LE RICADUTE DI UN’INTERVISTA AD ALTA QUOTA – di Patrizia Fermani

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di Patrizia Fermani

 


Il Concilio ha promesso al mondo l’abbraccio di una Chiesa non più docente ma dispensatrice in proprio di misericordia e indulgenze incondizionate, senza curarsi troppo di verificare se per caso il mondo da abbracciare non fosse quello stesso che il Maestro aveva raccomandato di rifuggire. In ogni caso, bisognava allontanare l’idea troppo incombente della legge di Dio e mettere un po’ da parte anche il suo Autore, a cominciare dallo spazio liturgico.

Chiesa e mondo hanno trovato una nuova intesa nell’egualitarismo, teso, se non proprio alla salvezza delle anime, di certo alla solidarietà sociale (Gaudium et Spes), socialisticamente intesa, e nel riconoscimento della libertà come mito comune: una libertà tout court, entrata di slancio anche nei nuovi canti liturgici, magari emancipata dalla verità. La nuova Chiesa abbracciata al mondo ha inoltre inalberato quella bandiera del pluralismo democratico, fatalmente destinato a trasformarsi in pluralismo etico, per cui anche la dottrina, alla fine, dipende dai sondaggi, dall’opinione pubblica. Sempreché tuttavia non si abbia a che fare con questioni tanto importanti da poter diventare motivo di divisione, e sulle quali perciò è buona norma non esprimersi. Questo è infatti uno dei punti di approdo della nuova Chiesa del mondo e per il mondo: sui valori irrinunciabili prevale come valore il silenzio collettivo. Se tutti stiamo zitti, significa che tutti siamo cristianamente d’accordo.

Certo, Benedetto XVI ha tentato di ricentrare il cattolicesimo sulla verità della creazione, sulla oggettività della legge divina e sulla sua comprensibilità in termini di ragione, ma è stato oscurato, oltrechè per la diserzione dei chierici, perchè una nuova sensibilità sostituisce ora alla ragione la percezione, quando non la suggestione collettiva mediaticamente indotta, quale vera forma di conoscenza degna dell’uomo contemporaneo. Sia che si tratti di definire le temperature metereologiche, sia che si tratti di decidere se considerarsi maschi o femmine.

Jorge Mario Bergoglio ha mostrato, sin dai primi gesti dopo l’investitura, di voler rimodellare anche il papato secondo la sensibilità del mondo votato all’egualitarismo democratico, al pluralismo delle concezioni anche religiose, al ridimensionamento dei ruoli e delle vocazioni a cominciare da quelle della Chiesa, alla liberazione da imperativi troppo pressanti in nome dell’amore misericordioso che tutto soccorre e appiana.

piaL’intervista, rilasciata a braccio ad alta quota durante il viaggio di ritorno dal Brasile, sembra riassumere in modo esemplare sia la visione che la stessa Chiesa ha maturato di sé e del proprio rapporto col mondo, sia un modo tutto personale di intendere la funzione papale. Si è molto insistito sul tono disinvolto e sulla consueta semplicità delle parole, che in questa circostanza si sono rivelate, per contro, particolarmente gravide di significati e di conseguenze impegnative. A cominciare dunque dalla frase – non a caso divenuta già storica- “chi sono io per giudicare un gay”. Il giornalista aveva fatto riferimento in termini generali allo scandalo a sfondo omosessuale che ha investito un prelato di fresca nomina allo Ior. Sui comportamenti legati all’omosessualità, non era stato chiesto un giudizio morale, forse dato per scontato, ma all’intervistato premeva mettere a fuoco proprio questo tema. E la “risposta” contiene implicitamente due proposizioni: nessuno può esprimere un certo giudizio morale, quindi neppure io; un certo comportamento può sfuggire ad un giudizio morale secondo le ragioni esposte di seguito.

Come è stato già osservato, la prima proposizione richiama anzitutto quella dottrina di recente seguita dalla Chiesa che, distinguendo il peccato dal peccatore, ammette la condanna del primo ma la esclude per il secondo. Dottrina che curiosamente riesce ad immaginare il peccato come una entità capace di vita autonoma rispetto al suo autore umano. Ma avallata apparentemente dalla lettura tronca di GV,7,24 che si suole ridurre ad un immaginario icastico nolite judicare. In questo modo il passo viene amputato però della parte decisiva: “(non giudicate) secondo l’apparenza, ma giudicate con giusto giudizio” e acquista tutt’altro significato. Giudicare significa valutare qualcosa secondo un criterio. Il giudizio morale presuppone il criterio del bene e del male. Pilato non vuole giudicare perchè non sa cosa sia la verità. Ma al cristiano il criterio della verità è fornito dalla legge sacra, che nessuno può conoscere meglio del reggitore della Chiesa al quale sono state consegnate le chiavi del Regno e che quella legge ha ricevuto il mandato di custodire, interpretare e tramandare. Dunque il testo evangelico non esclude affatto la legittimità del giudizio sui comportamenti sodomitici, dal momento che già tutta Sacra Scrittura ne fornisce i criteri di valutazione. Tuttavia Bergoglio – spostando l’attenzione proprio sui comportamenti ispirati all’omosessualità – introduce una curiosa distinzione, quasi modellata su quella dei reati, tra pratiche omosessuali “leviores”, peccati di gioventù moralmente trascurabili, e comportamenti omosessuali che assumono la non meglio precisata forma, più grave, del delitto e senza ulteriori indicazioni di merito.

Forse consapevole della necessità di dare a questo schema una più chiara definizione, egli auspica a questo punto una generale risistemazione teologica del peccato in generale, volta, pare di capire, ad un suo ridimensionamento, anch’esso se possibile in senso democratico. La classificazione si arricchisce poi della ulteriore distinzione tra comportamento individuale e “lobbistico” che, per gravità, diventa forse un tertium genus rispetto al singolo comportamento peccaminoso e a quello genericamente delittuoso. A questo proposito si potrebbe osservare, tuttavia, che la forma associativa ha valore strumentale: è capace di enfatizzare le caratteristiche e le potenzialità di un qualsiasi comportamento umano, buone o cattive che siano, ma non di trasformarne qualitativamente la natura. In altre parole, è difficile immaginare che una attività acquisti carattere “delittuoso” nella forma associativa, ma conservi invece quello della semplice “peccaminosità” (quasi-liceità) se compiuta individualmente. E in ogni caso rimane la difficoltà, e non è cosa da poco, di coordinare tante varianti con il fatto che sul tema del comportamento omosessuale il dettato della Sacra Scrittura è estremamente chiaro e che il Magistero lo ha approfondito in termini inequivocabili. Entrambi hanno già fornito quei criteri che dovrebbero consentire a chiunque di giudicare secondo il giusto giudizio.

Tuttavia, ora si pongono problemi che vanno oltre quelli della sistemazione dottrinale del peccato e delle sue graduazioni e della valutazione morale dei comportamenti omosessuali individuali. Nessuno può ignorare infatti che quello omosessuale da fenomeno marginale comunemente assorbito dalla collettività, ha assunto la forma di una potente forza politica e ideologica che cerca di imporsi su tutta la società al fine di scardinarne gli elementi portanti. Una forza che pretende di imporre se stessa come “valore” meritevole addirittura di una tutela privilegiata: un “valore” da far prevalere contro le leggi della natura, contro il sentire comune, contro le esigenze educative e la responsabilità verso le nuove generazioni, contro le esigenze di conservazione e di sviluppo della vita comune.

Questa realtà, che coinvolge i fondamenti stessi della fede nella creazione, non può essere ragionevolmente ignorata da colui al quale è stata affidata formalmente la Chiesa universale con il compito di guidare gli uomini, il gregge, lungo la strada indicata come salvifica da una volontà superiore. E invece il problema sembra essere eluso di proposito, come d’altra parte era già emerso vistosamente da un’altra risposta significativa alla domanda della giornalista brasiliana Patricia Zanon, peraltro presto scoraggiata dalla attenta regia di padre Lombardi. La giornalista aveva chiesto come mai, nell’incontro con milioni di giovani, fosse stato omesso ogni riferimento alla nuova legge brasiliana che ha ulteriormente liberalizzato l’aborto e ammesso le “nozze omosessuali” con annesse adozioni. La risposta è stata che la Chiesa si è già pronunciata in merito e che in quella circostanza non c’era nulla da aggiungere. Dunque Roma locuta, causa finita? Ma Roma ha il dovere di istruire sulla legge di Dio e quindi anche sulle ragioni che rendono ingiuste le leggi degli uomini. Una ingiustizia astutamente mascherata dai falsi dogmi, dai falsi diritti, dalla forza dell’antiragione con cui vengono violentate proprio quelle coscienze più deboli perché lasciate indifese. Eppure altri temi certamente meno fatali per il destino della stessa umanità godono di una attenzione infaticabile.

Non è un caso che incertezze di giudizio e inspiegabili reticenze abbiano offerto proprio agli esponenti della compagine che si batte per imporre ad una società disorientata e inerme leggi perverse, il destro per esibire grottescamente il supposto sostegno morale del Vescovo di Roma.

Se si creano addirittura le condizioni per una possibile confusione delle parti nella commedia, questa diventa il surreale racconto di una battaglia volutamente perduta.

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