritti umani, costruzione o ricostruzione dello stato di diritto ecc..

Anche se queste missioni vengono definite di gestione civile delle crisi, si tratta pur sempre di interventi militari, seppur rivolti verso enti e realtà non statali, quali entità non governative spesso di matrice etnica e religiosa o terroristica od anche, addirittura, criminale.

L’Italia partecipa a queste missioni civili internazionali in tre ambiti: Nazioni Unite, OSCE e Unione Europea.

Le Nazioni Unite sono attualmente impegnate in 16 missioni di peace-keeping in Medio Oriente, India/Pakistan, Cipro, Siria, Libano, Sahara Occidentale, Kosovo, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Liberia, Costa d’Avorio, Haiti, Sudan, Darfur, Timor Est, Repubblica Centrafricana/Ciad. A queste vanno aggiunte altre 12 missioni di carattere politico e/o di peace-building.

Fra i Paesi europei, l’Italia è il primo contributore, in termini di risorse umane, alle missioni ONU, con 2.265 uomini. L’Italia è anche il sesto Paese contributore al bilancio Onu per il peace-keeping, con un impegno economico pari al 5% del totale[3].

L’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha in essere 17 missioni in vari paesi dell’Europa dell’Est (Moldavia, Ucraina, Bielorussia), dei Balcani (Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Albania, ex Repubblica di Jugoslavia di Macedonia e Kosovo), del Caucaso (Georgia, Armenia e Azerbaigian) e dell’Asia Centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan). I principali settori di intervento sono la prevenzione dei conflitti, il rafforzamento istituzionale e la ricostruzione post-conflitto e il monitoraggio elettorale.

L’Italia figura tra i maggiori contributori dei circa 1.500 esperti OSCE attualmente dispiegati sul terreno.

La maggior parte delle risorse italiane è assorbita dalle missioni civili condotte nell’ambito dell’Unione Europea, nei diversi settori della polizia, dello stato di diritto, dell’amministrazione civile, della protezione civile, nel monitoraggio e del supporto agli uffici dei Rappresentanti Speciali.

Dal 2003, l’Unione Europea ha dispiegato 17 missioni di gestione civile delle crisi nell’ambito della Politica europea di sicurezza e difesa (PSDC). Le missioni civili attualmente in corso sono 11: due nei Balcani (EUPM in Bosnia Erzegovina e EULEX Kosovo), EUBAM al confine fra Moldavia e Ucraina, tre in Medio Oriente (EUPOL COPPS e EUBAM Rafah nei Territori Palestinesi, EUJUST LEX in Iraq), EUPOL in Afghanistan, EUMM in Georgia e tre in Africa (EUSEC e EUPOL nella Repubblica Democratica del Congo, EU SSR in Guinea-Bissau)[4].

Al 30 aprile 2010, risultano impegnati 268 esperti italiani in 8 missioni dell’UE. L’Italia è il secondo Paese contributore alle missioni civili dell’UE (con una percentuale pari al 12,4% del totale), preceduta dalla Francia (12,7%) e seguita dalla Germania (11%) [5].

I costi di queste missioni, sia di quelle strettamente militari, sia di quelle cosiddette di gestione civile delle crisi, sono, in termini umani ed economici, piuttosto elevati: dal 1983 ad oggi sono 133 i militari italiani deceduti nel corso delle missioni all’estero, mentre l’impegno economico è di quasi un miliardo e mezzo di euro all’anno[6]. Il 24 febbraio 2012 il Senato italiano ha convertito in legge il D.L. n. 215 dello scorso dicembre, che rifinanzia le missioni militari all’estero per l’anno corrente con uno stanziamento di 1,4 miliardi di euro.

La partecipazione di personale italiano ad operazioni di gestione delle crisi viene giustificata con il fatto che essa servirebbe gli interessi di sicurezza nazionale dell’Italia, concorrendo a mantenerne la credibilità come membro affidabile delle più importanti organizzazioni internazionali di cui fa parte, accrescendone il prestigio mondiale.

Queste sono le giustificazioni ufficiali. In realtà, le vere motivazioni sono più concrete, come risulta dalla testimonianza di Lelio Lagorio, socialista, Ministro della Difesa all’epoca dell’intervento delle forze armate italiane in Libano nel 1982 con il governo Spadolini. “Una notte andai a parlare con Spadolini (allora Presidente del Consiglio) di come procedeva la spedizione e cercai di spiegargli le implicazione politiche che potevano discendere da questa operazione. Gli dissi: Con questa missione dimostriamo di essere una medio potenza ”[7].

Sono sufficienti queste giustificazioni, siano esse di sicurezza nazionale, affidabilità e prestigio internazionali, oppure, più brutalmente, di potenza politica, a giustificare i costi umani ed economici del nostro intervento?

Per rispondere occorre inquadrare il problema nella prospettiva della cosiddetta guerra giusta. Secondo il pensiero cristiano, la guerra è opera dell’uomo, dolorosa conseguenza del peccato originale. Conseguenza, però, non deterministica, effetto necessario di forze cosmiche, biologiche o economiche, ma atto liberamente posto dalla volontà umana e, come tale, oggetto di valutazione morale.

La dottrina cattolica sulla guerra, elaborata nel corso dei secoli a partire dal pensiero fondamentale di Sant’Agostino, è ugualmente lontana sia dal determinismo bellicista, sia dall’umanitarismo pacifista di marca utopistica. Se le guerre sono flagelli deprecabili, che sconvolgono la vita civile seminando lutti e distruzione nelle popolazioni, da cui gli sforzi compiuti, nel corso della storia, dal cristianesimo per rendere meno dannosi i conflitti e mitigare gli usi bellici, nondimeno, secondo il pensiero cristiano, la pace non è un bene assoluto, da mantenere ad ogni costo, anche a scapito della giustizia e del diritto. L’uso della forza e la guerra, insegna Sant’Agostino, hanno come fine quello di restaurare l’ordine e la pace sociale violati e, quindi, hanno come scopo la pace stessa, che è la tranquillità dell’ordine.

Dottrina di solide basi scritturistiche. Infatti, la Sacra Scrittura non rifiuta l’uso della forza e delle armi, tutt’altro. Valgano, tra i tanti, oltre ai numerosi passi del Vecchio Testamento, quelli evangelici di San Giovanni Battista, che non impone ai militari che gli chiedono il battesimo di abbandonare le armi, e le lodi tessute dallo stesso Gesù Cristo alla pietà del centurione.

Secondo la più recente dottrina cattolica sulla guerra giusta, che si innesta nel solco della tradizione, bisogna “considerare con rigore” le “strette condizioni” che giustificano un intervento militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:

— che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo;

— che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci;

— che ci siano fondate condizioni di successo;

— che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.[8]

L’impegno militare italiano all’estero nelle varie missioni va, pertanto, valutato alla luce di queste condizioni.

A tale fine occorre porsi (e porre) molte domande. A quale interesse e di chi rispondono i sempre più numerosi interventi disposti dagli organismi internazionali in tutto il mondo? Chi governa veramente questi organismi? Bisogna, poi, sottoporre ogni intervento ad un rigoroso vaglio. E valutare: se prima del ricorso alla forza siano stati posti in essere tutti gli altri mezzi per porre fine all’aggressione e questi si siano quindi veramente rivelati impraticabili o inefficaci;  se gli interventi avessero una fondata ragione di successo; se il ricorso alle armi non abbia provocato mali e disordini più gravi del male da eliminare. Verificare, cioè, se l’azione delle forze internazionali abbia riportato effettivamente la pace, oppure non abbia contribuito a destabilizzare ancor più la situazione politica ed a provocare il risentimento delle popolazioni locali, allargando i conflitti ben oltre i confini dell’intervento.

Penso che ognuno di noi abbia gli strumenti per fare una tale analisi e darsi, quindi, tutte le risposte adeguate.

 

 

 


[1] Servizio Studi Camera dei Deputati, Partecipazione dell’Italia alle missioni militari internazionali, Quaderni n. 1, giugno 2008, pagina 17.

[2] Osservatorio di politica internazionale, Rapporto collettivo. Le missioni internazionali, anno 2010, Rapporti a cura di: ISPI, IAI, CeSI, CeSPI, pag. 47.

[3] Osservatorio di politica internazionale, Rapporto collettivo. Le missioni internazionali, anno 2010, Rapporti a cura di: ISPI, IAI, CeSI, CeSPI, pag. 56.

[4] Cfr. Sito del Ministero degli Affari Esteri alla pagina http://www.esteri.it/MAE/IT/Ministero/Servizi/Italiani/Opportunità/Nelle_OO_II/OSCE/.

[5] Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione Europea. Elaborazione tabella: Istituto Affari Internazionali.

[6] V. Briani, A. Marrone, A. Veclani, Economia e industria della difesa: tabelle e grafici, marzo 2010, disponibile su http://www.iai.it/pdf/Economia_difesa/Tabelle-grafici-IT-2010. pdf

[7] La Storia siamo noi. Arrivano i Bersaglieri. Libano 1982, in www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx.id=283.

[8] “Catechismo della Chiesa cattolica”, 1992, n. 2309

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Seguici

Chi siamo

Ricognizioni è nato dalla consapevolezza che ci troviamo ormai oltre la linea, e proprio qui dobbiamo continuare a pensare e agire in obbedienza alla Legge di Dio, elaborando, secondo l’insegnamento di Solženicyn, idee per vivere senza menzogna.

Progetto Mondo piccolo

Vogliamo dimostrare che vivere guareschianamente è possibile, per questo collabora con i tanti mondi piccoli sparsi per tutta l’Italia: aziende agricole, produttori, artigiani e qualsiasi attività in linea con i principi di un mondo buono e a misura d’uomo, per promuoverne lo stile di vita e i prodotti. Scopri di più!

Emporio Mondo piccolo

Ti potrebbe interessare

Eventi

Sorry, we couldn't find any posts. Please try a different search.

Iscriviti alla nostra newsletter

Se ci comunichi il tuo indirizzo e-mail, riceverai la newsletter periodica che ti aggiorna sulla nostre attività!

Torna su