Le preoccupazioni della gerarchia catto-globalista – di Marco Sudati

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di Marco Sudati

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Lo scorso 13 febbraio, nel corso di un’intervista televisiva concessa al TG1 delle ore 20, il Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin, ha espresso viva preoccupazione nei confronti dell’avanzata del cosiddetto populismo e dei rinascenti nazionalismi. Una dichiarazione in sintonia con quelle che sono le preoccupazioni del sistema di potere mondialista, scosso dai recenti successi della Brexit in Gran Bretagna e di Donald J. Trump negli Stati Uniti, nonché dalla costante avanzata dei movimenti patriottici ed anti-globalisti un po’ in tutta Europa.

Stando alle parole di Parolin, dunque, la Chiesa sarebbe preoccupata dalla ribellione dei popoli al diktat mondialista, la cui connotazione massonica e progressista dovrebbe, invece, costituire la massima fonte di preoccupazione per una gerarchia ecclesiastica fedelmente ancorata alla natura ed alla missione della Chiesa.

Se ci dichiarassimo sorpresi da una simile presa di posizione – espressa da uno dei più influenti membri della diplomazia vaticana – saremmo degli sprovveduti. Sappiamo fin troppo bene, infatti, in virtù di quali ragioni l’attuale gerarchia cattolica esprima i medesimi timori che oggi caratterizzano i fautori della globalizzazione. È lo stigma del Concilio Vaticano II, che – per volontà della influentissima ed eretica setta modernista – ha decretato la resa della Chiesa al mondo moderno ed alle forze che ne rappresentano l’espressione culturale e politica.

L’errore madornale che troppi uomini di Chiesa stanno commettendo, è quello di scavare un solco profondo tra i popoli – che non vogliono perdersi nella dissoluzione morale e fisica imposta dalla globalizzazione – e la Chiesa stessa, vista come un’istituzione complice delle forze fautrici di tale dissoluzione. Una complicità del tutto innaturale, s’intende, la cui realizzazione presuppone il tradimento totale del magistero tradizionale cattolico, ma che nei fatti si sta consumando con un’impressionante accelerazione verso gli esiti più infelici.

In relazione alla firma dei Patti Lateranensi – di cui lo scorso 11 febbraio è stato ricordato l’ottantottesimo anniversario – che sancirono la pace fra la Santa Sede e lo Stato italiano, dopo il travagliatissimo periodo post-unitario, abbiamo spesso sentito muovere alla Chiesa l’accusa di aver ceduto alle lusinghe del fascismo ed essere diventata “chiesa di regime”. Ora, al di là della consistenza di certe affermazioni volte a squalificare il significato dei Patti sanciti fra la Santa Sede ed il regime fascista, occorre guardare con lucidità alla sostanza ed agli effetti di quell’evento.

Il Concordato Stato-Chiesa del 1929, da parte cattolica può essere considerato un felice esempio di accordo fra le due istituzioni che, su piani distinti e non contrapposti, si occupano della vita delle persone e del consorzio umano associato. Grazie ai Patti Lateranensi, infatti, alla Chiesa fu riconosciuto quel ruolo di guida spirituale e morale della nazione che lo Stato liberale nato dal Risorgimento aveva disconosciuto, indicando anzi nella Chiesa stessa, e nella fede da essa custodita e trasmessa, il nemico principale della “nuova Italia”. Il Concordato, inoltre, riconobbe la religione cattolica come religione di Stato e restituì alla Chiesa tutta la libertà necessaria allo svolgimento della sua missione.

Oggi – a fronte dei ripetuti atti che mostrano una inequivocabile ed imbarazzante vicinanza della Chiesa al globalismo, quasi mostrandone il ruolo ad essa riservato di supporto “spirituale” e morale nell’opera di instaurazione del mondialistico e massonico Nuovo Ordine Mondiale – vien da domandarsi: la gerarchia ecclesiastica, che dal pontificato di Giovanni XXIII (1958 – 1963) persegue la via dell’innaturale connubio con le forze culturali e politiche della modernità (liberali, laiciste, progressiste), cosa spera di ottenere dal supporto offerto ad un sistema di potere le cui radici sono intrinsecamente avverse al cristianesimo? Nulla a vantaggio della Fede, ovviamente. Solo la speranza di una sopravvivenza meschina, segnata dal marchio infame del tradimento.

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2017-02-14 L’Osservatore Romano

Di fronte alle preoccupazioni provocate dalla crisi occupazionale in Italia e dalla crescita dei populismi e dei nazionalismi in tutto il mondo, il cardinale Pietro Parolin ha lanciato un appello “alla politica” affinché torni «a cogliere le esigenze concrete della gente», dando «risposte concrete».

In occasione di un’intervista televisiva, concessa al vaticanista del Tg1 Ignazio Ingrao e trasmessa nell’edizione delle ore 20 del 13 febbraio, il segretario di Stato si è dapprima soffermato sul tema dell’occupazione. «Credo davvero che il lavoro — ha detto — costituisca una delle emergenze dei nostri giorni, di fronte alla quale la Chiesa vorrebbe richiamare proprio quei principi di solidarietà sociale che devono essere alla base di ogni convivenza civile». Da qui la preoccupazione, espressa dal porporato «che talvolta la politica sia troppo distante, viva quasi — per usare una parola del Papa — in un mondo autoreferenziale». Invece, ha auspicato, essa «deve saper cogliere quelle che sono le esigenze della gente, e della gente concreta, e deve saper ridare delle risposte che siano risposte concrete, in modo tale che la gente torni a vivere e a sperare».

Anche in materia di populismi e nazionalismi il cardinale Parolin si è detto preoccupato. Anche perché, ha spiegato, «c’è il rischio — e il Papa lo ricordava tempo fa — che in un certo senso la storia si ripeta. Certamente queste chiusure non son un buon segno. Molti di questi fenomeni di chiusura nascono proprio dalla paura. E la paura — ha concluso il segretario di Stato — non è mai una buona consigliera».

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fonte: Ordine Futuro 

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10 commenti su “Le preoccupazioni della gerarchia catto-globalista – di Marco Sudati”

  1. C’è anche qualche imbecille che va cianciando dello Stato che si è calato le brache al cospetto della Chiesa. Evidentemente le due facce di questa moneta che paga demenza ancora fanno sfoggio nel panorama italiota.

  2. Il grandissimo Padre Gabriele Amorth, che ho avuto il privilegio e l’onore di conoscere, spesso definiva Satana “la scimmia di Dio”. Io definisco la pseudochiesa bergogliana come “la scimmia della Chiesa”, perché tenta e tenterà invano di distruggerla per sostituirla …ma Qualcuno lo impedirà!

    1. ..e saranno cavoli amari per loro, caro Ioannes, dal primo all’ultimo, dal capo ai suoi lacché, si pentiranno amaramente di tutto il male fatto alla Chiesa, cioè alle anime loro affidate, che spediscono all’inferno con l’inganno; la loro punizione, giù nelle bolge infernali, sarà ben più dura di quella a cui stanno condannando quei poveri disgraziati che danno loro credito. Puzzano di zolfo lontano un miglio, dal primo all’ultimo; speriamo che Quialcuno intervenga presto, prima che il danno diventi irreparabile. Libera nos a malo, Domine !

      1. Cari Iohannes e Catholicus, i vostri commenti sono ottimi. Ma perché spendete tanta (ottima) energia mentale per denigrare il solito cardinale conformista che sta lecchinando il capo-padrone della ferriera?

  3. Don Parolin c’è da capirlo: non deve essere semplice dover giustificare, al proprio duce, della fronda populista che non si rassegna alla dittatura papale fattasi complice del potere mondialista.

  4. Dice il cardinale: “il lavoro costituisce una delle emergenze dei nostri giorni”. E non è in grado di capire che la mancanza di lavoro nei nostri paesi è una delle conseguenze maggiori del globalismo, tanto auspicato. Cervello portato all’ammasso del “politicamente corretto” anche da parte sua, anche se è il capo della diplomazia vaticana.

  5. C’è stato, effettivamente, un avvicinamento della Chiesa cattolica e del progressismo rivoluzionario mondiale. Nel senso che la Chiesa ha fatto diecimila passi verso il progressismo, mentre il progressismo non si è mosso di un solo millimetro verso il cattolicesimo.

  6. La gerarchia della neochiesa non fa che spacciare a destra e a manca una “nuova” edulcorata e adulterata concezione dell’universalismo “cattolico” che, ben lungi dal rifarsi al fulgido esempio Paolino, onorato e servito da generazioni e generazioni di missionari e martiri in tutto il mondo per svariati secoli, non è nient’altro che la declinazione, aspersa di incenso da nuova festa comandata, del più bieco e venefico globalismo massonico. Di tutto ciò, riprendendo quanti hanno commentato prima di me, questa gerarchia dovrà rispondere…..

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