LE ‘MYRICAE’ TRADOTTE IN ESPERANTO – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 


Pur essendo stati versati in ‘esperanto’, vera lingua artificiale internazionale, molti capolavori della letteratura e del pensiero mondiali – valga come esempio la ‘Divina Commedia’ di Dante – l’idioma inventato dal medico polacco L. L. Zamenhof (1859-1917) non è ancora riuscito ad imporsi come genuina ‘koiné’ in grado di unire i popoli della terra mercé, appunto, un linguaggio parlabile e comprensibile da tutti. Operazione riuscita – ad alto livello – alla cultura e alla lingua romane tanto da far esclamare ad una delle ultime e piú significative voci della letteratura latina, il poeta Claudio Claudiano (V sec.): “Cuncti gens una sumus”. Cemento di tale unità non poteva essere, quindi, che la parlata di Roma.

E ‘l’esperanto’ non è ancora riuscito ad affermarsi, come meriterebbe, quale ‘sermo universalis’, a causa della forza – dovuta, diciamolo, senza ambagi, ad un vasto ed acritico conformismo generale – della lingua inglese piú povera, se vogliamo, dal punto di vista grammaticale e sintattico, dell’‘esperanto’, a sua volta cosí semplice – semplice non significa facile – dal punto di vista fonetico e morfosintattico. Ma l’idioma di Locke e di Shakespeare continua ad affermarsi sullo scenario internazionale sia per ragioni di conformismo, sia, ancora, per motivi politici, tutti dimentichi dell’ammonizione del filosofo pragmatista americano, Charles Sanders Peirce (1839-1914), secondo la quale l’inglese è “un gergo di pirati, (…) povero di certe parole”.

Di recente, ci si è messo anche un noto linguista italiano, Gian Luigi Beccaria, il quale sulle colonne de ‘La Stampa’ di Torino (25.4.2009) ha scritto, testualmente, da una parte, che l’inglese “è destinato ad imporsi in un breve lasso di tempo come la lingua d’Europa (oltre che del mondo intero)” e, dall’altra, che “è utopico dare vita a un idioma non radicato in una comunità storica”. Le previsioni, troppo facili, evidentemente, di Beccaria e di altri studiosi si avvereranno anche perché, in particolare in Italia, ma un po’ dappertutto, quasi nessuno ama la propria lingua e le proprie tradizioni, preferendo, al contrario, i frasari e i costumi anglosassoni! “Et de hoc satis”, direbbe il poeta.

myrCiononostante, l’‘esperanto’ continua battersi con coraggio e le tante Federazioni, italiane e straniere, i tanti Convegni e le molte traduzioni operate da tali Associazioni, dimostrano la vitalità del nuovo modello linguistico. Ultima, in ordine di tempo – anche per la ricorrenza del centenario della morte del poeta – è la versione in ‘esperanto’ della fondamentale raccolta di Giovanni Pascoli, ‘Myricae’ (1891-1903); traduzione – dal titolo ‘Mirikoj’ – condotta da Nicolino Rossi per le Edizioni Eva di Venafro (IS), 2012. Diciamo subito che se il libro, per un verso, si presenta con una bella veste tipografica – anche perché il frontespizio riporta l’immagine del poeta, stampata, di recente, su una moneta metallica di 2 euro – per l’altro, lo stesso, trascura di riprodurre il testo italiano a fronte.

In questo modo, il lettore, poco pratico di ‘esperanto’, è costretto a procurarsi il testo del poeta romagnolo, ma deve procurarselo anche chi conosce piú o meno bene tale nuova forma espressiva per il semplice motivo che la raccolta ‘Myricae’ è un’opera importante, restando, a nostro giudizio, essa tra i piú impegnativi e riusciti esiti di Pascoli. Nicolino Rossi ha operato una versione integrale del testo, com’è noto, ricco di motivi decadentistici, denso di riferimenti autobiografici e traboccante di ‘pathos’ con la morte e il mistero che dominano incontrastati.

In ‘Myricae’ c’è, forse, il miglior Pascoli altrimenti non si spiegherebbe la fortuna di un libro che, dopo piú di un secolo, conserva tutta la sua ‘vis’ creatrice che ne fa un poeta veramente europeo e in linea con i presupposti delle piú felici avanguardie operanti a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

Tornando al volume ‘Mirikoj’, bisogna aggiungere che esso è preceduto da una lunga nota introduttiva nella quale il traduttore, riportando i dati biografici dell’Autore, discute anche dei motivi ispiratori della poetica e poesia dello stesso; princípi fatti di un’avanzata tecnica linguistica, di onomatopee e di ardite espressioni morfosintattiche. Passando, ora, ai componimenti piú significativi e piú conosciuti del poeta di San Mauro, ecco come il traduttore converte in ‘esperanto’ qualche verso della celebre poesia ‘Romagna’ (Romanjo). “Romanjo sunoplena, land’ agrabla, / kiun regadis Guidi, Malatesta, / kie eĉ estris la Rabist’ afabla, / reĝo de l’ strato, en arbaro nesta” (Romagna solatía, dolce paese, /cui regnarono Guidi e Malatesta, / cui tenne pure il Passator cortese, / re della strada, re della foresta”).

Ed ecco, nella sua interezza, una delle piú riuscite ed icastiche liriche del poeta di San Mauro, ‘Lavistinoj’ (Lavandare). “En kampo duongriza, duonbruna / restas plugil’ sen bovoj, forgesita / ŝajne, en la vapor’ leĝere bruna. / Kaj skandobate el kanalo venas / de lavistinoj lavplaŭdado rita / dum tukoplonge ili kantilenas: / la vento blovas, neĝe folifalas / kaj pluas via hejmo senrevida! / Ekde vi iris for mi sola staras! / Kiel plugil’ kampmeze longe sida” (Nel campo mezzo grigio e mezzo nero / resta un aratro senza buoi, che pare / dimenticato tra il vapor leggiero. / E cadenzato dalla gora viene / lo sciabordare delle lavandare / con tonfi spessi e lunghe cantilene: / il vento soffia e nevica la frasca, / e tu non torni ancora al tuo paese! / quando partisti, come son rimasta! / come l’aratro in mezzo alla maggese”.

Un altro esempio, per mantenerci nell’ambito dei brani piú famosi, piú studiati e piú conosciuti del poeta, concerne la poesia ‘X agosto’, di cui riportiamo solo qualche strofa, quella, cioè, in cui piú forte si avverte il pessimismo del Pascoli. Conclude, infatti, al riguardo il poeta: ”Vi el plej altaj mondoj, profundas / Ĉielo senfina, senmorta, / ho! Per ploroj de steloj inundas / ĉi palan atomon mavportan!” (E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi/ quest’atomo opaco del male”).

E si potrebbe continuare. Il traduttore, in definitiva, padroneggiando questo idioma universale, ha versato in ‘esperanto’, con grande efficacia, anche i versi piú difficili della presente fatica pascoliana la quale, con gli altri numerosi lavori, ha dimostrato e dimostra, tuttora, che ci troviamo al cospetto non – come voleva Benedetto Croce – di “un piccolo grande poeta o di un grande piccolo poeta”, bensí di un genuino ed eminente artista o, come sosteneva D’Annunzio, del “piú grande poeta italiano dopo Petrarca”.

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