Le stagioni dell’antifascismo – di Mario Bozzi Sentieri

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Dalla lotta al Regime all’Ur-fascismo

di Mario Bozzi Sentieri

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Nella sua storia quasi centenaria  l’antifascismo italiano si è alimentato di ragioni che sono andate ben oltre la lotta contro il suo nemico.

La prima stagione, quella più immediata, contro il Regime, fu l’espressione di un antifascismo minoritario, che Giorgio Amendola, dirigente del Pci, indicava nell’ordine di grandezza di alcune migliaia  di militanti per i comunisti e di qualche centinaia per il socialisti e per Giustizia e Libertà. Sono antifascisti a cui va riconosciuto l’onore delle armi (ancorché espressione, per i comunisti, di un’appartenenza ideologica totalitaria), autolegittimati  da una visione parziale ed erronea dell’Italia degli Anni Venti/Trenta: la convinzione che il fascismo avrebbe avuto vita breve, mentre invece il consenso popolare verso il Regime si allargava e consolidava. Solo fattori esterni (la guerra) ed eccezionali (l’azione della monarchia) portarono alla caduta del fascismo nel luglio 1943.

Da lì inizia la seconda stagione dell’antifascismo (la Resistenza), nella quale vengono ad emergere, al di là di un unitarismo di facciata, i diversi orientamenti politici  del fronte antifascista, con una “guerra di liberazione” che prende i tratti, per i comunisti,  della guerra di classe e della guerra civile (entrambe rivolte – dopo i fascisti – contro i cattolici ed i liberali).

L’unità formale dell’antifascismo si rompe dopo il varo della Costituzione (1947), con un antifascismo di matrice comunista che non può che essere – parole di Luigi Longo – “d’opposizione”, contro chi (la Democrazia Cristiana) si è “messo al servizio dell’imperialismo e dei suoi piani di guerra”. In quella fase l’antifascismo unitario non serve più al Partito Comunista che cavalca lo scontro di classe nel nome di una Resistenza che – come afferma Pietro Secchia, altro dirigente del Pci – “non appartiene ai gruppi conservatori e reazionari”, in quanto lotta “contro i gruppi del capitale monopolista, contro le forze oscurantiste e più retrive del nostro paese” e quindi contro la Dc che a quegli ambienti viene assimilata.

Negli anni della “guerra fredda” l’antifascismo viene “disinnescato” dalla Democrazia Cristiana, che cavalca l’anticomunismo, e declinato dal Partito Comunista nella prospettiva della costruzione della società socialista.

Questa fase dura fino agli Anni Sessanta del ‘900, allorquando, con l’ “apertura a sinistra” della Dc e con la tattica della “via democratica al socialismo” del Pci l’antifascismo è  recuperato quale collante della nuova stagione politica. La legittimazione del Pci – forza di governo  passa attraverso la ricucitura del fronte antifascista (anche in opposizione ad un Msi che, nei primi anni Settanta, manifesta un nuovo dinamismo politico). L’antifascismo del Ventennio sessanta/settanta è anche quello a cui, dietro la “legittimazione” di piazza, tutto è concesso, compresa la violenza. E’ l’antifascismo militante, d’impronta extraparlamentare, pronto alla lotta dura, a colpi di spranga e mitraglietta,  contro gli odiati “fascisti” (termine che assimilava missini, liberali e riformisti) e contro i “nemici di classe” (forze dell’ordine, imprenditori, docenti universitari).

L’unità antifascista serve al Pci per entrare nelle stanze del potere e alla Dc per continuare a riperpetuarsi.

E’ negli Anni Ottanta, con il “riflusso” e con la politica craxiana del “Socialismo Tricolore” (è Bettino Craxi, che dopo decenni di ostracismo a destra, invita, nel 1983, alle consultazioni per la costituzione del nuovo governo una delegazione del Msi-Dn) che viene messa la parola fine alla stagione dell’antifascismo militante, facendo rientrare la questione fascismo/antifascismo nell’alveo dello scontato ritualismo istituzionale e lasciando alla ricerca storica la complessa questione dell’interpretazione del Ventennio.

Questo fino ad oggi, allorquando viene inaugurata una nuova stagione antifascista, tanto paradossale per la tempistica, quanto inappropriata per i contenuti. Ora che il fascismo non può essere più utilizzato da sinistra in funzione dello scontro di classe, esso viene trasformato in una sorta di “male assoluto”, dai tratti metastorici, se non diabolicamente metafisici. E’ la stagione del “fascismo eterno”, dell’ Ur-fascismo – teorizzata da Umberto Eco nel 1995. Si tratta di un fascismo irreale, fuori dal mondo e dalla Storia. Nell’Ur-fascismo non c’è traccia dei complessi percorsi ideologici del ‘900. Di fronte all’Ur-fascismo a nulla serve invitare al ritorno alla Storia, alle analisi documentate e motivare. E’ sufficiente  pescare nel cilindro delle illazioni ed il gioco è fatto. Basta poco per risolvere la questione. Il fascismo ? Facile identificarlo: è il culto della tradizione, il rifiuto del modernismol’azione per l’azione , la paura della differenza, l’appello alle classi medie frustate , l’ossessione del complotto , la vita come guerra permanente e come conquista del mondo ,  il disprezzo per i deboli, il machismo, il populismo che va da Piazza Venezia alla Tv o internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la “voce del popolo”.

Su questo piano a nulla servono gli inviti  ad evitare certe assolutizzazioni, come quella recentissima del Presidente della Repubblica, che nel fascismo vede solo ombre. Né hanno significato le tante e complesse interpretazioni che del fascismo si sono avute nel corso dei decenni. Fatica sprecata quella di Renzo De Felice e di tanti intellettuali, tutt’altro che “nostalgici”, impegnati su questi crinali:  Ernst Nolte,  Francis Ludwing Carsten,  George L. Mosse,  Tarmo Kunnas,  Antony James Gregor, tanto per citarne alcuni. Perfino l’antifascismo delle origini sembra un vecchio rudere da rottamare.

L’Ur-fascismo è un assoluto, inutile studiarlo. Basta farne un tabù, buono per tutte le stagioni, da demonizzare, un “mostro verbale” piuttosto che un nemico vero, in carne ed ossa, talmente lontano dalla realtà da renderlo incomprensibile nella sua essenza storica, quasi che settant’ anni e più siano passati inutilmente.

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8 commenti su “Le stagioni dell’antifascismo – di Mario Bozzi Sentieri”

  1. La Sinistre di qualsiasi tipo hanno fallito. Le Sinistre, da quelle liberiste a quelle funzionali all’alta finanza capeggiate dai centri sociali sono arrabbiate perché non fanno più presa sugli strati popolari della società. Sono fuori dalle borgate, sono fuori dai quartieri poveri, fanno solo presa sugli ambienti perbenisti, ovvero quelli proni ai poteri e voleri dell’Alta Finanza: Ecco perché sbraitano, ecco perché urlano, ecco perché vedono il pericolo fascista perfino nel Sole e sulla Luna. La scarsa presa delle Sinistre, estreme o no che siano, viene da lontano. Il PCI ha rappresentato infatti una grande truffa come lo è stato del resto il Comunismo. Cosa faceva e cosa fa questa ideologia dove è ancora in piedi. A parole difende il popolo, nei fatti lo tradisce accordandosi con i Poteri Forti. E’ una vecchia storia che va dai tempi di Lenin fino alle caricature odierne (vedi Tsipras alleato dell’Alta Finanza). Ma il popolo, gli operai, i sottoproletari, i poveri hanno capito le dimensioni di una truffa comunista che sa solo dire Signorsì all’Alta Finanza.

  2. «Negli anni della “guerra fredda” l’antifascismo viene “disinnescato” dalla Democrazia Cristiana, che cavalca l’anticomunismo, e declinato dal Partito Comunista nella prospettiva della costruzione della società socialista».
    Alcune riflessioni sull’analisi del professor Bozzi Sentieri:
    – la guerra fredda fu falsa in quanto Comunismo sovietico e Liberal-Capitalismo americano furono alleati nel secondo conflitto ed anche dopo. Avranno avuto delle tensioni come avviene tra fratelli, ma la ideologia liberal-capital-comunista ha sempre avversato esclusivamente il Nazionalismo. Si potrebbero fare tanti esempi, mi limito solo a ricordare il tradimento dell’America “anticomunista” a scapito di Chiang Kai-Shek privilegiando Mao che illegittimamente beneficiò di un seggio all’ONU con la sua Cina comunista.
    – DC alleata al PCI: De Gasperi e Scelba e non solo questi, furono i principali protagonisti della espansione comunista in Italia. Il centrismo fu una zona grigia nella quale il rosso continuò a lievitare senza destare scandalo.

  3. Piero Vassallo

    l’Italiano rivela (implicitamente) la ragione del rifiuto di Pio XII alla richiesta di essere ricevuto in udienza avanzata (più volte) da Alcide De Gasperi in veste di capo del governo

  4. Ricordo quando il Duce venne a Genova nel maggio del 1938 e parlò da un alto podio marinaro ad una folla immensa che copriva tutta piazza della Vittoria: all’inizio di via XX Settembre uno striscione recitava: “DUCE, GENOVA FASCISTA E’ AI VOSTRI ORDINI”. Lui disse ad un certo punto delle parole profetiche: “I nemici del Fascismo, gli antifascisti di tutte le risme, rimasero tremendamente delusi poiché speravano in uno scontro fra i due stati totalitari….” (Si riferiva all’Italia ed alla Germania alleati). Anche oggi “gli antifascisti di tutte le risme” rimarranno tremendamente delusi ed incavolati a morte quando la Grande Destra tornerà al potere il 4 marzo e si scateneranno in inutili manifestazioni che trasuderanno il loro odio secolare verso “L’Idea che è stata e sarà la più mediterranea ed europea delle idee”.

  5. Anticomunista

    Non si può chiedere a Mattarella e Boldrini di condannare pubblicamente il comunismo? Perchè il comunismo, oltre a non aver fatto nulla di buono, nessuna legge buona, ha fatto fuori più di 100 milioni di persone. Il fascismo invece ha fatto anche cose buone: pensioni, incentivato la natalità, protetto i prodotti italiani dalla concorrenza etc. L’Italia durante il fascismo era una potenza, oggi il liberalismo come l’ha ridotta? I compagneros, tanto arroganti conoscono la storia del loro partito? Perchè se si conosce il comunismo e i suoi derivati, se ne sta alla larga.

  6. Mattarella, essendo un ex DC, potrebbe anche condannare il comunismo, ma non certo una comunista DOC come la Boldrini.

  7. Quando sarà storicizzato anche l’altro “male assoluto”; quando se ne conosceranno esattamente e scientificamente le basi d’origine, le modalità, i numeri reali; quando non sarà più proibito per legge (pena la morte civile ed intellettuale, ed in molti Paesi la galera) dubitarne i dogmi attuali, che sono nati in ben precisi contesti e si sono evoluti nel tempo; quando questo “male assoluto” cesserà di essere il paravento per la politica di un piccolo Stato mediorientale; quando la cultura, la storia scritta dal 1945 ad oggi, i grandi mezzi di comunicazione di massa, persino tanta parte della Chiesa smetteranno di fare i servi, gli utili idioti di quel popolo; ebbene, allora potremo dire di aver recuperato un altro pezzo di verità. Qual’è l’oggetto del mio parlare, ve lo lascio immaginare: non lo scrivo perché, essendo l’ultima vera religione rimasta bestemmiando la quale si muore, ebbene, preferisco sottintenderlo.

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