Le nuove mamme e l’aborto sublimato

Tra il 2020 e il 2021 in Italia sono stati prodotti 29 milioni di tonnellate di rifiuti. Dati in calo, ci informa l’Istituto di Ricerca Ambientale, addirittura sorprendenti se analizziamo le percentuali riguardanti il riciclo plastica, carta e vetro durante i duri mesi di pandemia.

Tra la spazzatura divisa per categoria e sapientemente riposta nel cassonetto sotto casa, l’Istituto come ogni anno dimentica di menzionare i circa 70 mila feti abortiti, tolti di mezzo e gettati nell’apposito contenitore. Non è un dato in calo, e probabilmente non è nemmeno così interessante. D’altra parte, si sa, non si tratta nemmeno di rifiuti riciclabili.

Il numero di bambini-spazzatura fatti sparire nel mondo ogni anno fa accaponare la pelle. O forse è meglio dire “dovrebbe far accapponare la pelle”, perché ormai è “normale” rifiutarsi di ammettere che nel grembo materno cresce un essere vivente, così come è “normale” ritenere che salvare un pesce dalla minaccia di una bottiglia di plastica sia più virtuoso che salvare una creatura dalle tenaglie di un medico nella stanzetta di un ospedale.

Ma le meraviglie del mondo contemporaneo non finiscono qui. Nel pianeta da salvare, dove sparisce ciò che non desideriamo e magicamente appare ciò che bramiamo, profumatamente pagato e targato Amazon, esiste un altro tipo aborto, un aborto incruento, si potrebbe persino dire sublimato, ma che riesce difficile chiamare con un altro nome. Anche questo, alla fine, è il rifiuto di un bambino, è il rifiuto dell’idea stessa di bambino e di figlio. È un martirio condiviso in tutte le classe sociali e in tutte le appartenenze culturali, politiche e anche religiose: quello dei bambini nati, di milioni di piccole creature desiderate, attese, programmate, pianificate che hanno la fortuna sfacciata di venire alla luce e poi vengono considerate subito ingombranti.

Proprio quando ci congratuliamo per l’arrivo di un nuovo arrivato nel mondo e iniziamo a pensare che forse ha ragione chi ci dice che non tutto è perduto, non ci accorgiamo che stiamo cedendo all’ingenuità. Lo so per certo perché in questo inganno ci sono cascata anche io e, recidiva, ci casco ogni volta che tento di approcciarmi a una neomamma con cui vorrei poter parlare in santa pace di pappe e pannolini.

Per capire di cosa sto parlando andiamo con ordine e ripercorriamo le tappe del lavaggio del cervello che ogni donna gravida è ben contenta di subire dall’istante successivo a quello in cui ha postato su Instagram il test di gravidanza positivo insieme all’ecografia con scritto a lettere cubitali “ti amiamo già piccolino”.

Il primo passo consiste nel far sapere al mondo intero della propria dolce attesa, che sui social è sempre venduta ai follower come un periodo magico in cui neopapà già prontissimi ad accogliere il neonato toccano e baciano le pancine delle “donne più felici del mondo”: che, tra parentesi, non hanno nausee, non stanno male e non prendono un chilo.

E arriva quindi il momento di iscriversi al corso preparto. Più volte mi è stato chiesto come mai non volessi partecipare al raduno di mammine infarcite di nozioni da un’ostetrica che, per carità, sciorina anche qualche informazione di buon senso nel marasma di aria fritta. Ho sempre risposto che avrei preferito un altro qualsiasi girone infernale, ma non il corso preparto. Avendo trascorso qualche settimana di gravidanza in ospedale, però, ho potuto comunque apprendere molte cose, anche se solo di rimbalzo.

Ecco un riassunto di ciò che le nuove mamme vanno dicendo dopo aver partecipato al suddetto corso infernale e dopo essersi bevute una quantità di video di consulenti famose sui social media. Innanzitutto, sostengono, siamo una generazione particolarmente fortunata rispetto a quelle precedenti. Il nostro modello di riferimento materno, continuano ripetendo la lezioncina, si è sempre basato sulla tradizione cristiana che ha come riferimento la Madonna. Maria, la mamma che si annulla per il Figlio, la mamma che fa del sacrificio la sua più grande virtù. Un esempio chiaramente irraggiungibile, utopico, che schiaccia le madri nel senso di colpa di non essere all’altezza di fare lo stesso. Insomma, più che madri, quelle che ci hanno preceduto, sarebbero figlie della frustrazione.

Ma ora, esultano le nuove mamme, non è più così. Dopo generazioni cresciute con il mito dell’annullamento di sé, con nostra somma letizia, noi siamo in grado di scardinare questo meccanismo perverso e stiamo dando alla luce, oltre che un figlio, una nuova mentalità: anzi, prima a una nuova mentalità e solo dopo a un figlio. Il nuovo mantra della nuova mamma recita che la suddetta nuova mamma non “subisce il figlio”, ma lo coglie come un’occasione di arricchimento della propria personalità, che la completa come una ciliegina su una torta alla panna. Certo, nessuno nega che un neonato stravolga la vita, ma questo stravolgimento non deve mai essere sacrificio, mai dolore, mai qualsiasi cosa che possa minare il benessere materno. Prima la madre, poi il bambino.

E ora ditemi, per quanto incruento o sublimato, questo non è a suo modo un aborto? Intendiamoci bene, nel marasma delle blasfemie che vengono proposte dai nuovi esperti della maternità, esistono anche alcuni concetti di buon senso. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il benessere materno è da salvaguardare: più un genitore sta bene, meglio staranno anche i figli. Ma, perdonatemi, non ci vuole la scienza del terzo millennio per capire tutto questo. E, perdonatemi nuovamente, non credo che si debba buttare nel cassonetto la tradizione cristiana, la generazione delle nostre madri e l’immagine della Madonna per fare una considerazione vecchia come il cucco. Lo abbiamo sempre saputo. Eppure, su questa miscela di ovvietà e menzogne articolate in un bel discorsetto femminista propinato a una schiera di nuove mamme nessuno trova nulla da ridire.

Ecco così che, nell’epoca il cui “l’utero è mio e lo gestisco io”, si è fatto strada un altro tipo di aborto, per certi aspetti più subdolo e più vigliacco perché mascherato, che ha come vittima il “bambino accessorio”, l’ultimo modello di bebè griffato piazzato davanti alla fotocamera e postato ovunque e che, sebbene appaia sorridente su ogni schermo, finisce per essere un nuovo martire invisibile.

In che senso invisibile? Anche in questo caso cerco di spiegarlo tramite la mia esperienza. A giugno, dopo mesi di pianto e stridore di denti, mi sono laureata, tra un sonnellino e l’altro del bambino, tra una nottata in bianco e una poppata. Ho avuto il piacere di festeggiare con i miei amici di sempre i quali, per l’occasione avevano proposto a mio marito di regalarmi una serata a teatro, oppure un weekend romantico per due, sai, per staccare la spina, oppure una giornata relax alla spa. Ho dribblato i regali come meglio ho potuto e sono riuscita a evitare il problema di dover dire che non li avrei mai usati.

Ecco cosa significa che i bambini sono i nuovi martiri invisibili, ecco cosa vuol dire che questo meraviglioso mondo contemporaneo non è fatto a immagine e somiglianza di una famiglia. Quando anche le persone che ti vogliono bene pensano che ti stanno facendo un piacere a toglierti la cozza che ti tieni sempre appresso, che ti serve una giornata alla spa per respirare, che andrai a teatro fino a mezzanotte e il bambino di sette mesi lo lasci alla baby sitter così starà bene anche lui perché capisce che stai bene anche tu… Ecco, quando siamo arrivati fin qui, allora siamo in una società finita, che non ha più niente da dire.

Come spiegare che io sono felice così, stando tutto il giorno con il mio bambino? Pare che sia impossibile. Pare anche che sia un po’ fissata con questa storia di fare la mamma e che questa mania di mettere sempre prima i bisogni del bambino lo faccia crescere sotto a una campana di vetro. Sembra che la “me” di prima sia sparita, per lasciar spazio a una persona che si è fatta piccola piccola e i cui bisogni hanno acquisito la consistenza di una bolla di sapone.

Mi accorgo, ahimè, che la mia lotta contro i mulini a vento è ancora tutta in divenire e, soprattutto, fatta di solitudine: una solitudine che diventa abissale scorrendo le pagine social ultima frontiera del contatto umano e purtroppo utili per mantenere i contatti con i pochi ma buoni, ma molto distanti.

Vedo fotografie di neonati spiaggiati sotto il sole del mezzogiorno, sorridenti mentre guardano il papà pagliaccio che ha l’ordine di farli divertire dietro la telecamera. Chiedo come abbiano avuto il fegato di passare la domenica ammassati su una spiaggetta al sole sotto a una cappa di caldo torrido. “Siamo sempre stati abituati ad andare al lago” risponde la nuova mamma, “si deve abituare anche il bambino perché io non ci rinuncio. Dorme mezz’ora sotto l’ombrellone gli basta così”.

Il neonato di una conoscente, a quattro mesi, era all’Aquario di Genova, la madre insisteva che gli piacessero i pesci e si è fatta fare il servizio fotografico dalla dolce metà mentre scarrozza il bambino da una vasca di delfini all’altra. Ha postato anche la foto del bambino dentro a un museo con un libro di scienze nel passeggino: “le favole sono per i neonati, noi preferiamo la scienza”. La suddetta nuova mamma ha comunque ammesso, in confidenza, che ha dovuto regalare il suo cagnolino ai genitori perché non riesce a occuparsi insieme di cane e bambino, nonostante le foto pubbliche in cui sostiene che i due sono “inseparabili, migliori amici”.

Qualcuna posta video di paesaggi mozzafiato e famiglie che ridono spensierate mentre fanno fantastiche gite, per poi, timidamente, scrivermi Posso essere sincera? Questa vacanza è stata un disastro, il bambino ha pianto tutto il tempo”.

Bambini accessorio, ultimo modello griffato in vendita insieme alla borsetta, che vivono per alimentare la finzione dei genitori e poi spariscono dagli schermi fino alla foto successiva.

Non dobbiamo precluderci niente, ci dicono le nuove mamme. Dobbiamo fare come se i bambini non esistessero e continuare la nostra vita di prima. Se poi proprio non è possibile, facciamo finta che tutto sia perfetto almeno in una foto, mentiamo al mondo e teniamoci la vita reale al riparo dallo smartphone. Ricordiamoci poi che, se ogni tanto diamo di matto perché mantenere questa schizofrenia attiva ventiquattro ore su ventiquattro è un vero impegno, possiamo sempre incriminare il patriarcato, il senso di colpa che ci hanno instillato e la fatica che ci hanno insegnato a non fare.

Date la colpa a quel che volete insomma, ma non al femminismo rivoltatosi in nichilismo. Non azzardatevi a chiedervi se le vostre paladine per i diritti delle donne vi hanno messo in una condizione senza via di scampo. Continuate a osannare la vittoria della donna lavoratrice, in carriera, autonoma, che bada alla poltrona in ufficio, ai pavimenti di casa, che non ha bisogno di nessuno e che nel tempo libero riesce anche a tingersi la ricrescita e a educare i figli all’emotività.

Continuate a pensare che il senso di colpa derivi dalla Chiesa che in qualche modo deve sempre essere tirata in mezzo per fare, come si dice, hype. Continuate pure, nella vostra cieca perseveranza a non vedere che il senso di colpa e l’inadeguatezza derivano da chi vi ha voluto wonderwoman: con i figli come se non li aveste, con il marito che però non fa il marito, ma neanche il compagno, e fa più che altro il cane da compagnia, e il cane da compagnia che fa il bambino finché non arriva quello vero e deve fare il bambolotto in posa per il post instagrammabile, poi rimesso a posto in qualche modo.

Continuate a fingere che vada tutto bene, continuate a desiderare che gli altri invidino la vita che voi vorreste che fosse la vostra. Ma che in realtà è una vita di inferno proprio perché avete voluto cancellare dal vostro orizzonte il sacrificio, il dolore, la fatica e la rinuncia. Continuate pure, signore mie, ad abortire i vostri figli ogni volta che li usate per i vostri piaceri, i vostri divertimenti fingendo che a loro piaccia. Continuate a scrivere “il bambino più felice del mondo” quando lo portate nel casino del centro commerciale per fare la foto con la busta griffata Armani.

E, soprattutto, continuate a prendervela con noi mamme che non portiamo il bambino fuori casa quando fa troppo caldo, che prima di fare qualsiasi cosa ci chiediamo se stiamo facendo il suo bene, che chiediamo ai nonni di tenercelo per farci dormire un paio d’ore e per caricare la lavatrice e non ci sentiamo in colpa di non essere wonderwoman.

Continuate a dare la colpa a noi, se le cose non cambiano, noi che non usciamo la sera per coccolare i nostri piccolini, che non ci compriamo niente da mesi perché viviamo in pigiama e a volte dimentichiamo di farci la doccia. Noi che nella fatica troviamo la nostra vocazione, noi che aneliamo a Maria ai piedi della Croce e che, dopo una notte insonne ripetiamo Magnificat anima mea Domino” e tiriamo avanti. Noi che rifiutiamo le vostre falsità e il vostro egoismo spacciato per benessere, noi saremo sempre il vostro problema. Sempre.

7 commenti su “Le nuove mamme e l’aborto sublimato”

  1. Complimenti alla guerriera di pace e serenità. Lo vedo in tante giovani famiglie…dove lo metto ? dalla nonna dalla tata all’asilo alla scuola con lungo orario ma si ma poi esce alle cinque e dove lo metto ah si un corso di….
    Il problema è disfarsene il più velocemente possibile ed il più a lungo possibile.
    Vedi queste mamme che sfrecciano da una location di scarico all’altra.
    Direi fortunati i neonati che sotto un sole canicolare con buco di ozono accompagnano la principessa alla tintarella. Me li ricordo urlanti disperati mentre si avvicinavano ai 40 gradi con indice UV 9.
    Si riuscirà a tornare ad un minimo di decenza,ad un minimo senso di realtà? Lei parla dell’esempio di Maria. Io mi accontenterei di molto meno. Un saluto ed un bacio al suo bebè che è molto fortunato in questi tempi

  2. corrado corradi

    Gran bell’articolo denso di realtà e scritto in maniera spontaneamente magistrale, da leggere e meditare perché sfata tutte le stupidate che passano forzosamente nelle menti dei neo-genitori,

  3. Cara Chiara,
    ho letto volentieri il tuo articolo e hai scritto delle sacrosante verità.
    La virtù della fatica, molte persone non sanno nemmeno che cosa sia

  4. Touche. Tutto questo è ‘magnificamente’ rappresentato nella serie TV “La fantastica signora Mausel”. Ci sono tutti gli ingredienti sopraelencati, tranne i post sui social perché la storia si svolge negli anni ’50. Un tentativo maldestro di inficiare nelle donne che tutto quello che ha importanza è la femmina nella sua essenza, ma completamente scollegata dalla realtà familiare e genitoriale, alla perenne rincorsa del godimento e dell’appagamento lavorativo.

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