LE RISPOSTE DI BRUNERO GHERARDINI A KARL BARTH – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

Le insinuanti domande rivolte dal celebre teologo protestante alla Chiesa cattolica esigevano il puntuale chiarimento della gerarchia cattolica sul concilio Vaticano II. Negli anni del post-concilio la risposta non fu formulata dagli ecclesiastici, distratti dalle ingenti fatiche dell’auto-celebrazione. A distanza di molti anni e dopo l’apparizione del fumo di satana nella Chiesa, la rilettura delle coinvolgenti domande rivolte da Barth alla Chiesa romana hanno suggerito a mons. Gherardini di proporre un profondo e sereno criterio di giudizio sul Concilio Vaticano II.

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La casa Mariana editrice in Frigento (Av) ha pubblicato “A domanda risponde In dialogo con Karl Barth sulle sue domande a Roma“, un magistrale e persuasivo saggio, che Brunero Gherardini ha scritto con il suo stile elegante e scintillante.

L’opera dell’illustre teologo propone una meditata ed esauriente lettura del Concilio ecumenico Vaticano II, un viaggio compiuto alla luce delle domande intriganti e delle insoddisfatte aspettative del celebre teologo protestante.

Impedito da una malattia, Karl Barth (1886-1968) non fu presente al Vaticano II ma, nel 1966, lesse attentamente gli incensati e poi discussi documenti prodotti dal Concilio.

La lettura dei documenti conciliari ispirò le “Domande a Roma“, un opuscolo pubblicato dalla torinese Claudiana nel 1967. Rimasto senza risposta cattolica, il testo barthiano è ora riletto e commentato da Gherardini, che lo usa come la perfetta cartina di tornasole necessaria alla corretta interpretazione del Vaticano II. Un compito al quale i cattolici non possono più sottrarsi, visti gli esiti catastrofici prodotti dal “vento conciliare”.

Gherardini riconosce senza difficoltà che Barth “aveva certamente notato che il coefficiente mondano, per la volontà di sintonizzarsi con i moduli del c. d. mondo moderno, aveva finito col prevalere su ogni altro criterio”. Obietta tuttavia che “nel Vaticano II non era affatto assente … la componente biblico-fondativa, ben supportata da frequenti riferimenti sia alla patristica, sia al Magistero ecclesiastico“.

In altre parole: nello svolgimento del Vaticano II si riflettono i diversi e irriducibili stati d’animo di Giovanni XXIII, ossia l’intenzione “di mettere l’accento sulla Fede e [il riconoscimento] della necessità di tutelarla nella sua purezza ed integrità” e l’ingenua persuasione che “la purezza e integrità della Fede potessero esser difese non soltanto da posizioni d’arroccamento dogmatico, ma anche e più efficacemente da un atteggiamento irenicamente dialogico nei confronti della cultura, della sensibilità sociale e della modernità”.

L’irenismo ha causato l’esorbitanza dell’ottimismo leggibile (e puntualmente letta da Paolo Pasqualucci) in Gaudet Mater Ecclesia, l’allocuzione inaugurale del Vaticano II.

Sulla doppia intenzione di papa Roncalli premeva

anche la nuova teologia, incautamente liberata dall’ostacolo costituito dall’enciclica Humani generis di Pio XII. Gherardini la definisce “teologia scientifica in quanto storicistica, immanentistica, idealistica, trascendentale, esistenzialistica“. E al proposito cita i portabandiera degli errori circolanti nelle anticamere del Vaticano II: Karl Rahner, Henri de Lubac, Eduard Schillebeeckx e Hans Kung, “nomi altisonanti dai quali dipende l’autodemolizione postconciliare“.

Le due contrastanti tonalità del discorso di papa Roncalli e del Concilio sono sottolineate dall’arbitraria miscela dei concetti di rinnovamento e d’innovazione.

Gherardini osserva che nelle sessioni del Vaticano II il lemma rinnovamento è stato invocato a squarciagola “tutte le volte che si gridava alla fine della Chiesa costantiniana e della Chiesa murata nella sua torre d’avorio: il centralismo della Curia romana, il giuridicismo delle sue decisioni, la chiusura al mondo, al progresso alla modernità. … Pareva un peana alla novità; era una grande confusione sul concetto di rinnovamento e quello d’innovazione. Si rinnova, infatti, ciò che già è; s’innova, si fa qualcosa di nuova, quando e dov’esso manca. Novatori o innovatori sono detti coloro che innovano; restauratori gli altri“.

Stabilita l’irriducibilità del rinnovamento all’innovazione, si può sostenere legittimamente che il Vaticano II ha talora recepito la lettera delle suggestioni diffuse dalla nuova teologia respingendone lo spirito.

Nei testi conciliari la vera fede può e deve leggere il conflitto tra la luce cattolica e l’ombra progressista.

Due tendenze, infatti, si confrontano nei documenti del Vaticano, il rinnovamento e l’innovazione, ma alla fine prevale la fedeltà alla tradizione.

A sostegno di questa interpretazione Gherardini cita alcuni esempi illuminanti, quale la soluzione ortodossa alle incertezze visibili in Sacrosanctum Concilium, sulla sacra liturgia intorno al sacerdozio dei laici. Nelle definizioni del testo in questione, Barth aveva intravisto una contraddizione palese e una mezza apertura alla liturgia protestante.

Se non che Gherardini, dopo aver ammesso che il testo conciliare “prima parla d’una presenza di Cristo ben delimitata (al ministro e alle specie eucaristiche) poi congiungendo (una cum) al ministro ai fedeli, estende la presenza stessa anche ad essi”, dimostra che non esiste contraddizione: in un capitolo del documento si afferma la dottrina tradizionale secondo cui “durante la santa Messa, si ha una duplice presenza del Signore Gesù: nella persona del ministro e soprattutto – questo avverbio non va sottaciuto – nelle specie eucaristiche”.  In un successivo capitolo si afferma (in sintonia con la Lettera agli Ebrei, 5, 1-5 e degli Atti degli Apostoli, 1,6 e 5,9-10) la titolarità sacerdotale di tutti i battezzati, “anche se il loro sacerdozio differisce essenzialmente e non soltanto di grado da quello ministeriale. Essi sono perciò invitati ad unirsi al ministro celebrante non per una specie di concelebrazione alla pari e ancor meno per transustanziar insieme con lui il pane ed il vino della liturgia eucaristica, ma per partecipare dal proprio versante laicale all’offerta ministeriale del sacrificio eucaristico“.

Più complesso il discorso sulla costituzione Dei Verbum, testo in cui influì “sia la smania delle novità, sia il rifiuto di San Tommaso e del suo linguaggio”. Di qui la formulazione di una tesi che nega alla Tradizione, alla Scrittura e al Magistero un modo proprio di concorrere alla salvezza. Dimostra tuttavia Gherardini che “senza rendersene conto, i Padri conciliari reintrodussero per la finestra ciò che avevano estromesso dalla porta: la sussistenza dei tre soggetti in parola non è, infatti, il loro vicendevole assorbirsi, ma la loro specifica e individua singolarità”.

Gli esempi citati da Gherardini dimostrano che nel Vaticano II il sole della Verità indeclinabile fu velato ma non spento dalle nubi alzate dai nuovi teologi e dai vescovi da loro influenzati.

Senza dubbio di può affermare che le rettifiche e i chiarimenti sollecitati dai cattolici fedeli alla Tradizione sono indispensabili. In attesa che il Papa stabilisca quale delle due diverse righe presenti nei testi del Vaticano II sia da correggere, in ossequio al principio di non contraddizione che vieta la convivenza di verità  e ambiguità, si può intanto affermare che è lecita la lettura critica del concilio, cioè la pacifica esclusione delle tesi mal sonanti.

Alla critica nella luce della fede di sempre alludeva  il cardinale Siri quando dichiarava che i testi del Vaticano II si devono leggere in ginocchio, vale a dire nella perfetta sottomissione all’indeclinabile Verità rivelata.

Il saggio di Gherardini è un prezioso aiuto prestato a quanti intendono leggere in ginocchio il Vaticano II.

 

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